Le verità dei bambini, racconto di Antonio Giordano

Avevo sei anni ma non capivo perché proprio io non dovessi essere un italiano come tutti gli altri. I miei compagni di prima elementare, in certi giorni, venivano con la divisa di ”figlio della lupa”. Io, invece, no.

Mio padre aveva avuto una discussione con mia madre. Si erano chiusi nella stanza da letto ma non avevo potuto sentire niente perché parlavano fitto fitto e a bassa voce. Forse mamma era riuscita a convincerlo e aveva già preparato la divisa. Allora non dovevo dargli il tempo di ripensarci; avrei dovuto provarmela subito. Poi, di botto, la porta si aprì.

Io mi ero preparato: ero già in mutandine e aspettavo. Mio padre passando mi guardò sdegnato e col suo vocione tuonò:

“Se a scuola ti chiedono della divisa, di’ sempre che è a lavare. E copriti, vestiti, svergognato!”

Non solo non mi sentivo italiano come i miei compagni, ma per giunta, mi si rimproverava perché ero un po’ svestito.

E già, perché dopo una certa età, né ci si doveva mostrare, né si doveva guardare. La maestra, che era una persona istruitissima e che diceva sempre la verità, ci aveva spiegato che noi eravamo persone perbene perché eravamo “bianchi” e di razza ariana, come avevo letto su un documento di mio padre, posato sul comò. Questo fatto della razza ariana avrei voluto approfondirlo e, facendomi coraggio, chiesi alla signorina Pirrone (la nostra maestra si chiamava così ed era signorina come tutte le maestre, anche se era sposata e aveva due figlie) di spiegarcelo meglio. Dapprima la signorina si urtò e mi rimproverò perché avevo interrotto la lezione, ma poi, con santa pazienza, vedendo che c’ero rimasto male e che mi veniva pure da piangere, fece fare silenzio in classe e, con santa pazienza, si sedette sulla cattedra, ci pensò un poco e poi ci raccontò la nostra storia,

Insomma, un certo Noè, che tutti dovevamo conoscere per via del Diluvio Universale, una volta aveva bevuto un po’ troppo e, ubriaco fradicio, si era tolto i vestiti. Questo Noè aveva tre figli maschi che si chiamavano, Sem, Cam e Jafet.

Sem e Jafet furono giudiziosi e cercarono di coprire il padre che aveva tutte le vergogne di fuori, mentre Cam lo guardò quando era nudo e lo prese pure in giro. Noè si urtò contro questo figlio screanzato e lo maledisse, mentre benedisse gli altri due, perché erano stati comprensivi nei suoi riguardi. Questi figli, con il tempo, formarono tre razze importantissime: i Semiti che non erano né buoni né cattivi e che vivevano in modo decente, i Giapeti, discenti di Jafet, figlio prediletto di Noè, formarono poi la razza ariana che era la migliore di tutte. Noi italiani eravamo ariani, quindi i più intelligenti, i più belli e quelli che avrebbero conquistato il mondo. Anche i tedeschi, però, non scherzavano. I peggiori erano i Camiti, i discendenti di quel Cam ch’era stato maledetto da Noè. Anche questi, come i Giapeti, avevano cambiato nome e ora si chiamavano Ebrei. Prima erano tutti neri come il carbone ma poi, prendendo medicine segretissime,fornite dal Diavolo, si erano fatta la pelle bianca pure loro. Per punirli dal peccato del capostipite, però,erano stati cacciati dalla loro terra e ora avevano violato i nostri confini e in Italia facevano cose brutte. Per esempio dicevano che Gesù non era Dio, che il sabato era domenica e altre cose misteriosissime. Erano tanto maleducati: portavano in testa il cappello pure in chiesa e, se non ce l’avevano, un baschetto piccolo piccolo per risparmiare la stoffa. Erano tirchissimi. Infatti, ci disse la signorina, quando una persona era avarissima si diceva che era un “ebreo”. Vero;io lo avevo sentito dire più di una volta Ma, a ricordo del loro colore originario, i loro preti, che si chiamavano “arrabbini” perché erano sempre arrabbiati, si vestivano di nero. La maestra, dopo la spiegazione, mi chiese se ero soddisfatto. Io dissi di sì ma io non ero ancora convinto e cercai altre fonti autorevoli.

Il mio compagno Inzerillo, infatti, che era ripetente e che raccontava a tutti noi più piccoli cose segrete, ci confidò che non solo questi ebrei camminavano nudi nelle case come al loro Paese, ma che avevano un pezzetto di pipo in meno per farsi riconoscere. Che vergogna! Mio padre e mia madre si facevano vedere sempre vestiti e pure quelli che io praticavo, anche perché erano tutti buoni ariani, con il pipo intero, almeno i maschi. Altri invece dicevano che i maledetti, quindi gli ebrei, erano i Semiti.Un po’ preoccupato m’informai con Inzerillo circa i Semiti. Al momento non seppe rispondermi ma, dopo avere assunto le sue informazioni, mi disse di stare tranquillo perché stavano sempre vestiti, certe volte pure nella faccia e portavano in testa una specie di nido, chiamato turbante. Meglio così.

Questo discorso dei Camiti mi procurò preoccupazioni perché Inzerillo disse che questi non si dovevano praticare, altrimenti si rischiava di diventare come loro. Infatti il Duce stava cercando di separarli dalla brava gente, di mandarli fuori dall’Italia perché non ci mischiassero cattive abitudini e, chissà, forse, qualche brutta malattia …

Certe sere, mentre cercavo di prender sonno, se avevo incontrato o praticato bambini o persone che non conoscevo, mi veniva il dubbio che qualcuno potesse essere ebreo e che mi avesse contagiato qualche malanno. Ma tenevo tutto per me e non dicevo niente perché una volta che avevo cominciato a parlarne, mio padre mi aveva bruscamente interrotto, dicendomi di pensare a cose serie. Chissà che c’era sotto!

E, per un certo periodo, abbastanza lungo, cercai con cura di non guardare mio padre quando girava per casa in pantaloncini E se mi fosse finita come Cam? Se fossi diventato ebreo anch’io? Se fossi stato maledetto da Dio? Mamma mia! E chi lo guardava, mio padre! Avvertii anche mio fratello ma quello era cretino e non ne capì niente.

Antonio Giordano

•Diploma di benemerito di 1ª classe e Medaglia d’Oro per la Scuola, per la Cultura e per
l’Arte, conferita dal Presidente della Repubblica

•Targa d’argento della Città di Palermo
•Benemerenza Civica per meriti culturali e artistici, conferita dalla Provincia Regionale di Palermo
•Socio Onorario ed Esponente di Chiara Fama dell’Unione Nazionale Scrittori ed Artisti
•Già Dirigente Scolastico ordinario presso il Liceo Scientifico Statale G. Galilei di Palermo, Scuola Polo Interregionale per l’Educazione al Teatro
•Docente di “Drammaturgia Applicata” presso l’Università “U.E.t.l.”di Palermo
•Presidente dell’Associazione culturale “Scena Aperta” di Palermo
•Già Docente-Esperto pedagogia teatrale presso “Accademia Nazionale d’Arte Drammatica S. D’Amico” di Roma,Teatro Lelio Palermo,Laboratorio Scena Aperta
•Scrittore drammaturgo, Critico teatrale del quotidiano “La Sicilia” di Catania.


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