Il compagno di banco – racconto di Alessandro Mascia

Pubblichiamo un racconto di Alessandro Mascia che partecipa alla nostra iniziativa “Reportage Scuola 2010” . Ad Alessandro verrà inviato il nostro pacco regalo contenente gadget e libri. Vi invitiamo a lasciare dei commenti al racconto. C’è tempo fino a fine marzo per partecipare all’iniziativa.

Il compagno di banco

Il festeggiato fece capolino sulla soglia della porta. Indugiò un istante, imbarazzato. La maestra gli indirizzò dapprima un’occhiata maldestra da un paio di occhialetti inforcati alla bell’e meglio. Poi ebbe un sobbalzo misurato da cui si ricompose in un breve accenno d’invito. Trascurò di annotare il ritardo: un’eccezione, data la circostanza. Il festeggiato avanzò incerto sostenendo un paccone a cupolotto che gli eclissava le braccia. Una scatola tenuamente rosa, con nette scritte dorate. I compagni di classe, seduti, esprimevano il compiacimento per il profilarsi di un’allegra festicciola. Maestra e alunno si contattarono in una stretta di mano augurale per poi guadagnare ciascuno il proprio posto, la prima in una cattedra austera che ora ospitava il dolce per la festa e il secondo al terzo banco della fila centrale. L’agognato momento conviviale era previsto per l’intervallo della ricreazione.

Accanto al festeggiato, un ragazzetto abbigliato da adulto, una camicia nivea dal colletto inamidato, sovrastata da una giacca appartenuta, dato il taglio, ad altri più vecchi di lui, che mal celava un conturbamento immotivato. Imbarazzato quanto il festeggiato, ma per motivi di altra natura. Dopo l’appello di rito, la lezione iniziò e poi terminò, lineare. Il festeggiato, mentre i maestri consumavano gessi sulla lavagna, si ritrovava spesso smarrito in piccole proiezioni mentali, fantasticherie fanciullesche correlate una volta al taglio della torta, un’altra al cerimoniale degli auguri. Il compagno di banco, di contro, non voleva neppure immaginare, ma il tempo incalzava torchiandolo e una soluzione andava trovata. I ragazzini rivolgevano sbirciate d’intesa all’indirizzo del festeggiato, galvanizzati dalle dolci prefigurazioni celate dal paccone. Taluni ammiccavano, talaltri scrutavano, slinguazzanti e sbavosi, la confezione roseggiante. Solo il compagno di banco pareva languire oppresso da ombrose premonizioni. La campanella che introduceva la ricreazione fu seguita da un sommesso boato, segno dello sbocciare della festa. Gli scolaretti convogliarono in ordine sparso verso la cattedra. Ma quel trillo dirompente lancinò il compagno di banco da parte a parte; la migrazione al tavolo dei maestri fece il resto. Accerchiato dal vuoto e osservato da un manipolo di ragazzetti insospettiti. Si alzò dalla sedia schermendosi in tempo da domande inopportune. Fece due passi e si sistemò, con una gamba a penzoloni, sul bordo di un banco un po’ più vicino alla cattedra. Ma tu guarda che impiccio. Mani sudate, nodo alla gola e una tale confusione di pensieri. La madre lo aveva istruito a dovere poco prima di andare a scuola. «Se sei un vero cristiano non festeggi i compleanni. Se sei cristiano non mangi nemmeno un bruscolino di ciambella. Se mangi partecipi alla festa e procuri un dispiacere a Dio. Vuoi dispiacere a Dio? Devi dire sempre la verità, è per questo che siamo stati chiamati. Digliela ai tuoi compagni. I compleanni non sono roba da cristiani. E io cristiano lo sono. Dio ti benedirà».

Questo Dio gli aveva dispensato solo grane. Aveva chiuso con il Natale – la madre gli aveva a ogni modo garantito che avrebbe ricevuto regali tutto l’anno – la Pasqua non coincideva con quella degli altri e poi niente uova di cioccolata. Ora nemmeno i compleanni.

Al festeggiato il compito di tagliare a fette una torta infarcita di panna e ciliegine variopinte e collose. Diciotto fette tagliate in maniera da risparmiare un cilindro centrale sul quale campeggiava una candelina accesa a forma di nove. Il compagno di banco non perse un solo istante delle operazioni di taglio. Sedici allievi, due maestre, diciotto fette, una per ciascuno. Nella conta c’era anche lui. Del resto perché mi avrebbe dovuto escludere.

Il cerimoniale proseguì con la posa delle fette sui piatti di cartoncino decorato. Un gesto che il festeggiato compieva impacciato, tra risate e accipicchia. Servite le due insegnanti e la calca degli alunni, rimasero le ultime due fette. Il compagno era annegato in un guazzabuglio di frasi per motivare il suo rifiuto. Dio non gradirebbe. Sai, è perché sono cristiano. I compleanni non sono un peccato, questo no, ma Cristo li avrebbe festeggiati? Secondo te Gesù avrebbe banchettato con il festeggiato? Be’, comunque grazie per il gesto, ma è come se avessi accettato, preferisco essere leale a Dio. Nel frattempo la sua fetta di torta aveva iniziato ad avanzare nello spazio sul piatto sostenuto dalla mano piccola e nervosa del festeggiato. D’istinto il compagno di banco si portò la mano al ventre. Il piatto volava col suo carico di peccato. La mano si approfondì prima sotto le coste, poi sopra il bacino, poi tutt’attorno all’addome. Tale fu la scena che lo stesso festeggiato si fermò con il piatto sospeso a mezz’aria e gli chiese se fosse malato alla pancia. Il compagno non aveva previsto che lo spiraglio di luce potesse giungere, così, all’improvviso. Colse l’opportunità e si investì del ruolo di mezzo infermo. La sua fetta nella confusione andò in pasto a una delle maestre, quella più anziana.

Il mal di pancia, quello vero, comparve in tutto il suo potere astringente quando il compagno, di ritorno a casa, si rese conto di aver sostenuto una menzogna. Menzogna. Sai che si annega nelle bugie? – avrebbe incalzato la madre – una tira l’altra. Complimenti. Io ti istruisco per diffondere il messaggio di Dio e tu sprechi le occasioni dicendo per giunta le bugie? Devi pentirti. Prega e pentiti!

Il compagno di classe caracollava meditabondo verso la via di casa. E pensoso scalciava gli oggetti che di volta in volta gli capitavano a tiro. Ora una bottiglia di plastica, ora una pietra, ora una pallottola di carta. Si trovò sulla porta di casa stupito di aver percorso la strada con i suoi piedi. Lo accolse una valanga di invettive sul ritardo. Ma io riflettevo tra me e me e… Il ragazzetto ebbe l’impressione che talvolta la verità fosse meno accreditata della menzogna. Perciò si lasciò andare a una ammissione di colpa, una qualsiasi, buona per saziare l’appetito accusatorio della madre. «La festa? Ti hanno offerto qualcosa? E come hai risposto? Hai onorato il Signore?».

«La festa? Oh, sì…no, la festa è saltata – improvvisò il ragazzo ritorto nel senso di colpa per le continue bugie. Sai che si annega nelle bugie? – Il festeggiato è stato poco bene e ha preferito non venire a scuola». «Abbiamo perso un’occasione per far conoscere il pensiero del nostro Signore. Ci sarà tempo. Ora ti darò istruzioni nel caso ti invitino a una festa di Carnevale. Se sei un vero cristiano non festeggi il Carnevale. Se sei cristiano non mangi nemmeno un dolce di Carnevale, una chiacchiera, una zeppola. Se mangi partecipi alla festa e procuri un dispiacere a Dio. Vuoi dispiacere a Dio? Devi dire sempre la verità, è per questo che siamo stati chiamati. Digliela ai tuoi compagni. Il Carnevale non è roba da cristiani. E io cristiano lo sono. Dio ti benedirà».

 

Autore
Alessandro Mascia, chimico impiegato presso un’industria del polo petrolchimico siracusano, laureato in tossicologia ambientale. Vive con la moglie, due figli e un gatto ad Augusta (SR).


2 Replies to “Il compagno di banco – racconto di Alessandro Mascia”

  1. Un racconto che riesce ad esprimere la sofferenza di chi, anche nella scuola, esempio di microcosmo della nostra società in perenne cambiamento, vive il disagio della diversità e della paura di manifestarla. Complimenti all’autore.

  2. Grazie! La diversità per i bambini e, soprattutto, per gli adolescenti è terribile. E’ un argine invalicabile che separa dal resto del mondo normale. Un argine che separa la tristezza e l’emarginazione dalla normalità e dalla serenità che ne deriva. Ciao Ale Mascia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *