Il preside e l’insegnante, racconto di Pasquale Faseli

Il preside è come un generale che invece di guidare i soldati in battaglia, si crogiola nelle retrovie mentre riceve gli emissari del nemico ai quali ammicca la sua estraneità al conflitto.

Una mattina l’insegnante di lettere esce come una furia dall’aula della 2a C , e corre, infuocata in viso, il corpo in tensione, le gambe in fibrillazione, dal preside. Bussa alla porta e, senza attendere una risposta, entra. Il preside sta leggendo il quotidiano locale, proprio l’articolo in cui si elogia l’istituto per i risultati ottenuti da alcuni allievi nelle gare provinciali di corsa podistica, ed ha l’aria un po’ delusa perché non c’è la sua foto accanto all’articolo. Alza stancamente lo sguardo, da sopra gli occhiali, sull’intrusa e chiede: “Cosa c’è, va a fuoco la scuola?”

L’intrusa, senza rispondere, gli mette sotto il naso il registro di classe aperto alla pagina di quel giorno e notando l’aria incredula e interrogativa del capo d’istituto dice: “Legga, per favore, la nota che ho appena messo a uno studente”.

Sulla questione note è d’uopo fare una divagazione. In un Collegio Docenti il preside aveva ritenuto esprimere il suo disappunto su come gli insegnanti redigevano le note: calligrafia sciatta, a volte illeggibile, periodare ellittico, e persino casi di uso erroneo del congiuntivo. E concludeva il disappunto dicendo: “Gli studenti ci giudicano”, riferendosi al fatto che le note sui registri di classe potevano essere lette anche dagli studenti. Lui, indubbiamente, sapeva, ma fingeva di non sapere, con quale stato d’animo, e in quali frangenti, un docente compila una nota, che è sempre l’atto finale di una diatriba, con il docente, vituperato e perdente, che si aggrappa alla nota, che è sempre un segno di resa, come ad un salvagente, nella speranza di tenere ancora a galla un po’ della sua dignità. E in quelle condizioni forse persino Alessandro Manzoni mancherebbe l’uso del congiuntivo.

Tornando al nostro preside, costui, dopo aver letto la nota, esclama: “Professoressa, che volgarità…!”

“In che senso, scusi!” risponde la professoressa, ancora in fibrillazione.

“Lei scrive: -Lo studente B., dopo ripetuti richiami al silenzio, risponde all’insegnante: Mi hai rotto il cazzo!-”

“Ha detto proprio cosi!” fa l’insegnante.

“Avrà detto proprio così, io non lo metto in dubbio, ma lei poteva scrivere c col puntino.”

“Ma lui non ha detto c col puntino, ha detto proprio cazzo!”

“Sì, però noi siamo educatori e non possiamo fare nostri, i turpiloqui degli allievi, intendo dire…”

“Senta preside, in questo momento non conta ciò che lei intende dire, conta ciò che lei intende fare”.

“E cosa vorrebbe che facessi?” chiede il preside, e nel mentre allinea i fogli di giornale, scompigliati durante la lettura, ché in quel momento gli sembra la cosa più urgente da fare.

“Il fatto è grave, questo non può metterlo in dubbio, io non vengo a scuola per farmi insultare, impunemente dico.”.

“Si potrebbe convocare il Consiglio di Classe, ma non penso che ne valga la pena. In un’altra classe è stato convocato perché uno studente aveva lanciato un piombino contro l’insegnante di chimica, colpendola su un sopraciglio; e l’insegnante era dovuta ricorrere al pronto soccorso, con una prognosi non ricordo di quanti giorni. In quel caso è stato deliberato di sospendere lo studente per cinque giorni.”.

“Solo cinque giorni?”

“Sa, lo studente aveva dichiarato di non averlo fatto apposta”.

“Capisco, ma nel mio caso lo studente l’ha fatto deliberatamente!”

“Non l’ha fatto, l’ha detto, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!”

“Vuole dire che la scuola è in mezzo al mare, o come dice Dante: nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincia, ma bordello!”

“Ci risiamo con le parolacce!” fa il capo d’istituto, togliendosi gli occhiali e mettendo in bella vista la sua faccia da bergamotto; indi aggiunge, ma in tono di congedo: “E poi, alfine, cosa vuole che le dica; nessuno, io spero, l’ha costretta a fare l’insegnante: può sempre cambiare mestiere. Le consiglio adesso di tornare in classe: non si lascia mai una classe scoperta; le responsabilità, abbiamo delle responsabilità!”

Nel tornare in aula l’insegnante aveva un problema in più rispetto a quanto ne era uscita, adesso doveva giustificarsi di fronte alla scolaresca per la mancata comminazione di una adeguata punizione allo studente oggetto della nota. “Ma allora le note a che servono?” pensava “ma soprattutto, io che ci sto a fare qui?”

Nel frattempo il preside, che adesso si chiama Dirigente Scolastico, riprendeva la sua lettura del giornale ma con lo sguardo intorbidato da una punta di malumore, malumore simile, e comprensibilissimo, a quello del Principe di Salina quando rivide la macchiolina di caffè che fin dal mattino aveva ardito interrompere la vasta bianchezza del panciotto.

Altra è la situazione quando il Dirigente Scolastico riceve uno studente, un genitore, un rappresentante degli studenti o dei genitori. Per prima cosa se ha un giornale in mano, lo mette subito via, poi guarda l’interlocutore negli occhi in segno di schiettezza, gli stringe con forza la mano come prova di lealtà, e, nel mentre, sul suo volto rubescente, spunta un sorriso benevolo, che è sì di circostanza, però ben fucinato da apparire quasi vero. Ma non lo fa per calcolo, bensì per istinto naturale.


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