Scuola e immigrazione: interviene Scrima di Cisl

Globalizzazione, flussi migratori, integrazione e “tetti”: articolo di Francesco Scrima

“Se la proposta di una quota (massimo 30% per classe) per gli alunni stranieri deve servire alla loro integrazione e non alla certificazione di uno stigma, è necessario che la stessa sia accompagnata da alte misure di accompagnamento”, così un passo dell’articolo di Francesco Scrima, Segretario Generale CISL Scuola, che apparirà sul numero di domani di “Conquiste del Lavoro”. Scrima, altresì, ricorda a tutti che: “nella comunità di destino a cui ci sentiamo di appartenere e che la scuola mette a base del suo progetto, nessuno deve essere considerato straniero. Nessun bambino, nessun ragazzo è straniero alla sua missione”.

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Articolo di Francesco Scrima,

Segretario Generale CISL Scuola

Capita spesso che, per non affrontare un problema complesso, si faccia enfasi su qualche suo aspetto marginale, col rischio di innescare un dibattito tanto infuocato quanto parziale e fuorviante. Facile che, così, tutto si trasformi in puro confronto astratto e ideologico: i nodi reali restano in ombra e si mette in scena il gioco delle parti.

Sembra questo anche il caso della querelle nata dalla circolare del Ministero dell’Istruzione che fissa il tetto del 30% per l’inserimento di alunni stranieri nelle classi delle nostre scuole. Sulla questione, come CISL e CISL Scuola, ci siamo immediatamente espressi, ma è il caso di tornarci su in modo più disteso perché tocca un punto delicato non solo del progetto di scuola, ma anche di società che vogliamo. In gioco c’è l’assetto sia materiale che culturale del nostro Paese nel difficile passaggio verso un mondo nuovo, segnato dal processo profondo e irreversibile della globalizzazione.


E’ in questo contesto che la scuola deve affrontare le difficoltà e le sfide del già mutato paesaggio sociale. La prima sfida è la capacità di accogliere e rispondere positivamente al grande flusso migratorio che è in atto. Non è una emergenza imprevista, un problema inedito: ormai da dieci anni registriamo una significativa presenza di alunni con cittadinanza non italiana nelle nostre scuole; il fenomeno dapprima evento residuale, concentrato solo in alcune realtà territoriali, è diventato condizione diffusa e strutturale.

Nell’anno scolastico 2008/09 gli alunni con cittadinanza non italiana che frequentavano le nostre scuole sono stati 574.133; il 6,4% degli alunni iscritti. E’ questo il primo dato da considerare insieme alla proiezione sulla consistenza del fenomeno per i prossimi anni. Ogni anno si iscrivono nella nostra scuola circa 70.000 bambini e ragazzi provenienti da circa 200 paesi diversi dal nostro e si stima che per il 2016 avremo una popolazione scolastica di oltre un milione e mezzo di studenti immigrati. Una situazione che non è possibile affrontare senza strumenti e risorse adeguate.

Fino ad ora la scuola, in quasi totale solitudine, ha fatto miracoli, ma non si può continuare a vivere di miracoli. Non bastano la passione e l’abnegazione che gli insegnanti e gli operatori scolastici ci hanno messo e ci mettono. Per affrontare con successo problematiche così delicate ed estese servono competenze e interventi di mediazione linguistica e culturale, servono azioni integrate e coerenti condotte d’intesa tra istituzioni scolastiche e autonomie locali, serve attivare, sostenere e coordinare quel grande patrimonio di valori, di disponibilità, di impegno che è ancora un carattere persistente e un giacimento prezioso della nostra società civile. Sarebbe insomma tempo di forti e lungimiranti politiche di sostegno alle persone e alle istituzioni – in primis la scuola – che sono impegnate su questo fronte.

All’incontrario il nostro sistema scolastico è oggetto di disinvestimento e di pesanti tagli. Meno insegnanti, meno tempo scuola, meno possibilità di un’organizzazione flessibile e di un’offerta formativa arricchita porteranno ad accrescere gli esiti di marginalità e di insuccesso per le fasce più deboli della popolazione scolastica. L’elevato tasso di dispersione scolastica che si riscontra nella popolazione immigrata al termine del primo ciclo di istruzione segnala che proprio qui si apre una dura criticità. Anche il problema degli alunni stranieri non si risolverà se non si inverte una politica scolastica di disinvestimenti, non si risolverà certo ricorrendo alle quote e ai tetti.

Anche in termine di immagine e di messaggio implicito, più o meno voluto, anche l’uso del termine “tetto” è negativo: indica un pericolo da cui difendersi, un riparo per chi sta già nella sua casa più che un progetto che apre delle opportunità. Eppure sappiamo che il Paese ha e avrà bisogno di un regolare flusso migratorio per assicurarsi il mantenimento e lo sviluppo del suo sistema produttivo ed economico. I processi di integrazione e di interculturalità sono una sfida che va assunta con consapevolezza e determinazione.

La scuola è sicuramente il luogo nevralgico e decisivo per vincere la sfida. E’ dalla scuola che parte l’accoglienza e si avviano l’integrazione e il dialogo interculturale. E’ nella scuola che si educa al rispetto reciproco, che si abbattono le barriere, le diffidenze e l’intolleranza, che si fa della diversità non un problema ma una ricchezza. Per riuscirci però servono strategie complesse e, soprattutto, interventi e investimenti adeguati. Il problema del tetto del 30%, di cui tanto si discute, tocca solo un aspetto, e non fra i più decisivi, delle manovre necessarie. Lo scorso anno erano 490 su 10.749 (4,5%) le Istituzioni scolastiche che avevano qualche classe con una percentuale di alunni immigrati superiore al 30%. Serve allora programmare e attuare un piano complesso e coordinato di condizioni e servizi per l’accoglienza e l’integrazione, più che fermarsi a fissare delle percentuali di iscrizione alle singole scuole.

Più in generale le politiche scolastiche si devono collegare ed armonizzare con le più ampie politiche per l’inclusione e per la cittadinanza. La scuola deve essere una Istituzione accogliente dentro città accoglienti, capaci – scuole e città – di confrontarsi intelligentemente e seriamente con i problemi del tempo che viviamo e quei processi di globalizzazione, immigrazione e multiculturalità che mettono alla prova, ma possono anche esaltare, il nostro livello di civiltà oltre che il nostro spirito di umanità.

E’ solo dentro un orizzonte di valori e di scelte di questo tipo che è possibile parlare seriamente e serenamente anche della prevista quota del 30%. Ricordando che già la circolare ministeriale e poi le precisazioni/aggiustamenti espressi dal Ministro, hanno posto limiti, deroghe e vincoli al tetto indicato, va osservato che questa misura può avere effetti positivi di facilitazione per una reale integrazione o negativi di discriminazione in relazione al modo, alle condizioni e al contesto con cui si cala.

E’ chiaro infatti che nessuna corretta integrazione è possibile dentro enclave chiuse e che pertanto un equilibrato rapporto, anche numerico, tra residenti storici e nuovi residenti può essere uno dei parametri che incidono sulla sua riuscita. Come non ricordare e non denunciare qui che ancora oggi ci possono essere casi in cui delle classi, anche di soli alunni con cittadinanza italiana, possono essere state fatte con criteri occulti di selezione per capacità/censo?

E’ questa possibilità di discriminazione che non può essere tollerata in nessun caso.

Se dunque la quota ora proposta per gli alunni stranieri deve servire alla loro integrazione e non alla certificazione di uno stigma, è necessario – lo ripetiamo – che sia accompagnata da alte misure di accompagnamento.

Esiste, è inutile negarlo, il rischio che si trasformino in liste di proscrizione, in segni di rifiuto. Il momento e il contesto in cui sono state annunciate, alcune preoccupazioni che sembrano assecondare, un certo clima di xenofobia che oggi purtroppo si respira devono farci attenti ai pericoli che anche delle buone intenzioni, a volte, nascondono.

Se si determinasse questo non avremo paura di riprendere e fare nostre le dure parole di don Milani quando diceva: “se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri”.

Ma, ricordiamolo, nella comunità di destino a cui ci sentiamo di appartenere e che la scuola mette a base del suo progetto, nessuno deve essere considerato straniero. Nessun bambino, nessun ragazzo è straniero alla sua missione.

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