Evoluzione delle metodologie didattiche

Di Chiara Spatola e Daniela Musarella

Nel contesto educativo odierno, le metodologie didattiche rivestono una notevole importanza. Queste influenzano, infatti, direttamente l’efficacia dell’insegnamento e la qualità dell’apprendimento, con l’obiettivo di creare condizioni idonee a favorire l’acquisizione di conoscenze, competenze e abilità, in modo coinvolgente e significativo.

 I cambiamenti avvenuti nella nostra società, accelerati da fattori quali la globalizzazione, l’innovazione tecnologica e le emergenze sociali, hanno richiesto una contestuale evoluzione delle metodologie didattico-educative per poter affrontare al meglio le nuove sfide dell’insegnamento moderno.

In questo lavoro, saranno analizzate le diverse metodologie didattiche, soffermandosi sulla loro evoluzione e la relativa influenza sul processo di apprendimento. 

Le metodologie didattiche sono l’insieme di strategie, tecniche ed approcci utilizzati nei contesti scolastici per promuovere l’apprendimento degli studenti e rappresentano un ponte fra i saperi (conoscenze) e gli studenti, consentendo a questi ultimi di sviluppare competenze e abilità. La loro efficacia dipende dal contesto di applicazione, dal clima di classe, dalle risorse, dagli stili e dai ritmi di apprendimento e dalle esigenze degli studenti. Si deduce, quindi, che le metodologie didattiche richiedano una sempre maggiore flessibilità ed adattabilità al contesto al fine di rendere lo studente sempre più protagonista e consapevole del proprio processo di apprendimento.  

L’adattamento continuo delle metodologie ai nuovi scenari didattici, che in questi ultimi anni si sono susseguiti velocemente, a seguito della globalizzazione, della pandemia o della capillare introduzione della digitalizzazione nei diversi settori, si rende necessario per la creazione di esperienze di apprendimento dotate di senso e durature, che favoriscano lo sviluppo del pensiero critico, la capacità di risolvere problemi e la collaborazione. L’aggiornamento e la formazione del docente sulle nuove metodologie didattiche diventa, dunque, fondamentale per creare percorsi di apprendimento personalizzati e taylor-made per ogni studente, che siano inclusivi, stimolanti e flessibili e che facciano uso delle moderne tecnologie digitali.

Metodologie didattiche tradizionali e innovative

Generalmente le metodologie didattiche sono distinte in due categorie: tradizionali e innovative.

L’approccio tradizionale fa prevalentemente riferimento della lezione frontale, che considera gli studenti dei vasi da riempire (Plutarco) e l’insegnante depositario del sapere e con un ruolo centrale. Tale metodologia, caratterizzata dalla comunicazione verticale da uno a molti, è connotata dalla trasmissione delle informazioni e del sapere e da una valutazione basata sulla performance individuale.

Sebbene sia utile per introdurre concetti e definizioni teorici, essa non prevede l’esplicitazione degli obiettivi sottesi alle attività, coinvolge poco gli studenti, non consente di mantenere a lungo l’attenzione e negli anni si è rivelata poco inclusiva. In una sua dichiarazione del 2018, persino Giovanni Biondi, Presidente dell’Indire, ha sostenuto che a rallentare realmente la scuola, non erano i ragazzi fragili, bensì la lezione frontale, affermando l’inadeguatezza della lezione frontale e del modello di scuola tradizionale.

Le metodologie innovative, viceversa, mirano a promuovere un coinvolgimento ed una motivazione maggiori negli studenti, favorendo la partecipazione attiva, la collaborazione e la riflessione critica, supportando l’acquisizione non solo delle hard skills, ma anche delle soft skills, competenze trasversali imprescindibili per preparare i giovani alle sfide provenienti da un mondo in continua evoluzione. Queste favoriscono l’apprendimento attivo degli studenti ed hanno come cardine il principio del “learning by doing” di Dewey, imparare facendo, ovvero per conoscere ed apprendere bisogna fare esperienze significative ed elaborare attivamente le idee. I docenti, in questo contesto, svolgono il ruolo di osservatori e mediatori, stimolano gli studenti a fare domande e a riflettere sulle loro scoperte e li accompagnano verso la loro crescita formativa. Le conseguenze di tale approccio sono la responsabilizzazione dello studente e la valorizzazione delle sue abilità, sia come singolo sia in gruppo, l’inclusione e la socializzazione, proprio come sosteneva Benjamin Franklin “Dimmi e io dimentico, mostrami e io ricordo, coinvolgimi e io imparo.”

Approcci storico-pedagogici

Considerato che la flessibilità e l’adattabilità sono le caratteristiche fondamentali delle metodologie didattiche, è rilevante analizzare l’evoluzione storica degli approcci pedagogici, come conseguenza dei cambiamenti sociali, economici e tecnologici.

In epoca classica, fino al V secolo dopo Cristo, i pedagoghi e i maestri, homines cultissimi, sedevano alla cathedra e trasmettevano le loro conoscenze servendosi del racconto e del dialogo: le metodologie didattiche prediligevano l’oralità, la ripetitività di formule ed espressioni e le mnemotecniche, funzionali alla retorica e all’oratoria. 

Durante il Medioevo, l’oralità e la predicazione erano le modalità principali della trasmissione del sapere, connotato principalmente da elementi mistico-religiosi e morali. L’istruzione variava a seconda degli alunni da educare, «Bisogna istruire in un modo gli uomini ed in un altro le donne, in un modo i giovani ed in un altro i vecchi; in un modo i poveri ed in un altro i ricchi; in un modo quelli che sono allegri ed in un altro quelli che sono tristi; in un modo i sottoposti ed in un altro i superiori; in un modo i servi ed in un altro gli ignoranti… » ed i maestri si ponevano come modelli di moralità, ricorrendo spesso a metodi severi o a pene corporali.

 In epoca Umanistico-Rinascimentale, fu posto al centro del percorso educativo l’alunno, nella sua dimensione globale: le scuole, prevalentemente rivolte ai figli delle famiglie più agiate, promuovevano il pensiero critico attraverso lo studio delle humanae litterae ed il benessere fisico con esercizi ginnici, secondo quanto sostenuto da Giovenale (mens sana in corpore sano). La metodologia, improntata sul dibattito e la lettura dei testi classici, mirava all’acquisizione delle virtù, conseguenti al rigoroso studio dei principi etici trasmessi dal maestro.

Con l’Illuminismo, emersero le prime metodologie moderne, volte favorire il pensiero critico e la riflessione razionale e a dar valore alle esperienze dirette. In particolare John Locke, condannando le punizioni corporali ed i metodi educativi repressivi, sosteneva che l’attività conoscitiva degli allievi dovesse essere spontanea e diretta e fondarsi su idee semplici e pratiche, dedotte dall’esperienza. Successivamente Rousseau, nella sua opera Emile, teorizzò l’educazione negativa, fondata sulla spontaneità dello sviluppo psicofisico del bambino, senza imposizioni esterne. La conoscenza e l’educazione, sosteneva il filosofo, provenivano dall’interno, dai sentimenti, dalle emozioni e dagli istinti: l’educatore doveva, quindi, assecondare, stimolare, promuovere esperienze, lasciare che il discente si muovesse liberamente e percepisse da solo i propri limiti e le proprie necessità.

Sulla spontaneità e sulla libera scelta in ambito educativo, si mosse anche Maria Montessori. La frase “aiutami a fare da solo” è quella che maggiormente sintetizza il metodo montessoriano, che prevede che i bambini siano liberi di svilupparsi e imparare al proprio ritmo, in un ambiente stimolante, caratterizzato da materiali che favoriscono le esperienze sensoriali e manipolative, sotto l’osservazione dell’adulto. In sintesi, Maria Montessori affermava che i bambini sono naturalmente inclini all’apprendimento e il suo approccio si concentrava sul rispetto della loro individualità, incoraggiando l’autoeducazione, l’indipendenza e la scoperta attraverso l’esperienza.

Una maggiore attenzione alle metodologie didattiche è stata rivolta nel XX secolo a seguito anche degli studi di psicologia dell’educazione, condotti da, Piaget, Vygotskii, Dewey e Bruner.

Il primo studiò le diverse fasi dello sviluppo cognitivo, il cui fine è l’adattamento, ovvero uno stato di equilibrio fra ciò che si conosce e ciò che è nuovo per la nostra conoscenza. Anche Vygotskij affermò che lo sviluppo cognitivo avviene per gradi ma che tale processo è frutto dell’interazione del bambino (discente) con figure più esperte (docente), quindi ha un’origine sociale. Il bambino ha un ruolo importante nello sviluppo delle proprie conoscenze, ma non è solo, poiché è guidato dall’insegnante che facilita e supporta nel raggiungimento di livelli superiori. Egli definì lo scarto tra ciò che il bambino sa fare da solo e ciò che sa fare insieme al docente “zona di sviluppo prossimale”: l’interazione tra pari e tra docente e discente e’ fondamentale per ampliare tale zona di sviluppo prossimale.

L’attivismo di Dewey interpretò il docente come osservatore delle abilità innate del bambino, che, messo in situazione, sperimentando nuove attività e vivendo esperienze pratiche e laboratoriali, apprendeva in modo concreto e significativo, elaborando le proprie conoscenze e sviluppando le proprie competenze. 

Il concetto di “mente attiva” di Piaget e Vigotskij è stato ripreso in tempi più recenti da J. Bruner, che ha studiato lo sviluppo cognitivo attraverso i processi mentali strettamente connessi al contesto culturale di riferimento del bambino. Il ruolo dell’adulto, secondo Bruner, non è quello di semplice osservatore: egli veicola e fornisce l’impalcatura (scaffolding) coinvolgendo il bambino, semplificando le possibili difficoltà insorte (facilitatore), orientando l’attività e supportando eventuali frustrazioni. Le impalcature fornite dall’adulto compensano il dislivello fra quanto richiesto dal compito e le abilità possedute dal bambino, consentendogli di progredire nella realizzazione dell’attività e di costruire nuovi significati.

Principali metodologie innovative

E’ a questi ultimi contribuiti pedagogici che si ispirano le moderne metodologie didattiche innovative che hanno trovato nelle tecnologie digitali importanti e fondamentali alleati, per rendere il processo di insegnamento- apprendimento più inclusivo e coinvolgente. A titolo esemplificativo e non esaustivo, saranno di seguito illustrate alcuni approcci didattici, che stimolano gli interessi degli studenti ben oltre la mera lezione frontale.

Il cooperative learning è una metodologia che si focalizza sull’importanza di apprendere insieme. Gli studenti, in piccoli gruppi, lavorano insieme per il raggiungimento di un obiettivo, sono responsabili della parte loro affidata e corresponsabili dell’apprendimento e del miglioramento degli altri componenti del gruppo (interdipendenza positiva). L’insegnante, in questo contesto, svolge il ruolo di organizzatore, facilitatore e mediatore e dev’esser in grado di pianificare le attività di apprendimento, strutturando anche gli ambienti. Tale metodologia richiede il coinvolgimento ed il contributo di tutti i membri del gruppo in tutte le diverse fasi dell’attività, dalla progettazione alla valutazione finale, sviluppando competenze sociali tali da saper gestire e superare i conflitti che possono insorgere nel gruppo.

La gamification, che ha come elemento preponderante il gioco (game), è una metodologia didattica innovativa che coinvolge e motiva gli studenti, incoraggiandoli al raggiungimento di traguardi ed obiettivi da soli o in gruppo. Tale strategia mutua regole, attività e comportamenti dai videogiochi, favorendo una sana competitività e collaborazione fra gli studenti nativi digitali. Vengono meno i compiti compilativi o le lezioni da ripetere, sostituite da un insieme di attività e tools che invogliano al miglioramento della propria performance: punteggi, traguardi, premi, indizi, livelli. Oltre, quindi, a sviluppare un apprendimento ludico e piacevole, la gamification potenzia il pensiero laterale nella risoluzione di problemi e le capacità logico-critiche.

Strettamente connesso alle metodologie precedenti, è l’approccio didattico basato su problemi, che parte dall’analisi di un caso problematico per l’acquisizione di nuove conoscenze (Duch et al., 2001). Il docente ha il compito di guidare, mediare e monitorare le varie fasi procedurali per la risoluzione del problema, incoraggiando la riflessione ed il ragionamento, e gli studenti, in base ai dati e le informazioni posseduti, formulano ipotesi e previsioni, che si traducono in azioni per la risoluzione del problema.

Dal contributo pedagogico di Bruner, nasce lo Storytelling applicato alla didattica, ovvero raccontare le storie anche utilizzando le tecnologie digitali. Lo studioso, infatti, sosteneva che “narrare è l’unico modo che abbiamo per far conoscere un accaduto”, innescando processi di elaborazione, interpretazione e comprensione di esperienze. Il docente, allora, promuove la narrazione di sé e di testi, predisponendo materiali e favorendo momenti di ascolto, ponendo domande ed offrendo spunti per inventare nuovi racconti. Lo studente, coinvolto in questo processo di co-costruzione narrativa, partecipa attivamente, verbalizzando, ponendo domande e ricercando attraverso gli strumenti tecnologici (tablet, pc, digital board) possibili fonti, immagini o canzoni al fine di realizzare elaborati digitali innovativi.

Tali metodologie didattiche, appena descritte, sono solo alcune di quelle più utilizzate e sperimentate nei contesti scolastici, fra le quali possiamo annoverare anche la Flipped classroom, il Teal, l’EAS, ecc.., ma tutte hanno un comune obiettivo: rendere lo studente protagonista del suo processo di apprendimento, acquisendo attraverso “il fare” le competenze necessarie (capacità di imparare ad imparare).

Didattica innovativa nel contesto europeo

L’innovazione degli approcci didattici si inserisce in un quadro più ampio, in linea con quanto richiesto dalla Raccomandazione relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente dell’Unione Europea del 2006, rinnovata dal Consiglio Europeo nel maggio 2018. Tale documento individua le otto competenze chiave intese come la “combinazione di conoscenze, abilità e atteggiamenti” per “la realizzazione e lo sviluppo personali, l’occupabilità, l’inclusione sociale, uno stile di vita sostenibile, una vita fruttuosa in società pacifiche, una gestione della vita attenta alla salute e la cittadinanza attiva.”

E’ in questa direzione che si muovono le politiche europee sull’istruzione, volte a promuovere la ricerca e la sperimentazione continue e l’adozione di pratiche educative innovative che favoriscano un apprendimento inclusivo, adeguato e concreto. L’Agenda 2030, infatti, prevede, all’obiettivo 4, che l’istruzione sia di qualità, equa ed inclusiva, promuovendo opportunità di apprendimento per tutti, senza disparità derivanti dal genere, dalla disabilità o dal contesto territoriale. Le metodologie didattiche innovative e la creazione di ambienti di apprendimento inclusivi ed efficaci, promossi e finanziati dal PNRR, hanno l’obiettivo di realizzare una didattica sostenibile stimolando la curiosità, la creatività e la collaborazione.

E’ sicuramente un approccio rivoluzionario, ben lontano dalla lezione frontale e dalla mera trasmissione del sapere, ed apre a nuove sfide ed opportunità educative, volte allo sviluppo di competenze tali da “formare gli individui in modo che siano innovativi, capaci di evolversi e di adattarsi ad un mondo in rapida trasformazione e di assimilarne i cambiamenti” (Delors, 1997, p. 63).

Quali risultati?

Alla luce di quanto scritto, però, ci si chiede perché, da circa un decennio, l’indagine sulle competenze degli adulti (Survey of Adult Skills), realizzata dall’OCSE, ponga l’Italia fra gli ultimi Paesi relativamente alla literacy, capacità di leggere e comprendere testi scritti, e alla numeracy, capacità di elaborare informazioni numeriche. Il gap maggiore si evince, però, nell’Adaptive Problem Solving, ovvero la capacità di identificare un problema, analizzare i dati e le informazioni disponibili, e ricercare soluzioni e strategie efficaci e pertinenti.

Quali sono i motivi alla base di tali risultati? Quali cause hanno provocato questi effetti che sembrano essere abbastanza sconfortanti nel panorama educativo e didattico? Qual è il ruolo svolto dalla scuola e quali strategie possono essere applicate per poter risollevare tali esiti?

Più in generale, è necessario contestualizzare tali dati, facendo riferimento al territorio, all’età ed al livello d’istruzione dei partecipanti all’indagine. In particolar modo, si evince che i divari territoriali incidono notevolmente sul raggiungimento di determinati esiti: i punteggi ottenuti al Nord e al Centro d’Italia sono abbastanza in linea con quelli della media OCSE, al contrario di quanto accade al Sud con valori inferiori alla media. Con tale obiettivo, è stato promosso un “Intervento straordinario finalizzato alla riduzione dei divari territoriali nel I e II ciclo della scuola secondaria e alla lotta alla dispersione scolastica” da parte del Governo in relazione alla Missione 4 “Istruzione e ricerca” del PNRR.

Non secondario, è, inoltre, il Progetto Agenda Sud previsto dal DM 176/2023, rivolto alle scuole del Mezzogiorno, con cui il MIM ha inteso garantire pari opportunità educative e di istruzione agli studenti puntando sull’innovazione e sull’inclusione. Tale intervento è stato ampliato dal D.M. 102/2024, coinvolgendo anche le regioni italiane settentrionali, Progetto Agenda Nord, prevedendo misure di accompagnamento per famiglie e studenti, azioni di orientamento, formazione del personale scolastico ed ampliamento del tempo-scuola al fine di prevenire e contrastare la dispersione scolastica con interventi mirati, fin dalla scuola primaria. 

Bisogna, altresì, guardare all’effettiva applicazione delle metodologie didattiche all’interno delle diverse classi: l’innovazione e la laboratorialità valorizzano le potenzialità degli studenti e li supportano nel loro percorso di apprendimento, ma quanti docenti sono effettivamente disponibili al cambiamento e quanti a sperimentare nelle proprie classi, abbandonando il sistema tradizionale basato sul libro di testo e l’interrogazione?

Indubbiamente, in questi ultimi anni, i fondi del Pnrr e le sollecitazioni europee hanno notevolmente contribuito a svecchiare l’impianto metodologico-didattico delle scuole italiane, ma per ottenere dei risultati ottimali si ritiene necessario puntare sempre più sulla formazione e sull’aggiornamento dei docenti, veri protagonisti dell’attuazione, che devono saper padroneggiare e veicolare strumenti e contenuti e strutturare ambienti di apprendimento idonei e inclusivi, volti a supportare azioni educative di qualità.

BIBLIOGRAFIA

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