“Respingendo i Barbari” di Marcella Raiola

Cronaca “emozionale” di un mese di lotta studentesca e precaria, culminante nella manifestazione nazionale dell’appena trascorso 30 ottobre.

di Marcella Raiola

La Manifestazione… manifestazione, manifestare, manifesti, corteo, furgone, fondi, ufficio stampa, attacchinaggio, locandine, volantinare… Riunioni; sottogruppi operativi; Mago Maffione materializza palco e musicanti; Barbarella normalizza la follia, addomestica l’ansia accogliendoci nel suo ordinato rifugio neutrale, pieno di giochi di società e promesse di parole da dire senza pressioni, senza pretese di rientri, di ritorni, di guadagni, di epici effetti, parole da sprecare saggiamente, argutamente, serenamente, per la gioia di sentirle uscire di bocca, senza obiettivi da colpire o da raggiungere, solo per volare libere; Vito, con le sue magliette da piazzare e i conti che non tornano, annuncia defezioni gravi e improvvise (ah! il furgone con l’altoparlante è “saltato”!) come fossero altrettante benedizioni; Romilda fa onore alla sua sigla presentandosi sempre, cercando di razionalizzare un caos che si autoalimenta, un caos che – lei lo capisce bene – si nutre e gode più dell’aspettativa che dell’evento in sé, e che cerca di prolungare, tracciando ipotesi di colori, trovate, slogan e gesti pregnanti, non solo il piacere di immaginarlo, ma anche il “piacere”, più sottile, tutto euripideo, di paventarne collettivamente il fallimento parziale o totale.Sto seduta nel cerchio degli amici e degli studenti, con il quadernino delle buone intenzioni in mano, tanto per darmi un tono, di fronte al finto cipiglio della “capa” inkefiata, che dissimula l’agitazione e l’eccitazione e che, tra un resoconto e l’altro, tra un’adesione e l’altra, tra una promessa guascona di exploit e una proposta stravagante di troppo, elenca periodicamente le magagne, le cose “basilari” non fatte, colpevolmente non previste, dolosamente inevase (Guagliu’… siete inaffidabili!)…
Il mese è andato via così, avvolto nella sospesa atmosfera dell’attesa calibrata, attesa di altrettante ore X, di giorni di protesta fissati come interrogazioni da fare per la salvezza, per non beccare il recupero, per evitare un’estate, una vita di noia e di oppressione: 8, 16, 30. La prima data mi aveva trovato ancora disoccupata. Non credevo molto nella mobilitazione degli studenti di Napoli… Ero arrivata già stanca, in piazza, ma c’era Laura, mia sorella, con me, stavolta, e avevo l’incentivante gioia di farle conoscere il gruppo di lotta: Giuseppe, svettando, mi aveva segnalato l’assembramento di miei, che, come Odisseo alla corte dei Feaci, placavano lo “stygheròs gastèr”, il ventre cane, bevendo caffé bollente in un bar protetto dall’ombra di Garibaldi. Presentazioni… “Vi somigliate”… “Non vi somigliate”… Non ci somigliamo, no. Io ho sempre avuto bisogno di qualche pagina o di qualcuno che mi dicesse: “ribellati!”; Laura ha il suo istinto, invece, che fin da piccola le fa dire “no!” a qualunque comando, vessazione o compromesso.Il corteo era partito in sordina, o forse ero io che avevo la sordina all’anima e percepivo entusiasmi ed energie come attutiti; avevo notato, però, una compattezza e una consapevolezza nuove sui volti dei ragazzi. Gli striscioni erano pieni di risentimento per le condizioni strutturali degli edifici, per la mancanza di laboratori, per la didattica stantia… Hai visto mai – pensai – che questo attacco frontale li ha messi in condizione di capire finalmente quanto perdono, quando perdono la scuola?Poi era arrivato Ciro, il collega di Somma Vesuviana che non vedevo da due anni, con alcuni dei suoi alunni, a promettere sostegno e offrire supporto tecnico-organizzativo per l’evento del 30 ottobre. Sentirlo parlare dei ragazzi come della sola ragione di vita plausibile e rinvenibile mi aveva ridato slancio. Mi ero accorta che i ragazzi erano davvero tantissimi… Il Rettifilo debordava…
Ciro voleva che parlassi al microfono dell’auto che trainava il corteo. Non mi sentivo pronta… Cosa dire? Dati vecchi, cose note, denunce già fatte, proclami già proclamati… I ragazzi si scocciano a sentire i prof. parlare. Questo era il “loro” sciopero. Una studentessa, dietro di me, però, a un tratto, come per una arcana coincidenza, aveva detto: “Oh… però i professori mica ci stanno! Dove sono, loro? “.
Mi era venuta una immediata voglia di smentirla, di farle capire che non avevamo delegato la lotta a loro, che stavamo sporcandoci le mani, almeno noi precari, da un po’ di mesi… Non volevo neppure deludere il collega. Chi depone nella parola la sua identità deve in ogni circostanza identificarsi con una parola…
Fu una specie di climax ascendente: dalla partecipazione doverosa ma spenta all’ebollizione, alla rabbia, accesa anche da un calore agostano, che mi fece tornare in mente le notti davanti al provveditorato, i treni per Roma, gli scontri coi politici vigliacchi, le lacrime di quando portarono via Giacomo con l’autoambulanza, da una piazza Montecitorio inutilmente assediata dagli scioperanti della fame…
Bastò una “OLA”; mi accovacciai a terra e poi schizzai su tutt’a un tratto, a un comando dello studente che ci guidava, e corsi, corsi in avanti, insieme a tante verdi cavallette di 15-16 anni, urlanti e piene d’energia… Giunto il mio turno, mi ero resa conto che il mio disagio, la mia apatia, il mio spleen venivano dal fatto che ero priva delle “mie” classi, del turbinio pazzesco delle dispense, delle schede, delle slides, delle versioni… e allora avevo urlato ai ragazzi che, togliendoci loro, ci avevano tolto la vita, a noi precari. Non era retorica, ma realtà, realtà di un destino, quello di vivere, appunto, mediatamente, le vite in fieri dei ragazzi che ci guardano, e realtà di un desiderio cocente, il desiderio di tornare in classe e raccontare storie antiche a chi le sa ascoltare, e convincere chi le ascolta che gli serviranno, che saranno la sua bussola quando non troverà la via…
Poi era arrivato il 16. A Roma. Con la Fiom. Per la Fiom, anzi, perché il suo paradigma di lotta trionfasse, trionfi… Stavolta avevo preso servizio. A Pomigliano. Il primo giorno di scuola, entrando nell’edificio, avevo visto campeggiare sul portone la scritta: “LICEO CLASSICO-SCIENTIFICO V. IMBRIANI – PRESIDIO DI FORMAZIONE”. Che bello! PRESIDIO DI FORMAZIONE ! Sa di fortino che non s’arrende, di legione straniera, di torre di guardia con le sentinelle vigili a segnalare nemici, ad organizzare la resistenza… la RESISTENZA…
Mi era parso emblematico, quasi fatale un incarico a Pomigliano, proprio a Pomigliano, in quel momento storico ed esistenziale. Mai sono entrata in classe con più sicurezza e speranza. Né i ragazzi mi hanno deluso. Sono figli di gente per cui il lavoro non è portare il pane a casa o dare qualche bracciata di fatica a uno Stato avaro e lontano; sono figli di gente per cui lavorare è CREARE, reinventare il mondo, plasmarlo, migliorarlo. Lo si vede dai bar, dall’impegno che profondono nel farti il caffé macchiato, dalla quantità inverosimile di cacao spolverizzato, dal fatto che ti servono prima che paghi, che ti accolgono come un ospite in casa… Sono figli di un paese in cui lavorare significa elaborare concettualmente, ogni giorno, il valore del lavoro e le sue finalità e implicazioni umanistiche e umane. Per questo non si alzano, non mormorano, non mostrano insofferenza anche se continuo a parlare dopo che la campanella è suonata; per questo le grammatiche le hanno mandate giù a memoria; per questo me li sono trovati a fianco nel corteo, a Roma, quasi a Piazza S. Giovanni… “Prof. … Siamo contenti di vedervi qua”… “E io contentissima di vedere voi!”.In piazza eravamo giunti esausti, dopo un corteo bagnatissimo, con la pioggia che dalle aste delle bandiere ci gocciava nelle maniche delle maglie, ci intrideva e imbeveva come tronchetti della felicità innaffiati dalla padrona di casa di ritorno dalle vacanze… Ma avevamo ritrovato tutte le facce belle dei nostri amici: Roma, Milano, Bari, Catania, Sciacca…, che facevano fatica ad accendersi le sigarette, sotto l’acqua implacabile. La nostra piccola grande Arianna, che trova sempre il filo per trarci fuori dai labirinti dell’indecisione e del dubbio, aveva già fatto il suo intervento dal palco: da ogni lentiggine aveva tirato fuori una vibrazione, una parenesi, una seria richiesta di riscatto e di ritorno alla dignità. Della scuola, dello Stato, della Vita. Un milione, un milione e mezzo di corpi, di volontà, di pantaloni e gonne, di cappelli e piercing, di stivali e sandali. Piazza S. Giovanni ancora fresca di urla, ascoltava Landini, lo eleggeva idealmente a leader…
… E ora tocca a noi; ora tocca anche a me. Ora siamo a pochi giorni dalla fatidica manifestazione per la scuola pubblica che trasformerà Napoli in un fiume d’anime confluente nel mare cicatrizzante della solidarietà e della rabbia coralmente gridata.? La pioggia non dà tregua. Io e Gennaro, nell’ultima settimana, andiamo a tappezzare le carrozze dei treni della Vesuviana coi manifesti. Aspettiamo la sera. I treni sono fermi e le porte aperte. Cominciamo dal binario 2. La Vesuviana ha 600.000 utenti, studenti e pendolari, per lo più. Ci sono già alcuni manifesti, che invitano alla sagra della castagna. …”Genna’, tu reggi alla parete e io attacco con lo scotch”. “Va bene…” “Qui la locandina rigida; qui un set di volantini… Passamene uno di invito e uno “esplicativo” … … “Genna’… ma nun vide che è tutto stuorto?? ” “Ehm… sì “, risponde Gennaro… “ho qualche piccolo problema di coordinazione psico-motoria”… “Qualche piccolo problema?? Genna’ TU STAI ACCISO, ‘O FRATO! “. Gennaro ha studiato psicologia, sociologia etc. E’ troppo “munito” per prendersela; troppo addentro ai misteri della psiche per reagire come un qualunque essere umano. Lui si diverte, quando lo si sfotte, perché trae dallo sfottò materia di studio, di analisi… E menomale, perché meriterei di essere lasciata sola ad attacchinare manifesti su manifesti!. Al binario 5 arriviamo già sfiniti. I treni sono lunghissimi e si ha l’impressione che siano sempre sguarniti.Mentre sospendiamo un volantino, il treno si muove. Le porte si chiudono e le luci si spengono. “Genna’… questo CAMMINA!!!!! DOVE CI PORTANO?????” “Calma”, risponde serafico Gennaro. “Siamo a Porta Nolana. Si fermerà a Garibaldi, alla Centrale; scenderemo e torneremo qui a piedi…” “MA CHE PALLE!!!! “. Ma il treno non si ferma. Procede! Uso il pulsante dell’allarme; urlo: “EHI… CI SIAMO NOI!!! SIAMO DENTRO!!!!”… Il treno avanza ottusamente verso un binario secondario, morto, dove altri convogli riposano, in attesa di riparazione, manutenzione o pulizia. Si ferma. Poi tutto tace. Guardo Gennaro costernata: “COME FACCIAMO, ORA???”… Inizio a battere forsennatamente contro le porte chiuse: “AIUTO!; APRITECI!”… Finalmente qualcuno ci sente e ci domanda chi siamo, cosa facciamo a quell’ora in un treno. Spiego la situazione. Ci risponde, infastidito, che i manifesti non si attaccano a quell’ora. Faccio notare che a quell’ora agiamo indisturbati e non rechiamo noia ai passeggeri. Tace. Lo seguiamo, per tornare indietro, lungo i binari. Metto il materiale cartaceo sotto il cappotto e bestemmio, mentre cammino inciampando sui sassi dei binari per 500 m, sotto la pioggia. Poi ci fanno salire su una scaletta di ferro. Il ferroviere trova lì due colleghi, che ci guardano esterrefatti. Dice loro, con aria e tono di insolente degnazione: “Steveno mettenn’ ‘e manifesti dint’o treno”… e solo perché ci vede piuttosto contegnosi evita di aggiungere ” ‘STI ‘ DDUJE STRUNZ “, ma si percepisce chiaramente che è sottinteso.Arriva un altro treno diretto al Terminale. Saliamo. I macchinisti ci guardano. Imperterriti, forti del permesso richiesto, attacchiamo manifesti sotto i loro occhi. Uno dei macchinisti, non pago di tutto quello che avevamo già passato, si mette sadicamente a dire che Gelmini ha ragione e che 220.000 precari non si possono assorbire. “Me lo mangio” letteralmente, dicendo che non è vero che i precari sono 220.000 né è vero che debbano essere assunti tutti subito. Proseguo snocciolando dati e argomenti noti. Cede e dice che “per carità”, lui ha la figlia che insegna…
Si fa l’una di notte. Rientriamo esasperati, distrutti… Quanta vita, quanto tempo ci toglie la stupidità di una sola donnetta ignorantissima e disonesta postasi al servizio di gentaglia infame! E’ questo quel che più mi fa rabbia. Dico a Gennaro che in tutte quelle ore avrei potuto finire la lettura dei Remedia Amoris di Ovidio, appena intrapresa… Gennaro allarga le braccia, con la sua proverbiale pacienzia. Non abbiamo neppure mangiato. In macchina, trovo una mentos ammuffita in borsa e gliela offro… “Buona”, dice allegramente Gennaro… “è alla fragola!”. Possa ciascuno di quelli che leggono questa nota trovare sempre un aroma di fragola in fondo ad ogni giornata amara!
Oggi è il 30. Passo per il Liceo. C’è assemblea d’Istituto. I ragazzi mi dicono: “Prof.ssa, abbiamo visto i manifesti nel treno!”. Sorrido contenta e mi vergogno un po’ di tutte le mie lagne. Piazza Mancini è un salotto sporco, ma gli ospiti lo sapevano, della munnezza, e non si formalizzano. Sono venuti per mettere a frutto anche quella, per innestare il fiore della protesta proprio sui sacchetti immondi che deturpano la facies della città più accogliente del mondo, che sfoggia il suo più caldo sole, per l’occasione.
Una faccina sconosciuta di donna con gli occhiali, mi guarda; mi vede impegnata a gonfiare palloncini anti-Gelmini e mi dice solo: “CATANIA!” Chi mi conosce anche bene sa sempre troppo poco l’amore che porto alla Sicilia. Sfoggio il mio più bel sorriso: “BENVENUTI!”. Poi vedo le facce carissime e note dei compagni da tutta Italia e poi, ancora, sento Pietro, che viene a “svegliare” i napoletani dormienti con la sua voce stentorea da banditore di Federico II, e a svelare il legame tra politiche governative e politiche scolastiche in modo che si sappia qual è lo scopo ultimo e vero di ogni nostra protesta: liberare l’Italia dall’infame torma di rozzi servi che la prostra e umilia. Saluto con gioia Claudia, appena scesa dall’Alkadia di Capitan
Harlock a combattere contro la mazoniana Gelmini, e vedo colleghe napoletane che sono modelli di professionalità: Paola, Giovanna (che viene da Ischia), la mia delicata e sensitiva Rosa-Rosae… Partiamo. La “capa” è preoccupata ed emozionata. Arrivano i bambini, i disabili, che portano stemmi medievali emblematici del regresso culturale e socio-pedagogico indotto da questo governo ipocrita e violento, che blinda le pance della madri incinte di disabili e macellerebbe quelle che abortiscono, assimilandole a delle assassine, ma poi proclama che il disabile è un rifiuto umano che disturba e che va lasciato fuori dalle aule dove si impara a diventare anzitutto “produttivi”…
Tutt’a un tratto mi sento rosa shocking; il sole fonde le tinte e me ne rimanda una sola. Sento l’anima tingersi di fucsia; guardo la bandiera del CPS che porto con orgoglio, nuova di zecca, e la faccio vorticare alta, alta, alta, saltando, cantando, urlando…
E’ un momento liberalizzante e liberatorio. E’ una testimonianza collettiva di amore per il bello, per il colore, per la musica, per la vita, contro il grigiore indistinto della marcia servitù, delle teste che si inchinano, della dignità che si frange e sfrange nella difesa strenua delle violente e matte bestialità di un uomo solo, disgustoso, corrotto, patetico, mostruosamente ignorante e vuoto. Il ministro della Pubblica Istruzione
ne giustifica ed esalta la passione sconcia per le minorenni; dichiara che è un vezzo tollerabile in un “grande”, che le minorenni sono ben liete di… … Cose becere, che disturberebbero già in bocca al vecchio squadrista analfabeta che sputa rabbia impotente all’angolo di un bar di provincia, ma che allarmano e sgomentano quando compaiono sulla bocca di un ministro, di una donna, per giunta, che invoca, peraltro, sui professori, la mannaia di un periodico “esame” che ne verifichi l’idoneità etico-culturale alla professione…
Napoli è tutta un urlo contro questo stile di gestione del potere, contro la distorsione e contorsione della legge, contro la defunzionalizzazione del sapere, contro un mondo che credevamo parzialmente affossato con Mani Pulite (a proposito: dove sta l’IDV che ci aveva dato l’adesione?) e che, come un fiume carsico, riappare invece concretato attorno a Berlusconi, come lo sterco si rapprende attorno a un palo disseccato.
E allucchiamo, allora, allucchiamo come i pazzi, e non abbiamo solo il bondiano “armamentario bolscevico” da riesumare, ma nuove e nuovissime elaborazioni critiche, in parole o musica, da scandire, da sottoscrivere. Giuseppe legge appassionatamente le più significative mentre andiamo verso Piazza del Gesù, passando
tra cumuli di spazzatura che ci fa piacere mostrare, per far capire agli amici, molti dei quali deliziati da una ben documentata mattinata “turistica”, che abbiamo bisogno di loro, dell’Italia tutta, di cui siamo emblema, per risollevarci, e che mai come quest’oggi abbiamo scelto bene il palcoscenico da cui inviare un messaggio disperato ed esasperato ai pòrci che si autoassolvono e a quelli che tentennano, prolungando l’agonia di questo non-governo in modo vile e ignobile, senza curarsi dei disvalori e dei messaggi esiziali che intanto passano e che sarà difficile denegare, rintuzzare, rinnegare in seguito…
Il girotondo dannato arriva in piazza. Si parla, si propone, ci si rincuora nel venire a sapere che dei genitori americani considerano i docenti italiani superlativi e che mandano qui i loro figli, perché recitino Saffo già in V elementare… Io sono commossa, svuotata, sudata. Mentre cala la sera, chissà perché mi viene in mente una lirica splendida di Costantino Kavafis, quella “Aspettando i barbari” citata da tutti i fautori dell’integrazione, e che, come tutte le grandi liriche, è polisemica, si presta a più interpretazioni.
Mi viene in mente l’ultima strofa: “Perché d’un tratto questo smarrimento ansioso? /I volti some si son fatti seri/ Perché rapidamente strade e piazze si svuotano / e ritornano tutti a casa perplessi? / S’è fatta notte e i barbari non sono più venuti… Taluni son giunti dai confini/ han detto che di barbari non ce ne sono più./ E adesso, senza barbari, come faremo noi? Era una soluzione, quella gente!…
Cerco di capire perché mi sia venuta in mente. Certe cose non sono mai insensate… Ho paura, però, di pensare; ho paura di scoprire che i barbari non arriveranno perché sono dentro di noi e che periodicamente facciamo loro spazio, senza saperlo, per un aggiornamento o per un ripasso, salutare o mortale, dei nostri princìpi.

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