Intervista ad Alfonso De Pietro, autore di SOS – SALVA OGNI SOGNO

Come e perché parlare di mafia a scuola

Le vite di sei uomini e una donna che hanno fatto tutto quanto in loro potere, e anche di più, per combattere la piaga della mafia, pagando un alto prezzo per il loro coraggio e la loro forza d’animo. Abbiamo incontrato l’autore, Alfonso De Pietro, per approfondire gli aspetti del libro “SOS – Salva Ogni Sogno”, un libro importante per perpetrare la memoria alle generazioni future.

Chi ha vissuto tra gli anni ’70 e gli anni ’90 ha ben impressa le immagini delle stragi di mafia: come si può perpetrare la memoria di quanto successo?

In una mia canzone dell’album ‘Di notte in giorno’ ho scritto ‘La memoria è la porta tra passato e futuro, la ragione dell’oggi, è il senso profondo di quello che siamo, la promessa da mantenere’. Ecco, credo sia importante innanzitutto definire correttamente questa parola: la memoria non come vuota celebrazione retorica, ma ispirazione dell’agire quotidiano, declinata al presente, nella pratica delle scelte. Questo sarebbe il modo più autentico e più incisivo di trasmettere la memoria di quanto accaduto, affermando ideali di giustizia nell’esempio che diamo alle nuove generazioni, non nelle parole roboanti, ma vuote, dei sermoni che possono pure turbare, scuotere, nel momento di una citazione o di una celebrazione, ma che non rimangono attaccate addosso, o meglio, dentro. Per dirla con don Luigi Ciotti: bisognerebbe commuoversi meno e muoversi di più.

Peppino Impastato, Giancarlo Siani, Libero Grassi, Paolo Borsellino, Rita Atria, Lollò Cartisano e don Peppino Diana: come è avvenuta la selezione dei personaggi? 

Questa è una domanda che ricorre spesso, anche durante le presentazioni. In effetti, con più di mille vittime innocenti delle mafie in questo Paese, la domanda è più che legittima. Diciamo che, semplicemente, mi sono lasciato guidare da quelle storie che più hanno segnato la mia adolescenza e la mia prima giovinezza. Ho scelto di cercarmi, di (ri)scoprirmi in quei passaggi cruciali, rielaborando quelle emozioni che, per diverse ragioni, sono rimaste particolarmente scolpite nella mente e nel cuore. Così… per raccontare raccontandomi. Per offrire, soprattutto ai più giovani, la prospettiva di chi, alla loro età, è stato ‘testimone’ di quei fatti. Per dare una misura di quello che si può provare. A quell’età.

Da dove nasce l’esigenza di raccontare queste vite?

Sicuramente, faccio mia quella frase di Leonardo Sciascia: ‘Il nostro è un Paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare’. E poi c’è il dovere morale di fare la propria parte nella promozione di valori quali giustizia sociale, solidarietà, onestà, non violenza, convivenza civile. C’è anche una sorta di ‘ossessione’ del racconto (e del canto) di queste vite. Vite che sono state sacrificate anche per noi, per un ideale di cambiamento che, credo, ci sia stato solo in parte. È vero, conosciamo meglio le dinamiche mafiose, alcuni degli artefici di quella stagione sono stati catturati o sono morti, ci siamo dotati di strumenti investigativi più raffinati. Eppure ci sono ancora tanti misteri (vedi l’agenda rossa di Paolo Borsellino mai ritrovata), ancora tante connivenze mai svelate, ancora tanti uomini di potere collusi mai portati alla sbarra. La cosiddetta ‘zona grigia’ dei colletti bianchi e le consorterie mafiose sono ancora collegate. Meno sangue, più affari.

Quanto si parla di mafia a scuola?

A scuola di mafie si parla poco, così come se ne parla poco in generale, in tv, sui giornali, sui social. Nel dibattito politico, poi… altro che omertà! Come ha denunciato Libera, c’è una tendenza alla ‘normalizzazione’, che rischia di farci passare dal crimine organizzato al crimine normalizzato. Vedi, ad esempio, i 300 milioni di euro previsti dal PNRR, per la rifunzionalizzazione e la valorizzazione dei beni confiscati: cancellati. Perché mafie e corruzione sono da considerare un problema marginale del Paese, ormai! Tanto marginale che non importa parlarne, anzi non se ne deve parlare. Sennò in quale altro modo dobbiamo interpretare l’atto della RAI che cancella senza motivo la trasmissione di Roberto Saviano, già registrata in diverse puntate?

Emozionare, avvicinare, comunicare: quante cose può fare la musica?

Giocando con queste tre parole: la musica può avvicinare comunicando emozioni. La musica può fare tanto. Così come l’arte, in generale, può fare tanto. Può incidere fortemente nell’immaginario collettivo e nella cultura e, visto che le mafie sono innanzitutto un problema culturale, credo sia molto utile continuare a rappresentare, raccontare, cantare, filmare ‘a tema’. E poi vorrei usare un’altra parola ‘forte’: rivoluzione. Parafrasando Guccini, possiamo dire che a canzoni si possa far rivoluzione? La risposta potrebbe essere affermativa, se considerassimo valida la definizione di Pasolini, per cui la rivoluzione, più che un atto, è un sentimento. Quindi, tra musica e parole, buona rivoluzione a tutte e a tutti noi!