In un panorama economico globale sempre più dinamico e imprevedibile, la formazione continua emerge come fattore decisivo per il successo professionale e in alcuni contesti, come quello economico, è ormai imprescindibile. I manager, dopo anni di carriera, spesso sentono l’esigenza di rimettersi in gioco tornando agli studi, spinti da un mercato del lavoro che premia chi sa evolvere con le sue richieste. Le ragioni che inducono molti dirigenti a scegliere questa strada sono profondamente legate alle trasformazioni in atto. La digitalizzazione accelerata, con strumenti come l’IA generativa e il machine learning, sta ridefinendo i processi aziendali, rendendo obsolete conoscenze acquisite anni prima. Secondo il report INAPP 2025, circa il 12% degli adulti italiani ha investito in percorsi formativi, un balzo che posiziona il Paese al 13° posto in Europa, grazie a politiche mirate sulla upskilling. In ambito manageriale, il 55% dei professionisti lamenta un gap di competenze digitali, spingendoli verso master specialistici per padroneggiare analisi predittive e strategie data-driven. Le crisi economiche post-pandemiche e le tensioni geopolitiche hanno inoltre evidenziato la necessità di una visione integrata della gestione economica, che combini finanza tradizionale con sostenibilità ESG e gestione del rischio. Scopriamo dunque perché è importante continuare a formarsi nel campo economico.
La formazione continua rafforza aziende e carriere
Ampliare il bagaglio accademico post-lavoro non è dunque solo una reazione difensiva, ma un investimento strategico per l’innovazione. Le imprese italiane, come riportato da Manageritalia, destinano risorse crescenti alla formazione executive: nel 2025, oltre 35 milioni di euro sono stati allocati per programmi mirati, con un rendimento del 25% in termini di produttività aziendale. Questo approccio favorisce promozioni individuali, che, stando a dati OCSE, potrebbero aumentare fino al +35%, e contribuisce a creare team resilienti, capaci di affrontare trasformazioni necessarie come la transizione digitale e la transizione verde, previste dai piani del PNRR. I manager formati continuamente dimostrano una maggiore propensione al problem-solving complesso, essenziale in settori come il banking o la supply chain, dove le decisioni devono bilanciare profitti immediati e sostenibilità a lungo termine. In tanti decidono così di prendere parte a corsi di perfezionamento e non solo, sia presso gli atenei dal vivo sia attraverso le più moderne come Università Niccolò Cusano, atenei telematici con un’offerta formativa online completa e riconosciuta. Mediante un master in finanza oppure un master incentrato sulla business administration è possibile ottenere competenze aggiornate nel campo della gestione aziendale e del marketing, tenendo d’occhio i mercati almeno su scala nazionale. Questi programmi, spesso erogati in modalità flessibili, integrano lezioni teoriche con progetti pratici e networking professionale. Ad esempio, un master in economia digitale esplora blockchain e fintech, mentre corsi su international business affinano abilità per l’export in un’Italia che punta al 2% di crescita PIL nel 2026.
Formazione continua e soft skills
La formazione continua è fondamentale anche per rafforzare le soft skill, che sono parimenti determinanti nel mondo del lavoro sia per la carriera sia per trovare approcci innovativi e in linea con le richieste del mercato. Coltivare abilità come leadership empatica e adattabilità culturale è infatti cruciale in un’epoca remote working e diversità aziendale. In Italia, dove il 40% delle PMI fatica a trovare talenti qualificati, i manager aggiornati diventano agenti di cambiamento, con ottime possibilità di guidare la transizione aziendale 5.0 che così fatica a decollare anche in virtù di una staticità della governance. Al contrario, la negligenza verso l’aggiornamento espone al rischio di obsolescenza, con cali di stipendio medi del 15% dopo i 45 anni, come emerge da rapporti Isfol. Non adeguarsi alle competenze ricercate attualmente dai recruiter e dalle aziende riduce inoltre l’occupazione e la qualità del lavoro in sé, con ricadute economiche e sociali molto importanti.
Non bisogna però vedere tutto nero e, anche in ambito goverantivo, qualcosa si muove. È ad esempio da considerare molto importante in questa direzione la scelta dello stato di finanziare il Fondo Nuove Competenze 3 con 1 miliardo di euro, al fine di favorire la formazione in azienda e soprattutto di contribuire a ridurre il mismatch tra competenze richieste ed esperienze del personale. L’ultimo rifinanziamento del Fondo Nuove Competenze 3, di 318,8 milioni di euro (decreto direttoriale 23 maggio 2025 n. 243), ha permesso di ammettere, per la valutazione, tutte le domande presentate dalle filiere e dai sistemi formativi e di raddoppiare le disponibilità per le singole imprese. Dati che segnalano l’urgenza di questi interventi per migliorare la situazione aziendale in Italia e anche il desiderio delle aziende di adattarsi alle trasformazioni necessarie.
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