Ricordi di scuola, racconto di Marco Troisi

Con un pugno tirato un po’ alla cieca, ma indovinato, nella penombra della stanza centrò la sveglia, che di colpo tacque il suo meccanismo infernale, perché quella mattina non aveva voglia di andare a scuola. Suo padre era uscito, forse si trovava già in ufficio, per cui aveva fugato in partenza il pericolo di qualche predicozzo fuori ordinanza, sua mamma invece avrebbe capito, o almeno si sarebbe sforzato di farlo. Con una certa indolenza rimase a letto, indugiando in pensieri oziosi che gli venivano suggeriti casualmente, osservando il modo in cui la luce, penetrando dall’esterno, orlava gli oggetti della camera, giocando con le loro forme. Contava, pregustando ancora tra le coperte, le ore che avrebbe restituito alla sua libertà sottraendole alla scuola, vi rappresentava la professoressa della prima ora che scoprendo il suo banco vuoto avrebbe segnato sul registro la sua assenza. Gli faceva piacere figurarsi mentalmente cosa sarebbe avvenuto in sua assenza, perfino le maldicenze dei compagni nei suoi confronti entravano a far parte del gioco compositivo della sua immaginazione. Aveva acquisito l’abitudine, a puro scopo ludico, di immaginarsi presente mentalmente in situazioni in cui era assente fisicamente, a causa di ciò, capitava spesso che quando era fisicamente presente assieme agli altri, cadeva in uno stato di assenza mentale, ma solo perché stava divagando altrove, in un non luogo esistente solo per sé, inaccessibile all’altrui curiosità. Le professoresse non davano certo segno di apprezzare particolarmente queste sue fughe fantastiche e fantasiose che lo astraevano dalla realtà, né tantomeno erano interessate a metter piede in questi mondi sconosciuti, partoriti da un adolescente imberbe con la testa tra le nuvole, abituate invece com’erano a tenere i piedi ben piantati per terra, perché educate a un sano senso della realtà, si limitavano a prendere nota sul registro di queste distrazioni, col fastidio di dover annotare un comportamento difforme dai canoni, il caso non contemplato, non previsto da ricondurre nella previsione della norma. Quando veniva interrogato tendeva a chiudersi in silenzio, perché temeva di rivelare ciò che era nascosto in se stesso allo stato nascente, una personalità fuori dal comune. Le insegnanti però non avevano né tempo, né la pazienza e di ascoltare e di dialogare con i suoi silenzi. Spesso quando marinava la scuola, si fermava a lungo presso la bancarella dei libri, in cui cercava il libro che lo aprisse alla vita, perché voleva capire il mondo che non lo capiva e sapeva che per cercare di capire il mondo avrebbe dovuto incominciare dal comprendere se stesso. In fondo voleva leggere il libro che aveva scritto dentro di sé, ma che non osava rivelare a se stesso. Non riusciva mai a comunicare con gli altri perché era arroccato in se stesso, confinato in una solitudine inaccessibile. Gli unici amici con cui parlava, avevano il nome dei personaggi nei libri che leggeva e le pagine bianche che riempiva fitte fitte di parole per tradurre in segni il suo silenzio esistenziale, così da comunicare se stesso almeno a se stesso. Può darsi che avesse il dono, il talento della scrittura, ma lui non si curava di lasciarlo fruttare donandolo agli altri, cosicchè rimaneva isterilito nel suo egoismo come un albero che non dà frutti. Un giorno, a lezione conclusa tenuta dal professore di filosofia che aveva introdotto i ragazzi alla conoscenza di alcuni frammenti di Eraclito d’Efeso detto l’oscuro, i compagni di classe lo battezzarono allo stesso modo, perché nei suoi confronti nutrivano il rispetto e la distanza che si prova per qualcosa che non si riesce a spiegare, che comunicando con il mistero, trascende la misura comune. Difatti i suoi compagni di classe, amavano muoversi in blocchi compatti secondo la legge del gregge. Ma lui non era così ed anche con le ragazze il discorso non mutava accento anzi era speculare, perché se lui era un enigma ineffabile per gli altri, allo stesso modo le ragazze, rimanevano per lui un mistero del tutto indecifrabile, che non si lasciava svelare, a cui avrebbe voluto essere iniziato come l’adepto di un culto esoterico, ma proprio non sapeva come fare. D’altronde era combattuto interiormente da un atteggiamento ambivalente e conflittuale nei confronti della donna, perché non sapeva decidersi se considerarla prostituta o santa, strumento di salvezza o di perdizione o contraddittoriamente entrambe le cose. La sera spesso, prima di addormentarsi, guardava le sagome ombreggiate delle macchine che si riflettevano sulla parete della stanza, soprattutto, proiettava, come se fosse lo schermo di un cinema, su quelle pareti, tutte le parole, le stesse parole che di giorno rimanevano mute in lui, ora si liberavano con la stessa forza dirompente di un torrente che rompe gli argini in cui era costretto; in quei momenti sentiva in qualche modo ricomporsi una identità, un equilibrio tra il mondo dentro di sé ed il mondo fuori di sé, che viveva nella sua vita quotidiana scissi come il giorno e la notte. Nei colloqui con i suoi genitori le insegnanti raccontavano sempre di un ragazzo dal carattere chiuso, indecifrabile, difficile per farla breve; consigliavano come rimedio di portarlo in visita da uno psicologo, così che potesse riuscire, meglio di quanto loro si sforzassero di fare limitatamente al tempo che avevano a disposizione, a risocializzarlo, soprattutto sottolineavano l’urgenza di questo intervento perché tra due mesi si sarebbe chiuso l’anno scolastico; e la professoressa di greco, fece capire senza mezzi termini, che perseverando in questo atteggiamento che non esitò a definire diabolico, molto difficilmente il ragazzo avrebbe potuto essere ammesso all’esame di maturità. Il suo disinteresse per i libri scolastici perdurò anche negli ultimi due mesi, perché ne criticava l’impostazione di fondo, non condividendo che gli autori di quei testi pensavano già in anticipo a cosa avrebbe dovuto pensare il pubblico per il quale erano stati pensati. Eppure nelle ultime settimane, i genitori e i parenti tutti si interessavano, o quantomeno mostravano di esserlo, al suo strano caso, perché mai in famiglia aveva allignato la mala pianta dell’eresia, tanto da dare lustro a illustri precedenti pendenti da quadri polverosi nel bel mezzo del salotto, oppure facendo esempi degni di lode di questo o di quell’altro, come per dimostrare irrefutabilmente che era impossibile dipartirsi dal solco di questa tradizione, a cui anche lui apparteneva. In realtà in lui questi tentativi erano ben lungi dal sortire gli effetti sperati, anzi finivano col radicare ancora maggiormente le sue convinzioni, perché capiva di non essere capito, per cui continuò a studiare i suoi libri di filosofia e di letteratura, lasciando pure che la polvere e gli insetti guastassero la debole fibra di quelli scolastici, sicchè quando ad inizio Giugno, sempre più chiuso in un silenzio ermetico, andando a guardarsi i quadri, non si stupì affatto di essere stato bocciato. A casa trovò già apparecchiato il processo precostituito, padre in testa, in odor di sentenza, da svolgersi, per dir così, a porte chiuse. Appena entrato il padre lo squadrò, fulminandolo con una domanda a bruciapelo <>, rispose calmo e serafico <>, il padre bofonchiò qualcosa a denti stretti, la mamma si fece il segno della croce, lui si ritirò nella sua stanza. Il tribunale, doveva aver deliberato la sentenza, perché poco dopo sopraggiunse il padre, a riassumerne laconicamente il contenuto – Domani ti porto in fabbrica -.

Non disse nemmeno una parola.

 

L’autore

Mi chiamo Marco Troisi , sono laureato in giurisprudenza e mi sono sempre interessato a temi gravitanti attorno al bel mondo delle lettere e della filosofia, considerandomi in tal senso un cittadino a tutti gli effetti della repubblica delle lettere.


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