“Piazza Continua” di Marcella Raiola

Non ho tempo e non ho voglia di chiedermi se, nello sputare sui nostri “NO” disperati, l’indisturbato distruttore delle poche regole del nostro scadente gioco istituzionale abbia dato prova di paura e segno di un’incipiente perdita di controllo o se abbia ribadito la sua inattaccabilità, certo di poter restare al potere, pateticamente incerottato, fino alla fine dei tempi, ovvero fino alla proclamazione ufficiale della morte della democrazia. Ha detto che la Sinistra ha dato vita al movimento “Piazza Continua”, sperando che la gente faccia dalle piazze quel che i suoi rappresentanti non sanno né riescono a fare in Parlamento…
La speranza è vera e la mobilitazione pure. E’ falso solo che sia la Sinistra demoniaca che s’è puerilmente inventato ad organizzare la piazza e a smuoverla. E’ vero, anzi, il contrario: è la piazza che sollecita, pungola, denuncia e scrolla una Sinistra collusa e democristianizzata, una Sinistra che valorizza e applica le antiche e mai dismesse “convergenze parallele”.
Ieri, sul palco di Piazza del Popolo, Roberto Vecchioni (che c’ha tenuto a dire, snobisticamente, che ha insegnato non solo letteratura ma anche latino e greco, come se questo qualificasse maggiormente un prof., e che la sua pensione, dopo 37 anni di insegnamento, è misera), ha fatto una stucchevole distinzione tra “NOI” e “LORO”, e un’altra, ancora più stantia e inconsistente, tra i “perfettini di destra” e “quelli che sbagliano” ma che sono “molto più UMANI ” della Sinistra…
Ma di chi parlava?? Da quale freezer  ha scongelato certe categorie? I PERFETTINI ? Cicchitto e Gasparri sono dei “perfettini”? Io pensavo si chiamassero squadristi! E poi… Chi c’è in quel “NOI”? Non certo io. Non certo quelli che, si votasse ora, avrebbero un fortissimo e legittimato imbarazzo a scegliere una forza, un’associazione, un movimento, un volto, una promessa, un programma. Voleva forse dire alla piazza e a me pure, che ero lì dopo quattro ore di lezione, un’ora e dieci di costosissima Frecciarossa e una corsa spasmodica per unirmi in tempo ai compagni in corteo, che dobbiamo “perdonare” gli “errori umani ” di Scilipoti, di Bersani, dell’odioso D’Alema, tutta gente responsabile dell’ascendere e del prosperare di Berlusconi e dei suoi schiavi, gente ignorante e corrotta che non ha esitato ad anteporre le proprie ambizioni miserabili e la propria visibilità politica alla tenuta etica, “fisica”, culturale e istituzionale del paese? NO, caro “collega” Vecchioni. L’attuale Sinistra non è “umana”. E’ ignobile.
Il “collega” ha citato pure Eduardo de Filippo e il suo eterno “Adda passà ‘a nuttata”.  Ma Eduardo ha scritto anche altre opere, ci ha regalato altre espressioni altrettanto illuminanti, anche se molto meno citate. Uno dei suoi più riusciti lavori teatrali, per esempio, è “Il Sindaco del Rione Sanità”: narra la storia di un piccolo boss di quartiere con un passato di violenza e di violenza giudiziaria alle spalle, un uomo rispettato e temuto, che segue una sua morale antistatale e camorristica, ispirata tuttavia ad una lealtà e ad un senso di “giustizia” difficilmente riscontrabile negli uomini delle istituzioni (e lo scopo di Eduardo era proprio quello di far risaltare tale lancinante contraddizione).
Ecco… in quest’opera, il protagonista, Antonio Barracano, intervenendo in un dramma familiare che vede un figlio rovinato dal padre e ossessionato dall’idea di uccidere il genitore, pronuncia un’altra frase lapidaria:”L’OMMO E’ OMMO QUANNO CAPISCE CHE ADDA FA’ MARCIA INDIETRO. E LA FA “.
Abbiamo fatto capire ampiamente, alla nostra umanissima  Sinistra, dalle piazze di tutta Italia, che la parte della società più avveduta, la parte non indifferente ai diritti né ai dolori, la parte che conosce e sa fare la differenza tra defezione contingente e legalizzazione della defezione, postula che si faccia “marcia indietro”. Ma la Sinistra non l’ha fatta. Non è tornata “Sinistra”, fino ad ora. Eduardo, perciò, direbbe e ci autorizza a dire che tutto è fuorché “umana”.  
Canta meglio di quanto concioni, il prof. Vecchioni. Non so se fosse dal vivo. Se lo era, è bravissimo. Quando ha cantato la canzonetta sanremese, la piazza si è accesa, le mie compagne di lotta si sono date la mano, simulando ironicamente l’abbandono emotivo di chi va a un concerto, e hanno oscillato coi busti, riempiendomi di tenerezza e facendomi venire in mente quel che disse quel viziato di Proust sulla musica popolare, che, cioè, non va disprezzata né sottovalutata, perché si riempie di tante anime quante sono le persone che l’ascoltano e l’amano. Quando ha cantato “Sogna, ragazzo, sogna”, poi, due ragazze, sedute in alto su un muro della piazza, hanno oscillato insieme festosamente, rapite nell’ebbrezza musicale, spiccando sull’immensa folla. Le ho guardate per un po’, incantata; le ho indicate a chi mi stava accanto. Parevano, così precise nel concorde entusiasmo, il metronomo di una sinfonia suonata da migliaia di pianisti ammantati di tricolore.
Anche io avevo il mio. Grandissimo. Scesa a Termini, m’ero subito messa a cercarne uno. La copia della Costituzione l’avevo già, invece; era quella che avevo conservato dal 1988, quando i giornali la pubblicarono e offrirono in lieto omaggio per il suo 40° anniversario. Bei tempi! Il veleno leghista non era stato ancora inoculato nel corpo inerme del paese; il muro non era ancora crollato e le cose parevano inquadrabili ancora, ancora interpretabili secondo delle coordinate storicamente valide o perlomeno verosimili; gli stupri etnici non avevano ancora contaminato e sventrato  l’Europa postbellica come sarebbe avvenuto di lì a pochi anni in Kosovo e Serbia; l’Università, cui allora per il primo anno mi iscrivevo, costava 300.000 lire a ricchi e a poveri e agli esami si portavano non meno di 4 volumi, su cui si litigava coi prof. più rissosi e più geniali, oggi tutti scomparsi, almeno nel dipartimento che fu il “mio”…  Strano… Nello scendere di casa, alle sei del mattino, l’avevo presa senza esitazioni, come se il fascicoletto si fosse segnalato da sé, tra i libri che lo nascondevano. Un collega di tutte le battaglie mi aspettava a Largo Santa Susanna, per guidarmi al resto del gruppo ormai storico dei precari napoletani. “Gennaro, hai visto qualcuno che vendesse delle bandiere? “. Proseguendo, poi, ho visto delle bandierine sporgere da un negozietto. Ne ho presa una, ma, avendo constatato che all’interno c’erano i drappi tricolore grandi, ho lasciato la bandierina e ho comprato uno di quelli. 5 euro. Uscita, ho indossato il mio tricolore. Poi, dopo un po’, mi sono resa conto che a vendermelo era stato UN CINESE!
L’ho fatto notare a Gennaro, il quale ha trovato, nella sua stanchezza rassegnata e composta, un sorriso significativo, emblematico quanto il fatto che a consegnarci il senso e il contrassegno della nostra identità sbiadita e vilipesa fosse stato, appunto, un cinese che forse, stabilendosi a Roma, ha perso la sua e non ne può parlare con nessuno… Il caldo primaverile ha accompagnato e scandito i nostri slogan, le nostre nuove parodie di famose canzoni, rivisitate, stavolta, in chiave antileghista. Una signora romana, ad un certo punto, ha detto al marito: “Restiamo in questo spezzone qui: questi sono creativi! “, onorando il CPS Napoli e il CPS Roma, che sfilavano assieme, come sempre…
… UGUALI! … SENZA DISTINZIONE DI SESSO … DI RELIGIONE, … DI OPINIONI! … I MAGISTRATI RISPONDONO SOLO ALLE LEGGI… LO STATO RIMUOVE GLI OSTACOLI … L’ARTE E LA SCIENZA SONO LIBERE E LIBERO NE E’ L’INSEGNAMENTO… Gli articoli della Costituzione, come una litania laica cui gli applausi e gli sventolii dei tricolore rispondevano, a mo’ di secolare “ora pro nobis”, hanno vibrato dal palco con la disperata stentoreità di chi non vuole sparire, con l’incisiva profondità scultorea dell’epitaffio che richiama il passante perché legga, conosca, ricordi, perché la morte non cancelli la memoria…
La nostra “capa”, all’improvviso, mi è venuta ad abbracciare. Si era accorta che stavo piangendo. Ha pensato che fossi commossa dalla folla, dalla circostanza. Ero, invece, oppressa dal dolore per il fatto che quella cerimonia fosse necessaria, per il fatto che quegli articoli risuonassero non per presentarsi in vista di una lunga, attesa e condivisa vigenza, ma per ribadire una validità contestata e negata da mascalzoni resi potenti dall’indifferenza e dalla leggerezza assai più che dalla malafede di pochi servi viscidi e senza dignità. Piangevo di umiliazione. Non mi pareva vero che quel testo, che non è un feticcio, ma che è atto a garantire la vita repubblicana, democratica, dovesse difendersi, mostrare la sua “competenza”, spiegare se stesso… Umiliazione e rabbia: come quando la Gelmini si permise di dire a Rodotà che non era in grado di capire quel che lei capiva, come se la Montalcini venisse chiamata alla lavagna a fare una divisione a due cifre… Dolore, non commozione. Ma non l’ho detto. La “capa” mi avrebbe rimproverato aspramente. Non sopporta che nessuno del CPS soffra, manco per un istante. E non tollera che si perda la speranza nella sicura vittoria finale. Proprio per questo è lei la “capa”!
Il tricolore scivolava; l’avevo messo “a toga”, ma il nodo s’allentava. Ho trovato una soluzione magnifica: l’ho fatto passare per due occhielli del bavero del cappotto. Ne è venuta fuori una coccardona con strascico, elegantissima e colorata, che non avrei saputo realizzare manco se mi ci fossi messa con la testa e col pensiero, come si dice. In treno, l’ho tenuta così. Si è fatto un po’ tardi. Torme di adolescenti hanno invaso le vie ed entravano in Vesuviana profumatissimi, gelatinati, truccati, superaccessoriati.
Ero certa che il mio tricolore avrebbe suscitato sberleffi e commenti volgari. Mi sono preparata. Ero “carica” a sufficienza per rispondere, anche solo con uno sguardo schifato e squalificante. NIENTE. Nessuno ha detto NIENTE. Hanno guardato il tricolore, hanno guardato il “tubo” di bristol che avevo in mano. Hanno capito. O forse no. Hanno rispettato. O forse no. Hanno avuto pudore di insultare il sangue versato e da versare, la pagina bianca da riempire di parole giuste, di poesia vera, il campo verde in cui far germogliare i diritti, in cui piantare talee di generosità. Hanno compreso, avvertito, sentito che sputare su quel simbolo sarebbe stato come sputare sulle loro facce o su un’icona (e i vesuviani conoscono bene il proverbio antico: “NUN SPUTA’ N’CIELO, CHE ‘N’FACCIA ‘TE TORNA! “). Ho potuto fendere, indisturbata, stormi di giovani cazzeggianti alla stazione o in marcia per andare a spendersi gli spiccioli di sabato rimasti. Sono tornata a casa con la memoria dell’ultima testimonianza resa intatta, senza oltraggi da smaltire. A casa, il riscaldamento era acceso e faceva caldo, ma ho tenuto il cappotto addosso ancora un po’.

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