La scuola nelle terre alte, di Rachele Amerini

La mia scuola era bella. Era bella soprattutto in primavera, quando i fiori sbucavano da una parte e dall’altra del cortile, e noi bambine li raccoglievamo.

Di quella scuola ricordo quanto fosse fredda, in inverno, nonostante la mattina ognuno di noi portasse un ceppo per alimentare la stufa. Ricordo le maestre, che poi vedevamo entrare a casa nostra a bere il caffè d’orzo tostato con le nostre madri. Non più maestre, ma amiche.

Ricordo le lunghe passeggiate per arrivarvi lungo i sentieri insieme a Mario, con i libri sotto il braccio, e il vento che cantava nella sua discesa dai versanti.

La maestra Caterina ci insegnava italiano, la matematica, ci insegnava la calligrafia e la geografia. Durante l’inverno portava le sue piante a scuola, perché a casa faceva ancor più freddo, e ogni settimana uno di noi riceveva con orgoglio l’incarico di prendersene cura.

Desideravamo tutti avere un soldino, per scendere da Maria, la bidella, a comprare uno di quei gustosi panini con l’uvetta che preparava.

Adesso, quando dalla città torno su in paese, provo una profonda tristezza a vedere la mia scuola vuota. Non ci sono più bambini, né una maestra Caterina, né Maria. L’hanno chiusa da qualche anno, perché in paese i bambini sono ormai troppo pochi. Le finestre sono rotte e la vegetazione cresce un po’ dovunque, perfino la scritta del Regime non si legge quasi più. Mi sembra di sentire ancora, là dentro, le nostre voci recitare a memoria la Gioia perfetta del Valeri.

Rachele Amerini

27 anni, geografa. Ha collaborato al progetto “Terre Alte” (www.geogr.unipd.it/TerreAlte ), improntato dal Dipartimento di Geografia dell’Università di Padova e dal Club Alpino Italiano, per lo studio dei “segni dell’uomo” in ambienti montani interessati da fenomeni di abbandono.


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