Obbligo scolastico

La Uil Scuola interviene a proposito delle nuove disposizioni sull’ obbligo scolastico.

Audizione del 10 Febbraio 2010
presso le Commissioni riunite I e XI (Lavoro e Previdenza Sociale)
del Senato della Repubblica
sul Disegno di Legge n. 1167-B
con specifico riferimento alle modifiche apportate nel corso dell’esame
alla Camera dei Deputati
e segnatamente al comma 8 dell’articolo 48
Memoria scritta
La UIL ha già manifestato in più occasioni la propria posizione in merito all’emendamento
oggetto di questa audizione, non ultima la lettera dello scorso mese, indirizzata agli Onorevoli
Capigruppo del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati ed ai Presidenti della
Commissione Lavoro di entrambi i rami del Parlamento, in cui abbiamo chiesto esplicitamente che
l’emendamento in questione venisse abrogato.
Nonostante le modifiche che, nel frattempo, sono state apportate al testo originale, che
prevedono un confronto formale anche con le Parti Sociali e le Regioni, continua a non convincerci
un apprendistato che si profila contemporaneamente come un abbassamento della soglia d’ingresso al
lavoro ed una riduzione della significativa importanza dell’obbligo di istruzione a 16 anni, per
raggiungere il quale abbiamo impiegato molti più anni che la maggior parte dei Paesi europei.
Vale la pena di ricordare che il contesto normativo in cui la nuova disposizione verrebbe a
collocarsi vede prima l’istituzione dell’apprendistato in diritto dovere – sancito dal D.Lgs. n.276/03 – a
ed a seguire l’innalzamento dell’obbligo d’istruzione a 16 anni – introdotto con la Legge n. 296/2006 -: è
evidente che va sciolto il nodo del “raccordo temporale” tra i due istituti ma non condividiamo che
questo debba essere risolto intervenendo sul primo (peraltro, ancora tutto da regolamentare, seppure
finalmente all’attenzione del Governo), in modo tale da favorire di fatto l’accesso al lavoro a partire dai
15 anni, con grave nocumento dell’innalzamento dei livelli di competenze dei nostri ragazzi, tanto più
che l’aspetto formativo dell’apprendistato, qualunque sia la tipologia presa in considerazione, finora ha
deluso le aspettative di tutti.


Del resto, il nostro sistema di istruzione e formazione fornisce già alcuni strumenti per coloro
che desiderano coniugare percorsi scolastici ed aziendali, sia di istruzione tecnica e professione sia
liceale, nel rispetto delle inclinazioni di ciascuno: a parte gli IFTS e gli ITS, per i più giovani pensiamo
agli istituti professionali, che consentono il conseguimento di una qualifica professionale al terzo anno;
a quelli tecnici; ai percorsi triennali regionali di istruzione e formazione professionale, che vedono al
loro attivo diciannove figure professionali; non ultima, l’alternanza scuola lavoro che parte proprio dai
15 anni e la cui domanda – come evidenziato dall’ultimo Rapporto CENSIS – supera l’offerta, stante
anche le risorse insufficienti ad essa dedicate.
Con tutto ciò, non è nostra intenzione sottovalutare il valore formativo del lavoro, ma piuttosto
sottolineare quanto in fatto di acquisizione di competenze, conoscenze ed abilità, i nostri ragazzi
debbano recuperare rispetto al duplice gap dei parametri della Strategia di Lisbona e delle performances
dei loro colleghi di altri Paesi dell’Unione Europea; d’altra parte, se è pur vero che anche l’azienda può
essere formativa, è altrettanto vero che è nella scuola che risiedono le basi metodologiche (e non solo)
dell’apprendere, con beneficio anche di chi dovrà addestrare un giovane ad espletare efficientemente le
mansioni a lui affidate.
In tale contesto, i frequenti richiami fatti da più parti in questi giorni all’esito positivo che
l’apprendistato a 15 anni sta avendo, ad esempio, nella Provincia Autonoma di Bolzano o la buona
riuscita del sistema duale in Germania (ammesso dai 15/16 anni e che prevede la parte in azienda
regolamentata da un contratto di apprendistato) non sono esaustivi del problema: la prima perché,
purtroppo per il nostro sistema Paese, costituisce la solita, bellissima eccezione che – purtroppo –
conferma la regola; il secondo, perché, pur prevedendo una co-responsabilità tra scuola ed azienda, di
fatto risulta avere un basso livello di progettazione condivisa, vista l’aspirazione delle imprese ad
intervenire in modo più incisivo sui contenuti formativi: questo, a fronte della crisi attuale e delle
recenti indagini PISA, sta portando il sistema tedesco a prendere in considerazione l’eventualità di
investire maggiormente anche nelle qualifiche medio-basse, proprio per recuperare tanti ragazzi che
sarebbero altrimenti a rischio di esclusione dal mercato del lavoro.
Piuttosto, sarebbe molto utile, soprattutto per quei 130.000 circa ragazzi tra i 14 ed i 17 anni
che non lavorano e né studiano, realizzare in tempi brevi un sistema di orientamento e tutoring che non
si limiti ad indicare loro un possibile percorso da seguire, ma che sia in grado di guidarli e supportarli
nelle scelte effettuate ed intervenire tempestivamente in caso di ripensamenti od insuccessi.

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