Giovani e mobilità: come cambia il primo approccio alla guida

Negli ultimi anni, il primo approccio dei giovani alla guida sta vivendo una trasformazione profonda, alimentata da fattori culturali, tecnologici, economici e ambientali. In particolare, la Generazione Z – composta dai nati tra la metà degli anni Novanta e i primi anni Duemila – sta ridefinendo priorità e comportamenti rispetto alla mobilità individuale, segnando una discontinuità rispetto alle generazioni precedenti.

Mobilità multimodale e digitale

Il concetto stesso di possesso dell’auto come simbolo di autonomia personale sta perdendo centralità. La Generazione Z privilegia forme di mobilità più flessibili, integrate e digitalizzate. Secondo una recente indagine McKinsey, oltre il 55% dei giovani europei intende acquistare il proprio veicolo online, evitando l’esperienza tradizionale in concessionaria, scelta ancora preferita dal 40% degli adulti. Questo dato evidenzia un orientamento a favore della rapidità, della trasparenza informativa e dell’efficienza dell’esperienza digitale.

La mobilità è vissuta, dunque, come un insieme di opzioni interconnesse: trasporto pubblico, sharing mobility, micro-mobilità elettrica e, solo in seconda battuta, auto privata. La “multimodalità” si configura come una risposta adattiva a contesti urbani sempre più congestionati, ma anche come espressione di una sensibilità ecologica più marcata.

Sicurezza e innovazione tecnologica

Un altro elemento distintivo riguarda la crescente attenzione alla sicurezza, intesa non soltanto come rispetto del codice della strada, ma come esigenza strutturale delle infrastrutture e dei comportamenti. In questo contesto, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale applicata alla prevenzione degli incidenti, come il progetto RoadSafeAI sviluppato con il supporto del Politecnico di Milano, segna un passo importante. L’algoritmo analizza eventi critici attraverso i dati telematici di oltre 80.000 veicoli, individuando aree urbane ad alta probabilità di rischio.

L’approccio dei giovani alla guida risente fortemente anche dell’offerta formativa in tema di sicurezza stradale. Iniziative come il progetto Sicurstrada della Fondazione Unipolis, con i suoi moduli educativi digitali e gli eventi immersivi sul territorio, contribuiscono a diffondere consapevolezza e competenze. Non si tratta solo di trasmettere norme, ma di costruire una cultura della mobilità responsabile e sostenibile.

I primi passi: dalla micro-mobilità alla patente

Il percorso che porta un giovane a mettersi alla guida è oggi più articolato rispetto al passato. Sempre più spesso si inizia da forme di micro-mobilità elettrica, come monopattini o e-bike, per poi avvicinarsi progressivamente alla guida su strada. Questo passaggio richiede una transizione educativa, che non sempre viene accompagnata da un’adeguata formazione.

In questo quadro, la patente AM e la patente B – che consentono la guida di ciclomotori e quadricicli leggeri – rappresenta una tappa intermedia fondamentale. Essa permette ai giovani di sviluppare abilità e responsabilità progressive, muovendosi in ambienti urbani complessi e apprendendo a gestire il rischio in modo consapevole. Tuttavia, l’uso crescente di veicoli leggeri e condivisi non deve far perdere di vista la necessità di un bagaglio formativo solido e continuo.

La fragilità emergente dei giovani conducenti

I dati sulla sinistrosità stradale indicano una maggiore vulnerabilità dei giovani conducenti, spesso coinvolti in incidenti legati a distrazione, velocità e inesperienza. Il 2023 ha registrato un aumento delle vittime tra i ciclisti e tra gli utilizzatori di monopattini, molti dei quali giovanissimi. Questo trend segnala la necessità di interventi strutturali: da un lato, educazione preventiva e strumenti digitali interattivi; dall’altro, una pianificazione urbana che protegga gli utenti deboli della strada.

Anche la cosiddetta “povertà di mobilità” – ovvero l’impossibilità economica o logistica di accedere a mezzi di trasporto adeguati – rappresenta un ostacolo non trascurabile per molti giovani, soprattutto in aree periferiche. Intercettare questa criticità è cruciale per garantire pari opportunità nell’accesso alla formazione e alla mobilità stessa.