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Intervistiamo la scuola: Marcella Raiola, insegnante

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Ci puoi raccontare il tuo percorso di studio e poi quello lavorativo che ti ha portato a insegnare nella scuola pubblica?

Mi sono laureata in Lettere Classiche nel 1999 con 110/110 e lode (Letteratura Latina). Avevo in mente la carriera universitaria, perché lo studio è stato per me emancipante in modo sostanziale, sicché “studiare per mestiere” mi pareva un naturale approdo esistenziale e professionale. Dopo un Corso di Perfezionamento annuale, conseguito sempre alla Federico II, ho partecipato alla selezione indetta dalla Scuola di Specializzazione per l’abilitazione all’insegnamento (SICSI Napoli) e ho iniziato il percorso biennale universitario avente come sbocco l’ingresso nelle Graduatorie Permanenti del personale docente di scuola secondaria. Nel 2002 mi sono abilitata e ho iniziato a ricevere proposte di supplenza breve dai presidi.
Nel frattempo, ho partecipato a ben 6 concorsi di dottorato (a Siena, a Bologna, a Pisa e a Napoli, dove ho fatto tre tentativi). Sono riuscita, nonostante il clientelismo sfacciato e nauseante che caratterizza queste selezioni, a conseguire un dottorato senza borsa di studio nel 2003, per svolgere il quale ho pagato tasse universitarie come una matricola appena iscritta (circa 1000 euro all’anno).
Gli anni del dottorato sono stati per me esaltanti e qualificanti. Ho pubblicato un primo articolo su una rivista di Studi Filologici (“Vichiana”); ho partecipato a diversi incontri di studio ed ho ricevuto una proposta di collaborazione da un ordinario di Diritto Romano attualmente in carica all’Università Parthenope di Napoli, presso la cui cattedra sono “cultrice”, cioè studiosa a titolo volontario. Ho pubblicato recensioni e articoli su varie riviste di Diritto Romano. Ho continuato a lavorare come supplente ininterrottamente dal 2002 in diversi licei classici dell’hinterland napoletano, vedendo la mia posizione paradossalmente peggiorare anno dopo anno, nonostante il punteggio maturato e i diritti acquisiti. Da dieci anni, dunque, sono precaria della scuola e da cinque sono volontaria all’Università: una vita in bilico tra un’evanescenza e l’altra, insomma!
Dove insegni, con quale ruolo e com’è la situazione scolastica nella provincia dove lavori?


Attualmente insegno presso il Liceo Classico “Francesco Durante” di Frattamaggiore, in provincia di Napoli, come docente a tempo determinato, su un’aspettativa (per maternità) della docente titolare. Il dramma della scuola napoletana è meno evidente nei licei che nelle altre tipologie di istituto, ovviamente, ma ci sono stati tagli feroci al personale docente ed Ata, le strutture sono indecenti e fatiscenti, i disabili sono privi di insegnanti di sostegno e perfino i presidi sono stati ridotti di numero e costretti ad accettare la “reggenza” di istituti aggiuntivi rispetto al proprio, con conseguente caos.


Cosa è cambiato nella tua scuola con la riforma Gelmini?

Nei licei classici sono state tagliate ore di storia e di italiano al biennio (un’ora per disciplina), con grave pregiudizio per la preparazione degli alunni e per la continuità dei docenti, dal momento che, per arrivare all’orario-cattedra completo (18 ore), bisogna erodere il monte-ore di un’altra cattedra, il che comporta il cosiddetto “spezzatino”. I ragazzi, quindi, arrivano ad avere fino a 4 referenti diversi per il blocco delle materie umanistiche (latino, greco, italiano, storia e geografia)!
Al ginnasio sono state poi introdotte le scienze fin dal primo anno, il che costituisce un arbitrio pedagogico e un’inutile anticipazione di argomenti che vengono comunque trattati al triennio. Il risultato è che i ragazzi studiano, senza capirci un tubo, le leggi di Keplero e la geografia astronomia a 13 anni, ma fanno grossolani e sconcertanti errori ortografici quando scrivono e non sanno comprendere il senso di un semplice brano sottoposto alla loro attenzione.
Sono anche aumentati i PON, cioè quei progetti del tutto inutili ma strapagati che ingrassano sedicenti “esperti” esterni alla scuola, che si svolgono di pomeriggio (sottraendo ore allo studio domestico) e ai quali i ragazzi sono invitati a partecipare spesso con insistenza sospetta o addirittura con minacce.
Risultato: gli esperti esterni e i “tutor” interni intascano dei bonus che vanno dai 3000 ai 5000 euro per fare, magari, qualche lezioncina insulsa sull’educazione alimentare, sulla “legalità” o su altri temi balzani, trattati spesso in modo moralistico e banalizzante, mentre nei bagni manca la carta igienica e i prof. sono rimproverati ogni volta che si azzardano a chiedere una fotocopia!
E’ cambiato, poi, in modo sostanziale, in tutte le scuole, il rapporto tra il preside (che ora è un manager e pretende di trattare il personale docente come manodopera schiavile) e il collegio dei docenti, che è praticamente esautorato e ricattato, vanificato nelle sue funzioni di controllo e di gestione, ridotto a puro organo consultivo.

Sono state condotte delle forme di proteste riguardo la Legge Gelmini e con quali risultati? Oggi con il Governo Monti cosa è cambiato?

Sono state condotte molte e strenue lotte, a partire dalla emanazione della Legge 133/2008, che ha sancito il taglio di 150.000 posti di lavoro (pari a 24 stabilimenti FIAT, un licenziamento di massa senza precedenti), da parte dei precari della scuola. I precari hanno messo su Coordinamenti e associazioni in perfetta autonomia, anche perché delusi dall’atteggiamento dei sindacati confederali, che hanno plaudito alle decisioni governative e avallato la dissennata politica di depauperamento e mortificazione della scuola. Scioperi della fame (iniziati dai colleghi precari siciliani nell’agosto 2009), sit-in a iosa (l’ultimo, cui la sottoscritta ha partecipato, dal 23 al 27 giugno del 2011 davanti a Montecitorio, dormendo all’addiaccio davanti al Parlamento); numerosissime manifestazioni oceaniche (30 ottobre del 2010 a Napoli, per esempio); petizioni; interventi accorati in trasmissioni televisive; scontri di piazza… Gli esiti della protesta sono stati assai deludenti, anche perché i livelli di illegalità e protervia raggiunti dal governo Berlusconi, unitamente alla mancanza di una seria opposizione e alla personalizzazione del dibattito politico, paralizzato dalla necessità di salvare il premier da accuse di ogni genere, hanno reso i palazzi sordi ad ogni reazione o richiesta dal basso.
Abbiamo solo potuto estorcere, con le manifestazioni e la protesta, 10.000 assunzioni (sulle 80.000 possibili, tenendo conto del turn-over legato ai pensionamenti), una goccia nel mare, che però sono state fatte “alla Marchionne”, cioè in cambio della rinuncia dei precari assunti agli scatti di carriera e alla liquidazione (il posto, cioè, in cambio dei diritti contemplati da un Contratto Nazionale di Lavoro ormai ridotto a carta straccia)!

I colleghi rimasti fuori dall’insegnamento come si sono riciclati nel mondo lavorativo?

Non conosco molte storie. So di precari che si sono trasferiti per avere delle chances. Tre mie colleghe si sono iscritte in Graduatorie del Nord Italia e sono emigrate, affrontando il disprezzo di un ambiente reso ostile dal leghismo e dalle speculazioni e strumentalizzazioni politiche sui precari, dopo circa 15 anni di precariato in Campania… Molti semplicemente non lavorano e tendono la mano alla famiglia di origine per andare avanti. Bisogna anche considerare che l’81% del corpo docente italiano è composto da donne, il che ha reso più facile la vigliacca falcidie governativa. Il Governo, insomma, ha operato secondo la stessa bieca logica patriarcale e violenta degli imprenditori alla Marchionne.
Questo paese infatti, come si è visto dal rigurgito maschilista e machista indotto dal berlusconismo, è profondamente intriso di violenza sessista e incline alla discriminazione su base sessuale, sicché il lavoro femminile è considerato deteriore, subordinato. I professori sono degli intellettuali e “producono” generazioni capaci di comprendere e difendere il patrimiono culturale e di accrescere il livello di civiltà e progresso della nazione, ma vengono trattati da pezzenti e diffamati in modo tale che l’opinione pubblica creda che sono fannulloni con una sinecura pagata. Tali campagne diffamatorie sono rese possibili dall’ignoranza diffusa e dall’analfabetismo di ritorno che caratterizza la nostra società. L’Italia è il paese in cui si leggono meno libri e giornali che nel resto d’Europa. La nostra classe media è la più ignorante d’Europa. Solo da noi il “Grande Fratello” ha avuto quasi 20 edizioni. Non è un caso, così come non è un caso che il CEDAW, organo dell’Onu preposto al rilevamento delle sperequazioni, ha rilevato come l’Italia sia il solo paese europeo in cui ancora sussiste l’immagine pubblica della donna-oggetto, muta e sciocca, trastullo di maschi abbrutiti (abbiamo, infatti, il triste e orrendo primato tra i popoli europei che praticano il turismo sessuale!) e in cui le donne siano sottorappresentate.

Quali mezzi usi per andare al lavoro, quanto tempo ti occorre e con quali costi?

Tasto dolente! Spendo circa 95 euro al mese e mi servo della “Vesuviana”, per lo più. Si tratta di una ferrovia secondaria, una linea che corre attorno al Vesuvio, che “serve” più di un milione di pendolari dell’hinterland napoletano che dai comuni della cintura vesuviana si spostano verso Napoli, e che ora è letteralmente allo sfascio, essendo stati tagliati all’inverosimile i fondi destinati alla manutenzione delle carrozze. Ho partecipato, di recente, a tre presidii di protesta, per denunciare le condizioni ignobili in cui versa attualmente la nostra “Vesuviana”, ma le istituzioni locali sono sorde e pare che si provvederà quanto prima a privatizzare il servizio, con aumento dei costi e nessun beneficio per gli utenti (come del resto, è già stato per le autostrade svendute a Benetton!). La Vesuviana ci ha accompagnato nel corso della vita professionale, sprovincializzandoci e portandoci all’Università quando eravamo studenti, ed è stata anche il vettore dello sviluppo turistico della regione, visto che conduce agli Scavi di Ercolano e di Pompei con grande comodità e velocità. Le carrozze sono ora ridotte a poche decine; sono sporche e dentro ci piove. Moltissime corse sono state soppresse, a partire dal 12 settembre 2011,
il che determina un affollamento pericoloso e indecente nelle ore di punta, mentre altre corse vengono arbitrariamente “tagliate” durante la giornata, a seconda delle frequenti emergenze di servizio. I ritardi sono all’ordine del giorno. Si aspetta anche 35 minuti un treno stracolmo e sferragliante, che arriva a destinazione nel doppio del tempo previsto, dato che ad ogni stazione gli utenti già stipati all’interno respingono a gomitate quelli che cercano disperatamente di entrare… UN DISASTRO! Ho lavorato al Vomero, a Napoli, e in diversi comuni vesuviani: Pomigliano, Somma Vesuviana, Castellammare, Frattamaggiore; Torre Annunziata. Dal mio comune impiego circa un’ora e mezzo, mediamente, per raggiungere gli istituti in cui presto servizio. Ho già assistito, finora, a tre svenimenti, occorsi nel treno che prendo la mattina a causa dell’affollamento eccessivo e della mancanza d’aria.
Ci puoi descrivere la tua giornata tipo?


Sveglia alle 5, massimo alle 5,30. Primo treno alle 6,30; arrivo al Liceo alle 8 circa. Lavoro in classe fino alle 13,30 circa, con orario variabile. Ritorno a casa alle 15-15,30 circa. Riposo e pranzo. Correzione verifiche o elaborazione di slides, test e dispense utili a facilitare o integrare lo studio degli argomenti proposti. Preparazione delle lezioni del giorno dopo: consultazione di testi e selezione di materiali. Partecipazione a raduni o riunioni del Coordinamento Precari Scuola Napoli, di cui sono membro-segretario (sono incaricata, cioè, di redigere testi, volantini, documenti programmatici e slogan del gruppo di lotta), presso la sede-ospite prescelta (ubicata a Materdei, Napoli). Collegamento a social-network per la controinformazione e l’aggiornamento sulle novità relative alla scuola e alla ricerca.
Quali passioni riesci a coltivare?


Noi insegnanti siamo fortunati, in un certo senso, perché facciamo della nostra passione il nostro lavoro, quando riusciamo ad operare nel campo in cui ci siamo specializzati e non dobbiamo “ripiegare” su altre funzioni (sostegno, per esempio), per mancanza di posti (falcidiati dagli ultimi governi). Io collaboro a titolo volontario con la cattedra di Diritto Romano dell’Università Parthenope di Napoli e ho l’opportunità di pubblicare degli articoli su riviste scientifiche accreditate, il che mi gratifica e mi consente di allargare gli orizzonti anche nelle mie discipline (latino, greco e materie letterarie). La Parola, in tutte le sue fenomenologie, articolazioni, potenzialità espressive ed esorcizzanti, mi incanta e trascina… Ho pubblicato, nel 1996, una silloge di poesie intitolata “I Corimbi”, selezionata, a Siena, da una giuria composta dai migliori italianisti italiani (Ferroni, Frabotta, Brioso, Luperini), nell’ambito di un concorso editoriale; di recente, ho tentato di pubblicare, senza successo, tre racconti, la cui stesura è stata molto meditata e laboriosa, ma che purtroppo sono stati respinti da più editori.
Che uso fai di internet e dei social network?


Mi servo di Internet e dei social-network eminentemente per comunicare con i miei colleghi e per lottare in difesa della scuola pubblica, minacciata gravemente dalle politiche neoliberiste sposate dal governo Berlusconi e, ora, da quello “tecnico”. Frequento anche pagine letterarie create da colleghi o autori a me cari, “postando” brani d’autore e partecipando alle discussioni che ne nascono. Scrivo molte “note” per testimoniare l’attività del gruppo di lotta precaria in cui sono inserita e per fare controinformazione circa le condizioni in cui versa la scuola.
Ci indichi i progetti più interessanti realizzati da te o dai tuoi colleghi nella tua scuola e che vuoi condividere con gli altri?


Mah… Per un supplente è difficile proporre progetti, perché, arrivando d’improvviso in un contesto già dato, non riesce, spesso, a trovare le giuste motivazioni o il supporto necessario a realizzare alcunché… Del resto, con la autonomia del 1997 è nata la scuola dei PON e delle attività extracurriculari attivate allo scopo di rendere concorrenziale e allettante il singolo istituto in “competizione” con gli altri istituti sparsi sullo stesso territorio, per cui le risorse vengono impiegate spesso in modo maldestro e le attività sono tante ma prive di senso e scopo. Personalmente, sono orgogliosa di aver preparato delle ragazze di un liceo di Somma Vesuviana (senza alcun incentivo) per la partecipazione al Certamen Vergiliano di Nocera, e di aver allestito una mostra sul tema: L’Ulissismo come categoria interpretativa e costitutiva della cultura occidentale” presso il Liceo Sannazaro (Vomero).
Ci indichi, per punti, quello che secondo te si potrebbe fare da subito, a costi bassissimi o a costo zero, nella scuola italiana per migliorarla?


Reintroduzione del modulo nella scuola elementare e reintegro dei 150.000 lavoratori e operatori licenziati grazie all’esiziale legge 133/08
Stabilizzazione dei precari per garantire continuità e “qualità” dell’istruzione
Valorizzazione del collegio, mortificato dai superpoteri attribuiti ai presidi e rispetto della libertà di insegnamento
Riduzione dei poteri di coercizione di genitori e dirigenti sui docenti, vessati oltremisura in questi ultimi anni, e oggetto di diffamazione ministeriale e sociale
Ripristino delle ore di italiano e storia eliminate al ginnasio e potenziamento dei laboratori
Osmosi scuola-università; attribuzione dell’anno sabbatico ai docenti delle medie superiori

Prigionieri dell’avverbio “ormai” – di Marcella Raiola

Da postulanti impotenti a proponenti consapevoli: una legge di iniziativa popolare per rifondare gli statuti e ridefinire le finalità della scuola pubblica.

 di Marcella Raiola

In un suo recente ed apprezzato intervento, una prof.ssa del liceo “Da Vinci” di Genova ha delineato efficacemente le dinamiche della scuola-azienda e il pervertimento di valori e ruoli prodotto dalla mercificazione del sapere e dall’estensione indebita delle logiche del mercato ai processi di formazione. La scuola pubblica, unica istituzione ad essere vantaggiosamente “inattuale”, socialmente riequilibrante e strutturalmente o tendenzialmente immune dal morbo della compravendita, del semplicismo liquidatorio e dell’esibizionismo arrivista, ha sempre costituito un problema per le classi dirigenti, che di sperequazione economico-sociale si nutrono e che grazie all’abdicazione conoscitiva e, quindi, all’acritico consenso, riescono a perpetuare il loro potere.

I mutamenti cui la scuola è andata incontro sono legati a doppio filo ai mutamenti sociali, e questo è innegabile; però io sento di poter dire, per averlo sperimentato di persona in modo anche abbastanza grottesco, che spesso la scuola ha anticipato le pretese delle famiglie, o, peggio, le ha precostituite, autorappresentandosi come servizio scadente, fallibile e contestabile, alimentando fino al parossismo la psicosi del ricorso e favorendo l’insorgere di un clima conflittuale prima che vi fosse o addirittura senza che vi fosse alcuna volontà di ritorsione da parte delle famiglie stesse!Molti dei dirigenti scolastici che ho conosciuto, infatti, hanno spesso usato l’arma ricattatoria della “denuncia” e del “ricorso” da parte dei genitori come spauracchio per neutralizzare la collegialità e l’autonomia valutativa e didattica dei docenti, nonché per indurre i docenti a svolgere mansioni non previste (vigilanza, per esempio!) e prima inusitate per l’insegnante, anello debole della catena, anche dal punto di vista sindacale, diffamato e screditato più del funzionario e del bidello, perché più pericoloso a livello politico e ideologico.

Insomma: la scuola, in nome del risparmio “virtuoso” e per accreditare il risparmio come unica virtù, ha insegnato ai genitori l’arte di delegittimarla, anzi, di delegittimare l’unica sua componente che, per motivi professionali, etici e civici rilutta ad adattarsi all’ignobile nuovo corso: quella dei docenti. Non a caso, sono i docenti che lamentano da tempo i dànni paideutici e sociali prodotti da questa metamorfosi; sono i docenti, oggetto di demonizzazioni interessate, diffamazioni acrimoniose e indecenti vessazioni, a scendere in piazza sistematicamente, non solo per rivendicare il diritto al lavoro negato o scippato, ma anche quella dignità e libertà di azione che consenta a loro e ai ragazzi di vivere in modo autentico e pulito, senza prevaricazioni e senza alibi di comodo, l’esperienza complessa e necessariamente non indolore della formazione e della crescita, nell’interesse di tutta la comunità.

Assai meno numerose, invece, sono le denunce e le voci che si sono levate dai dirigenti, allettati dalla possibilità di fregiarsi della lusinghiera e ambita qualifica di “manager”, quasi unanimemente organici al potere e per nulla reattivi, neppure di fronte alle censure fasciste e ai dispotici provvedimenti disciplinari minacciati o fatti scattare contro i pochi presidi apertamente “dissenzienti” dalla brutta caricatura di regime che è al potere in questo momento e che vi rimarrà chissà fino a quando, stante la totale acquiescenza delle colluse “opposizioni” e la pavidità degli organi istituzionali di controllo, inutilmente sollecitati a mettere fine ad uno sconcio che ha travolto il paese e ne ha stravolto la facies politica e culturale. Queste considerazioni conducono all’amaro riconoscimento dell’esistenza di un fronte interno di lotta, che rende più complicata e meno compatta la reazione della scuola alle inaccettabili brutalizzazioni e banalizzazioni moralistiche di un ministro mai come in questa legislatura inetto, impreparato ed eterodiretto. Ecco perché chi scrive propone che si smetta di considerare come “dato” e “rato” l’andazzo della scuola del terzo millennio, e come ormai “passati” e irreversibili l’assetto e l’idea della scuola-azienda, con tutte le loro esiziali conseguenze.

Se è possibile legiferare contro una norma di civiltà (testamento biologico) chiesta e voluta dal 70% degli italiani; se è possibile vanificare gli sforzi di anni e anni di campagne di sensibilizzazione, affossando con protervia esecrabile una legge contro l’omofobia, allora dev’essere contemplata anche la radicalità di una proposta che inverta processi intrapresi e rivelatisi fallimentari. Come per l’omofobia, dunque, relativamente alla quale Stefano Rodotà ha già postulato l’esigenza di redigere una proposta di legge dal basso che si imponga al Parlamento con la forza dell’adesione morale e civile di milioni di italiani, così è necessario stilare un articolato di legge popolare che, azzerando la visione bassamente mercantilistica e utilitaristica invalsa, ridefinisca in modo inequivoco le funzioni e la specificità operativa della scuola pubblica, bene comune non suscettibile di soggiacere alle logiche e fluttuazioni del mercato, modellando e calibrando sui presupposti teorici che tutti evochiamo nelle nostre sdegnate denunce l’organizzazione, gli obiettivi, gli investimenti, le finalità e i margini di discrezionalità o di intervento dei suoi operatori, che vanno selezionati in modo univoco e severo e stabilizzati per tempo.

Tale rifondazione statutaria potrà assicurare finalmente ai giovani una formazione seria e lo sviluppo di una coscienza civile che trovi riscontro dialettico nella società e non appaia più, invece, ai loro occhi, come una capziosa petizione di principio o uno sterile esercizio di vuota retorica. Una legge popolare, dunque, da sostenere con forza, che riconsegni all’intelletto e alla ricerca inesausta e comune i suoi spazi liberi e non ipotecabili; una legge che restituisca la scuola ai docenti, i docenti agli studenti, gli studenti alla società, la società a se stessa. Non è utopia. Non è vagheggiamento anacronistico. E’ il frutto plausibile e dolce di un convincimento da maturare in fretta. Magari cominciando a non usare più l’avverbio “ormai”.

Marcella Ràiola

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“Piazza Continua” di Marcella Raiola

Non ho tempo e non ho voglia di chiedermi se, nello sputare sui nostri “NO” disperati, l’indisturbato distruttore delle poche regole del nostro scadente gioco istituzionale abbia dato prova di paura e segno di un’incipiente perdita di controllo o se abbia ribadito la sua inattaccabilità, certo di poter restare al potere, pateticamente incerottato, fino alla fine dei tempi, ovvero fino alla proclamazione ufficiale della morte della democrazia. Ha detto che la Sinistra ha dato vita al movimento “Piazza Continua”, sperando che la gente faccia dalle piazze quel che i suoi rappresentanti non sanno né riescono a fare in Parlamento…
La speranza è vera e la mobilitazione pure. E’ falso solo che sia la Sinistra demoniaca che s’è puerilmente inventato ad organizzare la piazza e a smuoverla. E’ vero, anzi, il contrario: è la piazza che sollecita, pungola, denuncia e scrolla una Sinistra collusa e democristianizzata, una Sinistra che valorizza e applica le antiche e mai dismesse “convergenze parallele”.
Ieri, sul palco di Piazza del Popolo, Roberto Vecchioni (che c’ha tenuto a dire, snobisticamente, che ha insegnato non solo letteratura ma anche latino e greco, come se questo qualificasse maggiormente un prof., e che la sua pensione, dopo 37 anni di insegnamento, è misera), ha fatto una stucchevole distinzione tra “NOI” e “LORO”, e un’altra, ancora più stantia e inconsistente, tra i “perfettini di destra” e “quelli che sbagliano” ma che sono “molto più UMANI ” della Sinistra…
Ma di chi parlava?? Da quale freezer  ha scongelato certe categorie? I PERFETTINI ? Cicchitto e Gasparri sono dei “perfettini”? Io pensavo si chiamassero squadristi! E poi… Chi c’è in quel “NOI”? Non certo io. Non certo quelli che, si votasse ora, avrebbero un fortissimo e legittimato imbarazzo a scegliere una forza, un’associazione, un movimento, un volto, una promessa, un programma. Voleva forse dire alla piazza e a me pure, che ero lì dopo quattro ore di lezione, un’ora e dieci di costosissima Frecciarossa e una corsa spasmodica per unirmi in tempo ai compagni in corteo, che dobbiamo “perdonare” gli “errori umani ” di Scilipoti, di Bersani, dell’odioso D’Alema, tutta gente responsabile dell’ascendere e del prosperare di Berlusconi e dei suoi schiavi, gente ignorante e corrotta che non ha esitato ad anteporre le proprie ambizioni miserabili e la propria visibilità politica alla tenuta etica, “fisica”, culturale e istituzionale del paese? NO, caro “collega” Vecchioni. L’attuale Sinistra non è “umana”. E’ ignobile.
Il “collega” ha citato pure Eduardo de Filippo e il suo eterno “Adda passà ‘a nuttata”.  Ma Eduardo ha scritto anche altre opere, ci ha regalato altre espressioni altrettanto illuminanti, anche se molto meno citate. Uno dei suoi più riusciti lavori teatrali, per esempio, è “Il Sindaco del Rione Sanità”: narra la storia di un piccolo boss di quartiere con un passato di violenza e di violenza giudiziaria alle spalle, un uomo rispettato e temuto, che segue una sua morale antistatale e camorristica, ispirata tuttavia ad una lealtà e ad un senso di “giustizia” difficilmente riscontrabile negli uomini delle istituzioni (e lo scopo di Eduardo era proprio quello di far risaltare tale lancinante contraddizione).
Ecco… in quest’opera, il protagonista, Antonio Barracano, intervenendo in un dramma familiare che vede un figlio rovinato dal padre e ossessionato dall’idea di uccidere il genitore, pronuncia un’altra frase lapidaria:”L’OMMO E’ OMMO QUANNO CAPISCE CHE ADDA FA’ MARCIA INDIETRO. E LA FA “.
Abbiamo fatto capire ampiamente, alla nostra umanissima  Sinistra, dalle piazze di tutta Italia, che la parte della società più avveduta, la parte non indifferente ai diritti né ai dolori, la parte che conosce e sa fare la differenza tra defezione contingente e legalizzazione della defezione, postula che si faccia “marcia indietro”. Ma la Sinistra non l’ha fatta. Non è tornata “Sinistra”, fino ad ora. Eduardo, perciò, direbbe e ci autorizza a dire che tutto è fuorché “umana”.  
Canta meglio di quanto concioni, il prof. Vecchioni. Non so se fosse dal vivo. Se lo era, è bravissimo. Quando ha cantato la canzonetta sanremese, la piazza si è accesa, le mie compagne di lotta si sono date la mano, simulando ironicamente l’abbandono emotivo di chi va a un concerto, e hanno oscillato coi busti, riempiendomi di tenerezza e facendomi venire in mente quel che disse quel viziato di Proust sulla musica popolare, che, cioè, non va disprezzata né sottovalutata, perché si riempie di tante anime quante sono le persone che l’ascoltano e l’amano. Quando ha cantato “Sogna, ragazzo, sogna”, poi, due ragazze, sedute in alto su un muro della piazza, hanno oscillato insieme festosamente, rapite nell’ebbrezza musicale, spiccando sull’immensa folla. Le ho guardate per un po’, incantata; le ho indicate a chi mi stava accanto. Parevano, così precise nel concorde entusiasmo, il metronomo di una sinfonia suonata da migliaia di pianisti ammantati di tricolore.
Anche io avevo il mio. Grandissimo. Scesa a Termini, m’ero subito messa a cercarne uno. La copia della Costituzione l’avevo già, invece; era quella che avevo conservato dal 1988, quando i giornali la pubblicarono e offrirono in lieto omaggio per il suo 40° anniversario. Bei tempi! Il veleno leghista non era stato ancora inoculato nel corpo inerme del paese; il muro non era ancora crollato e le cose parevano inquadrabili ancora, ancora interpretabili secondo delle coordinate storicamente valide o perlomeno verosimili; gli stupri etnici non avevano ancora contaminato e sventrato  l’Europa postbellica come sarebbe avvenuto di lì a pochi anni in Kosovo e Serbia; l’Università, cui allora per il primo anno mi iscrivevo, costava 300.000 lire a ricchi e a poveri e agli esami si portavano non meno di 4 volumi, su cui si litigava coi prof. più rissosi e più geniali, oggi tutti scomparsi, almeno nel dipartimento che fu il “mio”…  Strano… Nello scendere di casa, alle sei del mattino, l’avevo presa senza esitazioni, come se il fascicoletto si fosse segnalato da sé, tra i libri che lo nascondevano. Un collega di tutte le battaglie mi aspettava a Largo Santa Susanna, per guidarmi al resto del gruppo ormai storico dei precari napoletani. “Gennaro, hai visto qualcuno che vendesse delle bandiere? “. Proseguendo, poi, ho visto delle bandierine sporgere da un negozietto. Ne ho presa una, ma, avendo constatato che all’interno c’erano i drappi tricolore grandi, ho lasciato la bandierina e ho comprato uno di quelli. 5 euro. Uscita, ho indossato il mio tricolore. Poi, dopo un po’, mi sono resa conto che a vendermelo era stato UN CINESE!
L’ho fatto notare a Gennaro, il quale ha trovato, nella sua stanchezza rassegnata e composta, un sorriso significativo, emblematico quanto il fatto che a consegnarci il senso e il contrassegno della nostra identità sbiadita e vilipesa fosse stato, appunto, un cinese che forse, stabilendosi a Roma, ha perso la sua e non ne può parlare con nessuno… Il caldo primaverile ha accompagnato e scandito i nostri slogan, le nostre nuove parodie di famose canzoni, rivisitate, stavolta, in chiave antileghista. Una signora romana, ad un certo punto, ha detto al marito: “Restiamo in questo spezzone qui: questi sono creativi! “, onorando il CPS Napoli e il CPS Roma, che sfilavano assieme, come sempre…
… UGUALI! … SENZA DISTINZIONE DI SESSO … DI RELIGIONE, … DI OPINIONI! … I MAGISTRATI RISPONDONO SOLO ALLE LEGGI… LO STATO RIMUOVE GLI OSTACOLI … L’ARTE E LA SCIENZA SONO LIBERE E LIBERO NE E’ L’INSEGNAMENTO… Gli articoli della Costituzione, come una litania laica cui gli applausi e gli sventolii dei tricolore rispondevano, a mo’ di secolare “ora pro nobis”, hanno vibrato dal palco con la disperata stentoreità di chi non vuole sparire, con l’incisiva profondità scultorea dell’epitaffio che richiama il passante perché legga, conosca, ricordi, perché la morte non cancelli la memoria…
La nostra “capa”, all’improvviso, mi è venuta ad abbracciare. Si era accorta che stavo piangendo. Ha pensato che fossi commossa dalla folla, dalla circostanza. Ero, invece, oppressa dal dolore per il fatto che quella cerimonia fosse necessaria, per il fatto che quegli articoli risuonassero non per presentarsi in vista di una lunga, attesa e condivisa vigenza, ma per ribadire una validità contestata e negata da mascalzoni resi potenti dall’indifferenza e dalla leggerezza assai più che dalla malafede di pochi servi viscidi e senza dignità. Piangevo di umiliazione. Non mi pareva vero che quel testo, che non è un feticcio, ma che è atto a garantire la vita repubblicana, democratica, dovesse difendersi, mostrare la sua “competenza”, spiegare se stesso… Umiliazione e rabbia: come quando la Gelmini si permise di dire a Rodotà che non era in grado di capire quel che lei capiva, come se la Montalcini venisse chiamata alla lavagna a fare una divisione a due cifre… Dolore, non commozione. Ma non l’ho detto. La “capa” mi avrebbe rimproverato aspramente. Non sopporta che nessuno del CPS soffra, manco per un istante. E non tollera che si perda la speranza nella sicura vittoria finale. Proprio per questo è lei la “capa”!
Il tricolore scivolava; l’avevo messo “a toga”, ma il nodo s’allentava. Ho trovato una soluzione magnifica: l’ho fatto passare per due occhielli del bavero del cappotto. Ne è venuta fuori una coccardona con strascico, elegantissima e colorata, che non avrei saputo realizzare manco se mi ci fossi messa con la testa e col pensiero, come si dice. In treno, l’ho tenuta così. Si è fatto un po’ tardi. Torme di adolescenti hanno invaso le vie ed entravano in Vesuviana profumatissimi, gelatinati, truccati, superaccessoriati.
Ero certa che il mio tricolore avrebbe suscitato sberleffi e commenti volgari. Mi sono preparata. Ero “carica” a sufficienza per rispondere, anche solo con uno sguardo schifato e squalificante. NIENTE. Nessuno ha detto NIENTE. Hanno guardato il tricolore, hanno guardato il “tubo” di bristol che avevo in mano. Hanno capito. O forse no. Hanno rispettato. O forse no. Hanno avuto pudore di insultare il sangue versato e da versare, la pagina bianca da riempire di parole giuste, di poesia vera, il campo verde in cui far germogliare i diritti, in cui piantare talee di generosità. Hanno compreso, avvertito, sentito che sputare su quel simbolo sarebbe stato come sputare sulle loro facce o su un’icona (e i vesuviani conoscono bene il proverbio antico: “NUN SPUTA’ N’CIELO, CHE ‘N’FACCIA ‘TE TORNA! “). Ho potuto fendere, indisturbata, stormi di giovani cazzeggianti alla stazione o in marcia per andare a spendersi gli spiccioli di sabato rimasti. Sono tornata a casa con la memoria dell’ultima testimonianza resa intatta, senza oltraggi da smaltire. A casa, il riscaldamento era acceso e faceva caldo, ma ho tenuto il cappotto addosso ancora un po’.

“Un contributo di libertà” di Marcella Raiola

Un contributo “vissuto” alla diatriba su scuola pubblica e scuola privata.
di Marcella Raiola

Ieri, all’ultima ora, sono entrata in classe (una seconda liceale) con un po’ di ritardo, avendo atteso che gli alunni di terza consegnassero tutti la loro versione. Avrei dovuto calarmi nei panni di un Cicerone poco galantemente impegnato ad aggredire la Clodia del processo a Celio, facendo sibilare i suoi sarcasmi velenosi, rintronare i suoi pesanti oltraggi, risaltare la sua ostentata e talora deliberatamente irritante perizia di cesellatore delle parole e di abile manipolatore delle coscienze. Entrando, però, mi sono resa subito conto che non sarei riuscita a ricreare l’atmosfera tesa del tribunale romano. L’ora di filosofia precedente, infatti, aveva acceso una discussione che non si aspettava né meritava d’essere soffocata.
Il tema era “la libertà”. “Prof., cos’è per lei la libertà?”.
Siamo partiti dalla fine coincidente con l’inizio, cioè dalla parola che pretende di definire, di dare i confini al concetto, all’oggetto di indagine: abbiamo preventivamente sceverato i piani di discorso, distinto quello politico-ideologico da quello “esistenziale” e da quello giuridico… Ma il fiume era già esondato e la piena dei perché addolorati, dei però risentiti, degli è così perentori non si sarebbe fatta frenare da argini di pensieri sabbiosi. Ho provocatoriamente citato la risposta che un ragazzo cubano diede a due giornalisti italiani: “Libertà è anche poter essere mafiosi, per questo voi siete più liberi di noi”, per ragionare sul se e sul come il male rientri tra le garanzie della libertà umana, sul se e sul come sia logicamente, dialetticamente “necessario”. Le voci si accavallavano, i pareri e le urgenze di risposta si affollavano, si incrociavano; i punti di vista si compattavano o neutralizzavano a vicenda; alcuni si alzavano spesso, rossi in volto, alzavano la mano a chiedere la parola o venivano rimbrottati da altri che esponevano concitatamente il loro pensiero usando una mimica forte e spontanea, infervorati dal dibattito.
La storia personale, la ferita emotiva, la posizione di ciascuno ha finito col rendere crocianamente contemporanea, ancora una volta, la storia antica e quella moderna: ci sono venuti contro o incontro Simmaco e Cassiodoro, esortanti alla tolleranza e al pluralismo euristico e confessionale; Tertulliano e Agostino, la ragione preambulum fidei e la ragione infedele, San Francesco e Don Gallo, gli illuministi e i “libertini”, il teismo e il deismo, le rivelazioni e i libri sacri, i massacri originati o mascherati dalla religione e le religioni nate per frenare i massacri, Ratzinger e la legge sulla fecondazione, l’oscurantismo e la misoginia, Margherita Hack e Gianni Vattimo, l’ingerenza e l’autonomia istituzionale, la signoria sulla vita e sulla morte e l’ipoteca sul corpo, le mille Eluane e i mille papà Beppino…

Dalla cronaca, dal vissuto e dal tangibile progresso culturale e metodologico che la scuola pubblica, pur con tutti i suoi limiti, ha generato, consentendo alle generazioni nuove di spendere come moneta spicciola il patrimonio di acquisizioni critiche faticosamente accumulato dalle generazioni andate, sono scaturiti, vertiginosamente richiamandosi, infiniti e correlati complessi universali di idee: le libertà civili e personali; la pietà e la “disciplina” gesuitica; la morale e il moralismo; la laicità come garanzia per tutte le confessioni e per nessuna; la fede e la mediazione del clero; il popolo di Dio e la sua strumentalizzazione; il dogmatismo e il relativismo; i valori non negoziabili e l’autorità di chi li addita o di chi pretende di imporli; la libertà di seguire codici vincolanti e la libertà di stracciarli tutti; la distinzione e la relazione tra il peccato e il reato; il destino delle vittime e i destini dei carnefici; il feticismo e la superstizione; la teleologia e l’eterno ritorno; Dio creatore dell’umanità e l’umanità creatrice del mito proiettivo di Dio.

Ho partecipato alla discussione ora guidandola ora subendola, ora citando ora tacendo, ora declassando una presunta idea a pregiudizio, ora elevando accreditati ma talvolta non meditati giudizi a idee-chiave. Non ho avuto né trovato nulla da inculcare, né i giovani che avevo di fronte me lo avrebbero consentito.
Neanche loro hanno preteso di inculcarsi alcunché; hanno solo scoperto dei nervi scoperti, per esempio hanno indotto la loro prof. a riconoscere, tacitamente, che la rivendicazione strenua e defatigante del principio di laicità dello Stato contro le innegabili ingerenze vaticane ha relegato in secondo piano il discorso, più sostanziale e intimo, sul posto di Dio nell’esistenza di ciascuno… “Prof., lei è credente?”. Per fortuna della prof. è suonata la campanella, ma alcuni sono rimasti a “sgravarsi” di pensieri che non potevano tornare a casa senza risuonare prima in aula. Una studentessa ha collegato l’adesione ad un “credo” al condizionamento familiare. Lei, figlia di un’atea e di un agnostico, si definiva tale pur non avendo mai letto la Bibbia, per automatismo. Una sua compagna le ha risposto che lei, invece, figlia di cattolici praticanti, non si sentiva affatto portata a seguire l’esempio dei suoi, perché non era mai stata costretta o convinta dai genitori a seguire le loro orme, bensì invitata a cercare autonomamente la sua verità.
A quel punto, la mia frustrazione per l’aporeticità solo a metà forzosa della discussione ha lasciato il posto alla felicità di una certezza assoluta: ho messo le due ragazze l’una di fronte all’altra e ho detto loro che se ciascuna avesse rispettivamente frequentato una scuola privata conforme alle idealità delle rispettive famiglie avrebbero avuto alte probabilità, terminata la formazione, di scontrarsi pesantemente e di entrare in conflitto, laddove invece, venendo alla scuola pubblica e incontrandosi nella stessa classe, avevano potuto scoprire e utilizzare la categoria del “condizionamento” per spiegare le proprie differenti propensioni e, quindi, trovare un terreno d’incontro. Si sono abbracciate, scherzando e prendendosi bonariamente in giro.
Tornando a casa, ho sentito che le parole di cui mi fido e che pronuncio anche quando ne ho perso momentaneamente il polso e il peso, perché le so giuste, mi si riempivano nuovamente e abbondantemente di senso: chi distrugge la scuola pubblica, distrugge la pace e prepara la guerra.

In attesa della Messia – di Marcella Raiola

L’attacco odioso alla scuola (i docenti sono in larga misura donne) e quello ritornante, ossessivo, eterno quanto l’antropologico odio maschile, al diritto di aborto, formalizzato dal papa in modo tale da dipingere come delle minorate mentali vittime di plagio ideologico quelle stesse donne consapevoli, mature, fortissime, colte (indipendentemente dai titoli conseguiti), suore e attrici, studentesse e scienziate, casalinghe e dottoresse, che la settimana scorsa hanno riempito le piazze d’Italia per costringere “papi”, papa e immarcescibili padroni a riconoscere che il paese reale, a differenza della sua classe dirigente, è uscito da tempo dal medioevo e pretende di essere governato conformemente al suo grado di sviluppo culturale, sono stati concordi e concomitanti. Non è un caso. Non deve soprendere. Ma non deve neppure sfuggire.
Vaticano e lenoni governativi costituiscono un solo blocco, una sola casta che le donne, precipuamente, stanno destabilizzando e de facto destrutturando, sostituendo gradatamente ai suoi violenti e gerarchizzanti princìpi un ordine nuovo, una nuova etica, un nuovo modus agendi, un rinnovato lessico socio-giuridico e relazionale.
Hanno paura. Hanno paura come non mai, perché hanno capito che da questo travaglio, doloroso e tormentato come il parto di un’immigrata, in quest’Italia spersa e dimentica di sé, potrebbe nascere non la solita cricca di falsi interpreti e rappresentanti di un popolo tradito da tutti e da sempre, non un’altra gattopardesca consorteria di “soci in affari” bravi a mascherare i loro condivisi interessi dietro la retorica e le liturgie del governo “democratico”, ma un sovvertimento totale dei presupposti, delle precondizioni e delle finalità del governare e dell’associarsi, del rapportarsi e del comunicare.
Tale temutissimo rovesciamento capitale è incarnato in primis dalle donne, da quelle donne pronte a mettere la loro immensa capacità di lavoro e la loro abnegazione al servizio del paese, donne stanche di essere emarginate nonostante titoli e comprovate capacità, stanche di essere discriminate nonostante la Costituzione e le tutele, solo sbandierate, stanche di fare da dotte segretarie di potenti e mediocrissimi viziosi che girano il mondo a spese di una collettività allo stremo, a sua volta resa sensibile, stavolta, dalla disillusione e dalla nausea bipartisan, ad una proposta di cambiamento radicale, alla sperimentazione di una formula ariosa, che spazzi via il “marcio” che tutto ha sommerso: le sagrestie deturpate dagli stupratori in tonaca, che tanti credenti hanno traumatizzato, le televisioni, che, come serve impaurite, censurano in diretta chi dice la verità per evitare le frustate del padrone, le stanze dei palazzi del popolo “sovrano”, ridotte a fetidi e sordidi bordelli, i luoghi del potere decentrato, della politica locale, da cui, di fronte a cumuli di munnezza materiale e morale, promanano menzogne volte a mantenere la gente in un perenne carnevale, un paese dei balocchi finto e squallido alla fine del quale arriva la trasformazione dei baccheggianti in altrettanti asini.
Le donne sono più inclini ad essere assolutamente alternative a tutto ciò. Le donne sono naturaliter eversive perché le donne raccontano le storie, senza stancarsi. A tutti i nuovi nati le donne raccontano che fine ha fatto Lucignolo, quanto sia pericoloso l’untuoso omino di burro, quanto sia temerario ma bello rifiutare la coccarda da “primo della scuola” conferita da uno sciocco e pedante maestro del nulla e partire per il Paese dei balocchi, e quanto, dopo aver sperimentato il vuoto dell’egoismo e del nonsenso, l’etica del lavoro e del rispetto possa riscattare chi è tornato da un inferno mascherato da paradiso.
Prima della manifestazione del 13 “Se non ora, quando?”, è stata proposta la sostituzione delle identità dei nostri profili facebook con l’identità di donne “eminenti” in ogni campo, esemplari in qualche misura, in qualche tempo, in qualche modo. C’è chi si è rifiutato, interpretando tale selezione come una concessione ulteriore al maschilismo, disposto paternalisticamente a “riconoscere” qualche rara mosca bianca nella generalità delle creature per il resto ritenute comunque “inferiori”; c’è chi ha indicato se stessa o il genere tutto in lotta contro il continuo assalto ai diritti umani elementari. Io ho scelto Sharazade, che si salva la vita e educa all’amore, al dialogo, all’apertura all’altro-da-sé attraverso le storie, l’illustrazione del “campionario dei destini umani” (Calvino).
Ora, però, mi viene in mente un’altra grandissima donna, una donna di fronte a cui Ratzinger tremerebbe. Era una contadina analfabeta; si chiamava Agatuzza Messìa. Agatuzza era una narratrice straordinaria di storie. Calvino, che di quelle storie è andato in cerca (tra le fiabe italiane da lui raccolte in tre volumi, le più numerose e belle sono quelle di Sicilia; subito dopo c’è il corpus toscano-pistoiese, che non eguaglia in bellezza quello siciliano), imbattendosi spesso in Agatuzza, dice che questa donna raccoglieva le generazioni attorno ai focolari e raccontava col corpo e la lingua storie in cui le suggestioni arabe e la popolana vena siciliana si fondevano felicemente. Sua specialità era l’esatta riproduzione dei linguaggi settoriali, le lingue dei mestieri che vedeva fare o faceva lei stessa… Ecco: da Sharazade ad Agatuzza, la forza delle donne passa, come un testimone, per il racconto, per quelle storie che sono relative, molteplici, varie, antropologiche, archetipiche, “formative”, psicagogiche.
Non è un caso che le storie, terreno delle donne, siano state a lungo relegate nella sfera del “prelogico”, del primitivo, dell’irrazionale, da una cultura monopolizzata dal falso scientismo maschile! Nella scuola pubblica, in casa, per le strade, le donne e gli uomini buoni raccontano storie, intrecciano storie, immettono in un rutilante caleidoscopio di riflessioni ed emozioni degne dell’umano sentire quelle fantasie giovani e fresche che altri vorrebbero accendere solo col cibo, l’alcool e qualche coito imbestiante e volgare.
La rivoluzione non si fa solo nelle piazze. Esistono rivoluzioni silenziose, “psichiche”, che non sono meno ribaltanti di quelle di cui si vede, purtroppo, il sangue. Forse anche in Italia la rivoluzione è compiuta. Quel che stiamo vivendo in questi surreali e drammatici giorni lascerà il suo segno, la sua cicatrice profonda di sfiducia totale e di totale rigetto non di un leader o di un altro, ma di un intero sistema di amministrazione e organizzazione del potere, del paese, della società, della comunicazione. Forse, dopo Berlusconi, dopo Bersani, dopo Scilipoti, dopo gli inverecondi silenzi di Bagnasco e Ruini di fronte al malaffare, alla politica del killeraggio, all’indecenza del bunga-bunga, anche da noi “nulla sarà più come prima”, per usare un’usurata espressione, ancora tuttavia efficace.
“Loro” lo presentono, lo fiutano, ne sono terrorizzati. E allora reagiscono in modo scomposto, esagitato ed esagerato: umiliano, calpestano, negano l’evidenza, sciolgono disperatamente i loro segugi prezzolati, i torturatori, i censori immorali, i finti esegeti di parole di cui la gente si è ormai riappropriata, risemantizzandole per sempre, senza più sentirsi in colpa. Anzi, sentendo il dovere morale di farlo.
Forse sono troppo ottimista; forse sono velleitaria; forse mi va di buttare giù una interpretazione “in positivo” delle gravi offese che la parte onesta dell’Italia subisce perché spero che qualcuno possa veramente crederci e, magari, tradurla in proposta politica o diffonderla più convincentemente… Non lo so.
Spero sia vero quel che mi pare, cioè che molti Italiani hanno bisogno di esperti narratori di storie per cambiare storia, che hanno nostalgia delle storie che insegnano e preparano a vivere, delle storie che aiutano a scegliere senza dover vivere mille vite, delle storie che dicono più dei numeri, più dei bilanci, inglobando anch’essi nelle loro trame. Spero, insomma, che siano in tanti quelli che hanno nostalgia o curiosità di ciò che accadeva e potrebbe di nuovo accadere davanti al focolare di Agatuzza.

Marcella Raiola