Sostegno, racconto di Antonella Pozzobon

La prima volta che entrai in classe capii subito qual era. Se ne stava seduto in un banchino accanto al muro, da solo, senza compagno di banco, gli occhi fissi sul quaderno, mordicchiava una penna. Era la prima volta che mi veniva affidato un incarico di insegnante di sostegno per un bambino diversamente abile (non si può più chiamarli handicappati, come se cambiando la definizione si potesse eliminare il loro disagio). Ero emozionatissima, avevo paura di non essere all’altezza, non ho specializzazioni, non ho mai seguito nessun corso. Ho solo una semplice laurea in lettere, ma in quel momento non c’erano alternative: o accettare il sostegno o non lavorare. La collega mi presentò alla classe, ma lui continuava a non alzare gli occhi da quelle pagine vuote. Lui non voleva sentirsi diverso dagli altri, ma erano gli altri stessi che lo emarginavano: tutti avevano il compagno di banco, lui no. Lo chiamavano Zio Fester, perchè si rasava sempre i capelli quasi a zero, era alto e grassoccio, sgraziato nei movimenti. Ma nei suoi occhi c’era una dolcezza unica, un bisogno di affetto e di attenzione che lui però non voleva assolutamente dimostrare. Quanta fatica feci per arrivare a farmi ascoltare, quanti dispetti mi faceva, mi sfidava, ma nello stesso tempo mi aspettava con ansia ogni mattina. Non voleva fare capire agli altri quanto bisogno avesse di me, davanti a loro era strafottente, spavaldo, senza però mai essere offensivo. Non appena si trovava a tu per tu con me invece cominciava a parlare, a raccontarmi che la mattina presto si alzava per raccogliere le olive con il padre e poi veniva a scuola. Ma lavorare non lo stancava, era la scuola l’incubo per lui, che non riusciva a scrivere e a leggere come gli altri: dislessia e disgrafia. Sembrano solo parole ma possono nascondere un vero dramma. La sua famiglia era troppo semplice, non aveva mai voluto accettare il problema. “Non è grullo” diceva la mamma, ma se lo avesse fatto aiutare prima forse…Arrivò finalmente il giorno dell’esame di terza media: che fatica fargli imparare una poesia e un piccolo brano di storia, ma per lui fu ugualmente un successone, una conquista. Naturalmente fu promosso, per lui finì l’incubo. Ma un giorno di agosto, il giorno del mio compleanno, sentii suonare alla porta: era il fioraio con un bellissimo mazzo di rose e un biglietto scritto nella sua calligrafia incerta, piena di errori di ortografia. Si era ricordato la data e aveva scritto poche parole “Grazie per tutta la pazienza che hai avuto con me”. Grazie a te, piccolo birbante, per avermi fatto capire che è troppo facile essere uguale agli altri!


4 Replies to “Sostegno, racconto di Antonella Pozzobon”

  1. In un brano di scuola, una lezione di vita. Un fulmen in clausola che, per un istante, mi ha disorientato tant’è profondamente vero. “Troppo facile essere uguali agli altri” quando si è normali. Complimenti.

  2. grazie per il commento. Il racconto fa riferimento ad un’esperienza di vita vera, che dal punto di vista umano mi ha lasciato tantissimo, anche se è stato un anno scolastico di una fatica immane!

  3. … e pensare che adesso i bambini nelle sue stesse condizioni non hanno più diritto al sostegno. Complimenti per il racconto

  4. è vero, la dislessia e la disgrafia non prevedono più il sostegno, come se questi ragazzi fossero in grado di andare avanti da soli a scuola. Ma perchè si deve sempre risparmiare su chi è più debole? Grazie per i complimenti.

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