Il valore della “selezione” dei docenti – di Marcella Raiola

Una riflessione assai amara, ma necessaria, sul valore della “selezione” dei docenti, innescata da una deprimente conversazione tra “docenti”.
di  MARCELLA RAIOLA
A distruggere la scuola non è solo la politica, interessata al suo fallimento per ovvi motivi di facile riscossione del consenso, ma l’insieme di quei docenti del tutto allergici alla distinzione dei piani di discorso, che continuano a parlare di “bravura” del docente riferendosi al solo bagaglio di dati e che auspicano stoltissimamente che il discente diventi “cliente”, convinti che questo elevi la “qualità” del sapere… MA DI QUALE SAPERE? UTILE A COSA? A CHI?
Ci sono (e quanti sono!!!) colleghi convinti che la scuola sarebbe veramente in grado di assolvere alla sua funzione (che già non coincide, peraltro ed ovviamente, con quella che la sottoscritta le attribuisce!) se in cattedra vi fossero dei Mommsen capaci di comporre un elaborato in latino o in greco e che vagheggiano in modo idiota un (mai esistito) buon tempo antico in cui i professori erano davvero selezionati in base a queste abilità meramente tecniche, cui loro, operando una catacrèsi indebita, conferiscono tout-court  il nome altisonante di CULTURA.
Non solo. Ci sono colleghi convinti che solo il superamento di un concorso accrediti un professionista. Mi sono sentita dire, appena ieri, che i magistrati superano un concorso e che è questo che li rende “credibili” sul piano della affidabilità e preparazione, mentre il fatto che il docente si formi per altri due anni e faccia un tirocinio, ovvero impari a fare il docente anche tenendo presenti tutti gli altri aspetti del mestiere che intraprende, rende la professione “debole” agli occhi della gente, perché solo se si partecipa a una “gara”, a una “lotta all’ultimo sangue” per il posto si ha poi il diritto di vantare la propria competenza, di chiedere uno stipendio adeguato e di pretendere rispetto per il proprio ruolo… Se non c’è “selettività”, insomma, non ci sarebbe “professionalità”! Se le maglie sono “larghe”, se non ci si “gioca il posto” schiacciando gli altri (ma chi decide, poi? Chi c’è nelle commissioni dei selezionatori? Importa parlarne ai laudatores temporis acti? Quanti fattori concorrono a costruire questo fantôme della “superiore cultura” agitato dai colleghi?), non ci si può fregiare del titolo di “professori”.
Lascio da parte l’ipocrisia profonda che permea tutto il discorso, specie considerando i modi e i vizi della “selezione” concorsuale in un paese clientelare come il nostro, nonché la chiusura addirittura castale che è facilmente riscontrabile in ambienti come quello della magistratura o della medicina, dove il mestiere praticamente è ereditario.
Passo a chiedermi, piuttosto, per restare sul piano del metodo e della validità del ragionamento condotto, quando, come e perché questa mentalità mutuata dal lager (o da un’idea di fabbrica che al lager molto somiglia) abbia fatto breccia nella mente della gente di scuola. Passo a chiedermi come e perché questi colleghi preferiscano rifugiarsi in una dimensione puramente sincronica di pensiero e di giudizio, dimenticando i progressi metodologici e analitici che sono stati fatti dai tempi in cui si facevano i presunti “concorsi seri” ad oggi, dimenticando che comporre un elaborato su una traccia di letteratura, all’epoca dei “concorsi seri”, per esempio, significava giustapporre fascistissimamente una serie di retorismi vacui ed estetizzanti che sono stati molto ben pagati ancora a chi scrive, propensa di suo alla ridondanza e gratificata ogni volta che ne faceva sfoggio più o meno mirato, più o meno insensato. Quanti di quei “mostri” di scienza che superarono i “concorsi seri” sarebbero in grado di contestualizzare un testo dal punto di vista antropologico, per esempio, o di analizzarlo secondo categorie strutturalistiche? Quanti di loro sarebbero perfino in grado di distinguere l’approccio strutturalistico da quello idealistico, visto che il secondo si configurava come l’unico applicabile ed inamovibilmente valido, all’epoca in cui sfolgorò la loro eletta e da noi – maledetti epigoni – dissipata sapientia?
Mi chiedo… ma la risposta non arriva. Se arriva, non arriva da un complesso concettuale invalso e strutturato, degno di considerazione, ma dalla operatività nefasta di una serie di micragnosi fattori bassamente “psicologici” e soggettivi. Di una soggettività dannosa, però, che diventa plurima e si fa diffuso astio, diffuso pregiudizio, obnubilamento del giudizio, del pensiero critico e diacronico… Diventa volgarità, diventa ignoranza crassa.
Nescio… sed fieri sentio et excrucior.

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