Domani è già cominciato ieri di Lucio Armando Silvestri

Marco era lì, seduto sul letto, nella casa silenziosa; il gatto acciambellato sul comò ogni tanto lo degnava di uno sguardo sghembo, quando era sicuro di non essere osservato.

Il figlio era a scuola; un bravo ragazzo, senza grilli per la testa, senza desideri di zainetti griffati, ma ormai vicino a prendersi il diploma della scuola dell’obbligo, il che significava libri più cari, qualche pizza con gli amici, forse il motorino, qualche cinema con la ragazza, le scarpe nuove da basket… perché era un bravo ragazzo, sano, senza grilli per la testa, e con gli ormoni montanti.

E Marco era lì, seduto, e fumava: presto avrebbe dovuto smettere; si sentiva inutile, inadeguato.

Intendiamoci: questo era il significato, il senso del suo pensiero ma non il termine, visto che lui aveva un vocabolario piuttosto povero, avendo frequentato la scuola pubblica. O quel che ne restava, come diceva suo nonno. Il nonno era stato quello che aveva comperato casa: un buon uomo, colto, affettuoso, sempre disponibile quando c’erano problemi, generoso con la sua pensione, ma anche lui con i suoi difetti.

Aveva fatto il ’68, come diceva spesso, e contestava tutto, a cominciare dai telegiornali: rideva o diventava tutto rosso, e se la prendeva con gli asini e i venduti che fanno disinformazione, con il popolo bue il cui rincoglionimento (scusate: diceva proprio così) cominciato dalla scuola è stato perfezionato dalla televisione.

Un’altra sigaretta; il gatto si alzò, si stiracchiò e cambiò posizione, mostrando la schiena.

Un esubero; questo termine Marco credeva di averlo capito bene, quella mattina, quando il direttore del personale e il sindacalista glielo avevano spiegato: troppo bravo (e costoso) per fargli imparare un altro lavoro, non più necessario ora che avevano esternalizzato tutte le manutenzioni.

Vent’anni ci aveva messo per diventare il più bravo manutentore delle macchine a controllo numerico usate in ditta: capogruppo, caposquadra, capo del servizio, pensando sempre e solo alla qualità del suo lavoro. Poteva far funzionare una macchina fino a fine turno anche senza pezzi di ricambio, con un pezzo di scotch, un paio di forbici e del fil di ferro.

Un esubero: un lusso che la ditta non si poteva permettere, perché aveva affidato all’esterno il servizio, a terzi. Costava molto meno che avere un servizio interno; e non contava nulla se questi terzi avevano lavoratori in nero, precari, lavoratori a progetto, se dovevano intervenire tre volte per una sola riparazione, se i pezzi di ricambio non erano inclusi nel canone. Sulla carta costava di meno, e fanculo la qualità: l’azienda aveva bisogno di cash, perché il Direttore Finanziario poteva impiegarlo in Borsa, per utili più alti e meno tassati dell’utile di esercizio. Più soldi per gli azionisti, niente per Marco, niente per gli investimenti in azienda.

Il gatto sul comò dormiva profondamente, ogni tanto una zampina si contraeva a scatti; una sigaretta. Affianco a Marco, sul letto ora sedeva il ricordo del nonno, quel brav’uomo un po’ collerico: Cazzo! Tutto è politica! Non parlo di ideologia, ma di etica del rapporto tra il singolo e la società! (si capiva solo lui) Vi hanno insegnato un modello secondo cui la cosa di tutti è cosa di nessuno, così i più furbi possono farne scempio senza che nessuno muova un dito! (che avrà voluto dire?) Vi hanno allevati nell’egoismo e vi hanno divisi, creando piccoli gruppi più facili da controllare e dominare. (questo era già più chiaro) E non hanno nemmeno la saggezza degli apicoltori, che lasciano sempre un po’ di miele nell’arnia per non far morire le api!

Il gatto si era alzato, e si stiracchiava sbadigliando: il turno di riposo era finito. Il letto era diventato scomodo, e Marco si agitava, un po’ per quello, un po’ perché quella faccenda della api l’aveva capita bene, lui che di miele ne aveva prodotto tanto, in vent’anni, e ora era un esubero: per lui niente più miele. Tornava a galla il tuonare del nonno: divide et impera (glie l’aveva spiegato), e gli aumentava la nausea.

Il gatto saltò giù dal comò e uscì dalla stanza, lentamente, con la coda ben sollevata, forse in un messaggio di scherno per Marco. No, per il nonno no: lui aveva fatto il ’68: la sua parte l’aveva fatta.

Spenta l’ultima sigaretta, Marco si alzò; c’era una manifestazione, uno sciopero dei trasporti (che in altri casi gli aveva solo procurato fastidio), e lui sentiva di dover partecipare, almeno lì non sarebbe stato un esubero. Sarebbe diventato uno dei 90 partecipanti su 100 la cui presenza ci si ostinava a non voler ammettere, ma non sarebbe stato un esubero.

Forse per la prima volta nella sua vita, sarebbe stato un cittadino alla ricerca della propria dignità attraverso il sostegno, il supporto, la partecipazione alla dignità di altri.

Forse, per la prima volta, avrebbe dato un contributo alla preparazione di un domani diverso, in cui nessuno lascia solo nessuno a combattere per il diritto di tutti. Marco uscì di casa con le spalle dritte e la testa alta, sentendo ancora una volta la voce del nonno: Bravo, ragazzo! Meglio incazzato che rassegnato.

Lucio Armando Silvestri

63enne, ex Manager attualmente inoccupato, partenopeo di nascita, “emigrato” a Milano nel ‘71

Morale intrinseca:
Nessuno può disinteressarsi a questo tipo di problema, che è un punto cardine della socialità.


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