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Addio Istruzione (Pubblica, passatemi la nostalgia) di Maura Chiulli

L’educazione può aiutare a diventare migliori e, se non più felici, ci insegna ad accettare la parte prosaica e a vivere la parte poetica delle nostre vite

Edgar Morin

Ho appena ventisei anni, eppure sono abituata alle esternazioni grossolane e populiste di Umberto Bossi ed ho lasciato più volte correre le polemiche del Carroccio sui professori del Sud. Tuttavia, non ho potuto soprassedere davanti alle imbarazzanti dichiarazioni (diventate decreto e poi legge) del Ministro Gelmini.

Ho ventisei anni, una laurea in Economia, due Master ed ho frequentato la Scuola Superiore per l’insegnamento (che il Ministro ha chiuso, abolito, cancellato in un battito di ciglia, senza prospettare alternative pari in dignità e offerta formativa) perché desidero diventare un’insegnante. Si tratta di una vocazione o di un’irrinunciabile esigenza autodistruttiva?

Avrei dovuto abituarmi all’idea di un Addio alla scuola pubblica e inclusiva mesi fa, quando, da Cortina d’Ampezzo, il Ministro Gelmini chiariva le proprie strategie per migliorare la scuola italiana. Incredula, come il Preside Ennio Ferrara, su Repubblica leggevo che, per rialzare la qualità degli insegnanti meridionali saranno predisposti dei corsi intensivi. E non immaginavo che quello fosse solo l’inizio di una corsa degradante. L’annichilimento della cultura e delle intelligenze è l’obiettivo celato. D’altronde il pensiero e la ricerca sono di sinistra, non lo sapevate? Smantellare la scuola pubblica è un passaggio obbligatorio se si vuole disegnare un’Italia incatenata, succube e silenziosa.

Cosa succede ai genitori, a quelle famiglie che cercano la disciplina e le regole fuori dal nido? Perché hanno paura? Dove sono quando i figli rubano le scarpe al compagno down? Perché chiedono con rabbia a noi insegnanti di rivestire un ruolo che non ci compete. I nostri alunni non diventano bulli il primo giorno di scuola. I nostri ragazzi hanno bisogno di trovare regole e amore prima di tutto a casa, con la propria famiglia. Un figlio violento, disinteressato, rabbioso non è un fallimento, ma una risorsa per la famiglia, che può indagarsi, cercare al suo interno le falle, e correggersi. Tutto ciò esige tempo, denaro, specialisti, amore. Molto più semplice invocare grembiulini e quattro in condotta.

Non esiste la condotta, esistono i comportamenti, le azioni nei confronti dell’Istituzione scolastica, degli insegnanti, dei compagni. La condotta è un concetto obsoleto e imbrigliante, anzi un contenitore vuoto. Valutare non vuol dire armarsi e punire. La valutazione deve essere formativa, proattiva, motivante, riflessiva. Deve servire all’insegnante per monitorare il proprio percorso didattico e all’alunno per riflettere sul proprio apprendimento e sui propri comportamenti. Ma questo lo sanno in pochi.

Non voglio che i miei studenti si alzino in piedi quando entro in classe, non voglio poter utilizzare il voto come un’ arma, voglio essere libera di educare, entusiasmare, affiliare, consolare, motivare i miei studenti.

Al secondo anno di Università ebbi modo di capire che l’economia era più reale di quanto avessi mai immaginato. In un corso di Strategia Aziendale appresi che il rischio generale d’impresa nasce dall’ineliminabile scontro tra la variabilità ambientale e la naturale resistenza al cambiamento del fattore umano. Il concetto fu illuminante e ben presto ebbi modo di estenderlo al mio quotidiano. La vischiosità, questa paralizzante rigidezza della struttura umana è la prigione entro la quale non voglio finire i miei giorni. Tutto questo immobilismo spaventa: dalle Istituzioni alle intelligenze, tutto è fermo, barricato dietro un’omeostasi ingannevole; la politica fa eccezione: non è immobile, regredisce.

<>, scrive Edgar Morin.

Le esigenze del mondo globale si fanno ogni giorno più complesse, è evidente. Multidimensionale, la realtà si complica. Abbiamo l’urgenza di combattere e di vincere la sfida della complessità, armando noi e i nostri amati studenti, di un’intelligenza generale in grado di considerare il contesto e il complesso.

Non considerare il globale, il sociale, l’altro, ci renderebbe, anzi ci rende degli irresponsabili. Alleggerirci delle nostre conoscenze, per riempire sedicenni impreparati è una protezione della quale dobbiamo fare a meno.

Capire che <<è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena>> è cruciale per imboccare la via del cambiamento. Un sapere disorganizzato, ammucchiato, disancorato è solo una pesante zavorra. Aiutare i nostri studenti a dotarsi di una testa ben fatta è la missione. Una testa che organizza le conoscenze, una testa che le connette, le collega, le separa, le sintetizza, una testa critica, questa è una testa ben fatta. La cura del particolare, l’interesse esclusivo per la propria condizione, l’egoismo, l’azione volta all’amministrazione dell’utilità del singolo individuo a discapito della collettività, manifestati dall’opera del nostro attuale sistema politico non possono che allontanarci dalla scuola della comprensione umana, che sogno. Fornire una cultura che permetta di scegliere, di contestualizzare, di risolvere problemi complessi, di affrontare l’incertezza; insegnare la comprensione umana, la tolleranza, l’affiliazione, queste sono le sfide alle quali voglio partecipare attivamente e, per questo, intendo riformarmi intellettualmente, liberarmi dai retaggi dell’esperienza, aprirmi al cambiamento.

Ma non è mutilando la scuola, tagliandole fondi, ripristinando vecchie ricette uniche, che si guarda al futuro. L’attuale rigurgito puzza di vecchio e inacidito. La postmodernità esige nuove misure.

Maura Chiulli, classe 1981

maurachiulli@gmail.com