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Liceo

Il liceo è una delle scuole secondarie di secondo grado (o scuole secondarie superiori) del sistema scolastico italiano. Normalmente, il liceo si frequenta dai 14 ai 19 anni di età, e si conclude con l’esame di Stato conclusivo, denominato, sino al 1999, esame di Stato di maturità. Chi ha successo all’esame ottiene un diploma di superamento dell’esame di Stato conclusivo. Comprende cinque anni di studi (tranne il liceo artistico non sperimentale, che ne comprende quattro), divisi in “biennio” (primi due anni) e “triennio” (ultimi tre anni).

A partire dall’anno scolastico 2010/2011, con la riforma Gelmini, il liceo sarà costituito da due bienni e dal quinto anno conclusivo.

La campanella della vita, racconto sulla scuola di Rita Parisi

Il mio primo sette in italiano. Lo ricordo come fosse ieri. Tornai a casa con il cuore colmo di gioia, immaginando l’espressione dei miei genitori nell’apprendere la notizia. Uno dei giorni più belli della mia vita. Grazie a lei. A lei che il primo giorno di scuola era entrata in classe con un’espressione severa, urlando: “Ordine e disciplina!” Ci aveva subito zittiti tutti, noi studenti al primo anno di liceo, freschi di scuola media, noi studenti indisciplinati e scalmanati, che facevamo fatica a stare fermi sulle sedie. La prof. di lettere, con quei suoi occhiali enormi e gli occhi che, da sotto le lenti, si illuminavano quando parlava di Leopardi o D’Annunzio, lei che dietro la corazza nascondeva un cuore grande, lei che ci sosteneva se qualcosa ci faceva soffrire, lei, che un giorno mi si è avvicinata dicendo:”Tu sei nata per scrivere.” La prima persona che ha creduto in me, la prima persona che mi ha indirizzata verso il futuro, l’unica che ha saputo accendere in me la passione per lo studio, per la letteratura, per i libri, quando non sapevo ancora chi fossi e cosa volessi dalla vita, quando ero una ragazzina alle prese con le prime delusioni, i complessi di inferiorità e le insicurezze tipiche di quell’età. Ricordo che mi prestava quantità industriali di libri, li leggevo in pochi giorni e glieli riportavo e ogni volta lei mi guardava con orgoglio. Per quello sguardo avrei fatto di tutto. Ma una mattina la prof. di lettere è andata via. Era giunto per lei il momento di andare in pensione. Le abbiamo organizzato una festa di addio, eppure nessuno di noi era felice. Al suono della campanella dell’ultima ora, ci siamo guardati negli occhi, consapevoli che un pezzo della nostra vita sarebbe andato via con quella minuscola donna di mezz’età, consapevoli di aver perso una guida, un punto di riferimento, una persona vera, autentica, amante del proprio lavoro e dei suoi ragazzi.

Ritorno a quei momenti con tanta nostalgia, adesso che ho quasi trent’anni e non ho un futuro, adesso che mi divido tra un lavoro precario e un altro, adesso che è finito il tempo dei sogni e il domani ha la forma di un grosso punto interrogativo. Adesso, che gli studenti non rispettano più i professori, adesso che i professori sono sempre più stanchi di essere additati come nullafacenti che rubano lo stipendio a fine mese, adesso che la scuola è trattata come l’ultima ruota del carro, quando invece senza di essa il carro resta arenato all’ignoranza e all’inciviltà. Adesso che la campanella della vita è suonata anche per me e la spensieratezza degli anni di scuola ha lasciato il posto all’amarezza di una società che non offre più niente, se non vuoto e superficialità. Adesso che non so più se la mia cara prof di italiano, sapendo che sono laureata anch’io in lettere e aspiro a fare l’insegnante, mi guarderebbe con orgoglio o compassione.

Rita Parisi
Laureata in lettere moderne (ind. musica e spettacolo), collaboratrice di un quotidiano on line, autrice di un libro di poesie, edito nel 2003, per la casa editrice “LibroitalianoWorld”.


Sopravvissuta, racconto di Laura Poletti

Sono una sopravvissuta. Ho studiato in un liceo statale: un edificio vecchio, con le scale strette, gli spifferi dai finestroni di legno che si chiudevano male, un termosifone per ogni aula e un freddo continuo a tenerci compagnia per tutto l’inverno. Sempre ad augurarsi che piovesse, negli anni in cui la nostra aula era quella sotto il livello della strada: una notte di pioggia voleva dire saltare le prime ore di lezione. C’erano anche dei vantaggi, bastava aprire una porta ed eri subito in giardino. Una professoressa ne approfittava per fumare anche durante le lezioni: bastava tenere fuori dalla porta la mano con la sigaretta. C’era un buco nella parete divisoria di cartongesso. Peccato che la classe accanto non fosse del nostro stesso anno, perché nei momenti di silenzio riuscivamo a seguire le loro lezioni.

Avevamo sono insegnanti donne, escludendo il prete che ci insegnava religione: tutte signore, sposate con figli, a cui veniva naturale dare del “lei”. Non avremmo mai nemmeno pensato a una confidenza diversa.

Seguivamo cinque ore di lezione al mattino, e tornavamo a casa per pranzo a un orario decente. E non preparavamo mille materie, ma solo nove. Discutevamo e ci confrontavamo, ma, soprattutto, studiavamo. Niente attività extracurriculari, bastavano i programmi del ministero. Che non erano extralarge, ma fatti a misura di studenti normali e professori preparati. Lavoravamo, ma alla fine il lavoro pagava, molto più spesso di quanto accade nel resto della vita.

Non mi ricordo tutto quello che ho imparato, ma non ho dimenticato come si impara.

Laura Poletti

Diplomata al liceo classico e laureata in legge, con una grande passione per la lettura che si è trasformata in quella altrettanto grande per la scrittura.