Schola, magistra vitae di Marilù Oliva

Eccoli, i mostri. Sono 23, disposti due a due, ben appaiati: i più feroci coi più menefreghisti, i più imbelli davanti, gli stranieri insieme, i ritardati con gli esclusi.

Mi soverchiano con le loro urla finchè in gola mi resta solo un flebile soffio di voce. Provo a sedare l’ala destra e già insorge quella centrale, mentre da sinistra mi arrivano schiamazzi più forti. E’ per questa sensazione d’impotenza che parto già stanca a settembre. Mi fanno compagnia senso di vuoto e frustrazione. Oltre, un baccano sguaiato.

Ragazzi cafoni, arroganti, viziati, sfacciati, con un risolino da presa in giro stampato in bocca, ma incapaci di sostenere lo sguardo quando gli punto gli occhi in faccia, sempre pronti a ribattere, a dispensare giudizi. Propongo uno spunto di discussione: secondo voi a cosa serve la scuola? Brusio di sottofondo, uno mi volta la schiena, un altro fa squillare il cellulare solo per il gusto di sfidarmi, uno butta una cartaccia ai miei piedi, urlo, minaccio, non mi ascoltano, uno chiude la finestra che ho appena aperto, tutti contestano, rifiutano il mio spunto, e intanto parlano, disturbano, si distraggono.

Che sconforto. Non per la situazione particolare, ma per quella generale. Mi sento sconfitta e non da un branco di ragazzini incontinenti. Mi sento sconfitta dai loro genitori che hanno supplito con telefonini costosissimi la loro incapacità di fornirli di un supporto educativo, mi sento sconfitta dalla demolizione della scuola che è in atto per mano di media, governo, gente che vive di luoghi comuni. Per colpa dei tagli alla scuola che daranno ai giovani sempre meno possibilità. E mi sento trafitta proprio laddove avevo costruito le mie fondamenta. Io ci credevo davvero. Che avrei contribuito a risollevare gli studenti dall’omologazione, che avrei potuto fornire loro una minima parte degli strumenti con cui capire il mondo e magari con cui un giorno tentare di cambiarlo. Che volo di Icaro! Volevo insegnare in maniera diversa, non telecomandata, sfuggire ai programmi canonici, spiegare la lingua attraverso il rap e le canzoni, fluttuare nei linguaggi dell’arte e del cinema, immergerli nelle acque limpide della lettura, senza costrizioni, secondo il decalogo di Pennac, ascoltando il loro cuore e il loro istinto. Volevo che la storia fosse racconto e scienza, aneddoto e fonte diretta, pittura vascolare e vecchia fotografia in bianco e nero. Volevo che amassero le mie materie. Ora non so se mi interessa ancora, ora la mia priorità è la sopravvivenza. Sono mortificata con me stessa, con la scuola, con il provveditorato, coi colleghi, con quei mostri stessi dei miei allievi perché mi sento inadeguata, disinteressata, demotivata. Perché fatico ad ascoltare quella vocina che mi dice: è dura, ma bisogna essere consci e sicuri del ruolo che abbiamo, educare. Noi docenti credenti, credenti cioè nell’educazione per un mondo migliore, dovremmo far sentire la nostra sicurezza, specie in questi tempi liquidi. Ma il mio udito è sempre più avvilito…

E mentre sto per rinunciare alla mia proposta di dibattito, l’utilità della scuola, si avvicina uno studente timidamente e mi chiede: “Prof, ma perchè si dice scuola maestra di vita?”.

Eccolo. Il miracolo. Avviene sempre quando meno me lo aspetto. E’ sufficiente che cominci uno solo, quasi in silenzio, e mio ritrovo a entusiasmarmi anche solo per una scintilla di curiosità. Lo guardo e gli dico con dolcezza: “Ora lo spiego a tutti”.

Poi ricomincio a richiamarli all’attenzione e questa volta, chissà perchè, senza troppe pretese d’ordine, mi riesce tutto un po’ più facile.

Marilù Oliva

Marilù Oliva vive a Bologna. Insegna lettere alle superiori e, nel tempo libero, legge gialli e saggi di criminologia. Fa ricerca di storia contemporanea e scrive per alcune riviste letterarie e non, tra cui Bibliomanie e Thriller Magazine. E’ appassionata anche di salsa cubana e di storia romana.


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