Alla fine dell’anno tutti fuori (di testa) , racconto di Urbani Giovanna Marcella

Le penne scivolavano veloci sui fogli. Le teste degli alunni erano chine sui banchi, qualcuna ogni tanto si sollevava, per un momento, il viso rivolto all’insù quasi a chiedere ispirazione al soffitto. Poi si riabbassava e la mano continuava a scorrere rapida sul protocollo a righe.

Era metà giugno, il primo giorno di esami nella scuola media dove insegnava da parecchi anni. Le prove erano iniziate con il tema d’italiano, come al solito. La prof di lettere finalmente si rilassò: dopo il sorteggio e la dettatura dei titoli era ormai tranquilla. Quei temi li avevano fatti, più o meno, anche durante l’anno, e tutti erano in grado di scrivere almeno qualcosa.

Più tardi si sarebbe alzata per controllare un po’ la situazione; intanto poteva chiacchierare, visto che quel giorno l’assistenza toccava a loro, con il collega di matematica. Quest’ultimo era un supplente temporaneo, ma erano già dieci anni di seguito che lavorava in quella scuola e si era creata una buona intesa tra di loro. Avevano preso i ragazzi in prima media, superando insieme difficoltà didattiche, conflitti coi genitori, problemi con gli alunni. Ora era intento a compilare le scartoffie e non sembrava avere molta voglia di parlare. In effetti, negli ultimi giorni c’era stata, stranamente, un po’ di maretta tra di loro. Era cominciata durante gli scrutini. Contrariamente alla riunione precedente, quella dei prescrutini, durante la quale era stata esaminata la situazione di ogni singolo alunno e, quasi concordemente, erano stati fatti i nomi dei possibili non ammessi agli esami per via della condotta non sempre corretta e delle insufficienze, durante gli scrutini il numero di esse, per un paio di alunni, non risultò determinante per fermarli prima degli esami .

Si erano alzate, sempre in tono abbastanza pacato, numerose proteste da parte dei prof che maggiormente, durante l’anno, avevano dovuto sopportare la loro oziosità, maleducazione e arroganza. La prof di tecnica, saggiamente, come sempre, espresse il proprio parere. “E’ vero, disse, meriterebbero di essere bocciati, ma i voti necessari non ci sono. Ammettiamoli, che c’è di male? Se non faranno un buon esame li bocceremo allora.”

L’insegnante di lettere non fiatò. Fino all’ultimo giorno aveva cercato di far recuperare , nelle sue materie, le insufficienze a quelle teste matte, per poter migliorare la loro situazione e in effetti ce l’aveva fatta. Non voleva che, anche a causa sua, qualcuno fosse fermato.

Già provava un senso di malessere al pensiero di Coretti, l’alunno che, pur avendo fatto di tutto per meritarselo (gare di scorregge, lancio di oggetti dalle finestre del primo piano, insulti ai passanti in strada, oltre che a una mancanza cronica di studio), pagando per tutti, non era stato ammesso, e anche lei aveva contribuito alzando la mano quando si era votato.

Era intervenuta la collega di sostegno, facendo notare che, fermando altri due scalmanati, essi sarebbero finiti tutti insieme appassionatamente in una classe già disastrata di suo, per la presenza di alcuni ragazzi problematici e con gravi problemi relazionali. Un mix esplosivo!

Fu deciso, alla fine, di ammetterli entrambi, nonostante non lo meritassero: Franti e Rondi.

Era stato a quel punto che il prof di matematica, alzando la voce aveva gridato:” Non è giusto, non avevamo detto di fargliela pagare e di non ammetterli agli esami?”

Ancora una volta fu la prof di tecnica che cercò di riportare la calma:”Se non lo meriteranno, non saranno promossi.”

La prof di lettere si alzò e camminò tranquillamente tra i banchi, dando una prima controllata ai lavori degli alunni. Quasi tutti avevano già riempito una facciata, non era preoccupata per quelli bravi, ce l’avrebbero fatta egregiamente da soli, ma Rondi, Franti, Morosini….

Si avvicinò ad essi, erano un po’ in difficoltà. Raccogliendo la supplica silenziosa degli occhi che seguivano ogni suo spostamento, diede loro qualche dritta, poi tornò alla cattedra. Il collega l’accolse con un sorriso che sembrava un ghigno.

C’era stato un altro episodio sgradevole tra di loro.

Verso gli ultimi giorni di scuola aveva intenzione di comprare un gelato ai suoi venticinque alunni, come l’anno precedente, e, pensando che anche quest’anno il prof di matematica volesse partecipare, visto che l’anno precedente si era aggregato spontaneamente alla sua iniziativa, prima di uscire dall’aula gliel’aveva chiesto. Davanti agli alunni esterrefatti aveva risposto in malo modo alla prof di lettere:

“Non ho nessuna intenzione di spendere soldi per loro, e soprattutto di mangiare insieme il gelato, dopo tutto quello che hanno fatto! Ma vi assicuro che ne riparleremo agli esami!”

Se n’era andata chiedendosi perchè le avesse detto quelle parole acide. E’ vero, in quel periodo tutti ce l’avevano con la terza A, alcuni ragazzi ne avevano combinate una dietro l’altra in quel periodo. Un giorno avevano bigiato in quindici; qualcuno aveva rigato, a più riprese, le portiere della macchina nuova della prof, per vendicarsi di una nota; erano diventati chiassosi, maleducati, irrispettosi ma…

La prof li amava, ed era convinta che il lavoro svolto in questi tre anni avesse prodotto risultati positivi su tutti, anche su Coretti che, per esempio, aveva vinto un concorso di pittura, su Franti che aveva imparato a svolgere i temi. Non voleva, perciò, sentir parlare di vendetta,quando si trattava di formulare giudizi ed effettuare valutazioni..Cercava di essere equa.

Se il discorso fosse stato diverso, se la motivazione avesse ricondotto a una bocciatura educativa, utile per la maturazione dell’alunno, forse sarebbe stata d’accordo.

Ormai erano passate due ore dalla dettatura dei temi. Qualcuno cominciava già a copiare in bella il proprio componimento. Era entrata anche il severo presidente della commissione d’esami, e se n’era andato in fretta perchè doveva passare dall’altro plesso.

L’insegnante tornò tra i suoi alunni in difficoltà. Qui suggerì una frase, lì completò con una parola, a uno fece notare col dito un’acca mancante, a un altro un accento di troppo. Continuò ad aggirarsi tra i banchi adocchiando, tossicchiando. A un certo punto vide il collega di matematica schizzare verso la porta, uscire in corridoio. Dopo due minuti arrivò con aria baldanzosa e faccia tutta compresa di sè il prof di ginnastica, oggi chiamata di educazione motoria e dagli alunni di fisica, che andò ad accomodarsi sulla sedia dietro la cattedra e, dall’alto del suo importante ruolo di responsabile di plesso, le ingiunse con voce di sufficienza:

“E’ ora che ti vieni a sedere, Carla, li hai aiutati già fin troppo!”

La prof fece finta di non aver sentito, e continuò indifferente a gironzolare, fino a quando l’altra non se ne andò. I ragazzi la guardavano dispiaciuti, non avrebbero mai voluto che per colpa loro ne andasse di mezzo lei. Avevano capito perfettamente, come lei, che era stato quello stronzo del prof di matematica ad andare a chiamare il prof di fisica. Anche questo, buono!, i ragazzi si erano lamentati che nel programma d’esame aveva messo degli argomenti di cui non avevano mai sentito parlare, anzi, non avevano neanche mai per sbaglio letto un rigo del libro di teoria che, dalla prima media , giaceva intonso tra gli altri libri.

Rientrò il prof di matematica che guardò di sottecchi la collega, per scoprirne la reazione: questa c’era rimasta talmente male che non lo guardò più in faccia. Si chiarirono, per modo di dire, qualche giorno dopo, alla presenza di un paio di colleghi.

Durante la prova ministeriale di matematica, l’interessato avrebbe voluto allungare i tempi di risoluzione dei quesiti, ma la prof di lettere non l’assecondò: si prendesse lui la responsabilità, con che faccia veniva da lei a chiedere complicità, dopo il modo in cui si era comportato?

La diatriba continuò agli orali. Di solito, appena un alunno si sedeva, la cosiddetta prova interdisciplinare cominciava dall’interrogazione di italiano, poi intervenivano gli altri prof, con domande, precisazioni ecc. Per Rondi non fu così, e soprattutto non lofu per Franti. Intervenne subito, prima che la prof di lettere li potesse mettere a proprio agio, lui, l’odioso prof di matematica, tirò fuori un foglio bianco e una penna e ordinò: “Scrivi la formula xxy e fammi la dimostrazione!”

Non successe nulla, in entrambi i casi. Anche nelle altre materie Franti non riuscì a dire nulla, neanche quelle quattro cose che, con certezza, se non fosse stato così intimorito, avrebbe saputo raccontare. A Rondi andò meglio: non si lasciò mettere del tutto sotto i piedi e, con un sussulto d’orgoglio reagì.

Al momento dello scrutinio finale gli insegnanti a momenti si accapigliarono. Dovette intervenire il presidente della commissione per mettere un po’ d’ordine nelle valutazioni. Dichiarò che non si potevano attribuire i voti col criterio dell’antipatia e della simpatia e minacciò che, se non si fosse arrivati a una decisione condivisa, avrebbe fatto rifare tutte le prove in sua presenza.

Finalmente si arrivò alla valutazione dei due casi, Franti e Rondi, lasciati per ultimi. Furono promossi per alzata di mano, cinque a quattro, come nelle partite di calcio che disputavano la domenica mattina all’oratorio.

Mentre erano ancora lì a guardarsi in cagnesco per il risultato, arrivarono Franti, Rondi e altri che si avvicinarono alla prof di matematica e le dissero:

“Prof, vi abbiamo portato dei gelati, mangiateli alla nostra salute!” e se ne andarono dandosi grandi manate sulle spalle.

Questo è un racconto di fantasia, ogni riferimento a persone e fatti è da intendersi puramente casuale.

Urbani Giovanna Marcella -Insegnante di lettere presso la scuola secondaria di 1^ grado

Urbani Giovanna (Marcella) di anni 58; insegnante di lettere; recentemente ho pubblicato un libro
ambientato nel mondo universitario di Urbino negli anni Settanta dal
titolo “Mal d’Urbino” per Mamma Editori.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *