Il bollino blu è arrivato anche nella scuola

Questo scritto è opera di fantasia, ogni riferimento a persone e fatti reali è casuale

IL BOLLINO BLU DELLA QUALITA’ E’ ARRIVATO NELLA SCUOLA

Quando ne ho sentito parlare, tanti anni fa, ero ancora ingenua, nonostante l’età non più verde, e mi sono buttata, ancora una volta anima e corpo, in quella che mi sembrava una magnifica avventura che avrebbe contribuito a migliorare la SCUOLA, scritto con le lettere maiuscole.

Io ho fatto di tutto nella scuola: sono partita come precaria da una scuola parificata magistrale di Roma, ho lavorato in scuole di recupero, scuola materna, elementare, media, collaboratrice del direttore, responsabile di plesso, aggiornatrice, commissario in un concorso riservato, responsabile di progetti, francese alle materne, Comenius…,ho dimenticato qualcosa?

La certificazione della qualità: sui primi incontri ai quali partecipavo, mi ero creata delle forti aspettative; pensavo di sentir parlare di qualità dell’insegnamento in senso stretto, di avere dei suggerimenti sui percorsi culturali e didattici, pedagogici, filosofici, letterari, non dissertazioni sul management, sui processi industriali, sul lavoro nelle fabbriche. Lì per lì rimanevo interdetta, pensando di aver capito male. Ho sempre avuto poca stima di me stessa, o, per dirla con una mia collega che si è licenziata dalla scuola perché guadagna molto di più, lavorando meno, come psicologa, non mi sono mai saputa vendere lodandomi e incensandomi da sola. Ho sempre fatto il mio lavoro di insegnante confrontandomi con gli altri, così quelle prime volte, visto che gli altri presenti avevano l’aria apparentemente attenta e interessata, ho pensato che fossi io a non capire.

Pensavo: ma che c’entrano i processi produttivi con i processi educativi? Che hanno a che fare i dirigenti bancari con i dirigenti scolastici? E se anche vogliamo parlare di qualità per i dirigenti, come conciliare il lavoro dell’insegnante con i processi industriali? Boh, non ci capivo nulla, non avevo risposte da darmi.

Poi è arrivato il momento infelice e tragico in cui la scuola, la mia scuola, ha fatto il grande passo di aderire a questo immane, grandioso, faraonico progetto della QUALITA’, e lì ho cominciato a capire. Beh, abbiamo dovuto sacrificare un po’ di finanziamento pubblico per investirlo nella formazione dei certificatori interni, nel pagamento delle periodiche ispezioni dei certificatori esterni ed interni, senza contare l’immane mole di documentazione cartacea diventata pletorica, gravante sul groppone di ogni singola persona.

Ma vi siete mai chiesti cosa documentiamo? Tutto, dagli acquisti dei detersivi ordinati dai bidelli, pardon, collaboratori scolastici, ai tre preventivi richiesti alle ditte per il trasporto degli alunni (gite); dai progetti senza oneri per la scuola, alle varie programmazioni e verifiche che nessun dirigente leggerà mai, se non in casi veramente eccezionali. L’imperativo categorico è: non è importante quello che c’è scritto sul modulo certificante, importante è che il modulo sia A NORMA. La norma si chiama………

Questa sigla, che non voglio sapere cosa significhi, è il mio incubo, il nostro incubo. Qualche giorno prima dell’ispezione, due o tre volte l’anno, i certificatori interni (in genere insegnanti), impazziscono per controllare se manca una firma su qualche circolare o sul registro, si perde tempo prezioso per controllare e ricontrollare scartoffie, tutti sono immusoniti e malcontenti. Il giorno dell’ispezione c’è lo scappa scappa perché, se hai la sventura di essere chiamato tu e “interrogato”, e non sai, per esempio, in quale armadio vengono conservate quelle scartoffie specifiche, l’onta e il disonore ricadono su tutta la scuola.

Vi chiederete, e anche se non ve lo chiedete ve lo voglio dire lo stesso, in questo processo di certificazione della qualità del servizio offerto dalla scuola, quando viene coinvolto il processo educativo degli alunni? Mai. Quando e come viene documentato il modo d’insegnare dei docenti, le sue azioni didattiche eccetera? Mai. E il modo di relazionarsi cogli alunni, coi colleghi, i rapporti, a volte problematici, coi genitori? Tutta roba di secondaria importanza.

Oddio, adesso hanno inventato le valutazioni dell’Invalsi, ma di questo magari parleremo un’altra volta.

E allora a che serve la qualità? Io non vi so rispondere, davvero. Vorrei che me lo spiegassero bene il mio dirigente scolastico e, soprattutto i miei colleghi certificatori, che si offendono quando qualcuno, timidamente, osa dire a voce alta e occhi bassi: ” Ma perché non smettiamo di certificarci?” Pare che senza, il ministero, nelle vesti attuali della tenera Gelmini, non ci darà più soldi…

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