Archivi tag: insegnanti di religione

Scuola primaria tra muffa e oscurantismo

A due anni dall’introduzione della riforma Gelmini, come procede l’opera di screditamento della scuola pubblica? Bene! Grazie alle migliorie apportate, la scuola ha raggiunto il massimo punto di involuzione dalla legge Casati in poi. L’aspetto più esecrabile delle scelte adottate risiede nel considerare legittimo che l’organizzazione scolastica non sussegua ad una visione scientifica della didattica , ma possa subire l’adeguamento coatto ad un regime di ristrettezze economiche sopraggiunto, e che anzi le possa essere addebitata, con interpretazione arbitraria di dati, la responsabilità di sprechi e di una gestione irrazionale delle risorse umane. Lasciando intatto l’impianto degli obiettivi da perseguire, appartenenti alla precedente formulazione teorica, il ministro ha potuto affermare che, tagliando i fondi, si può allo stesso modo -e meglio – perseguire la compiuta realizzazione delle personalità dei discenti.
Nei fatti , agli appelli sull’importanza della scuola rivolti ai governi, in documenti come il libro bianco Cresson, gli art. 149 e 150 di Maastricht, la Costituzione Europea, le Raccomandazioni del 2006 e la Strategia di Lisbona, la scuola italiana risponde tagliando i viveri e facendo mostra di adeguamento formale a certi parametri , innalzando per esempio il valore del rapporto insegnanti / alunni, senza migliorare la qualità della vita scolastica; che anzi peggiora proprio in seguito all’aumento degli alunni per classe.
Nel contempo si conferma la velleità che l’istituzione raggiunga gli standard europei, senza i quali i nostri titoli di studio non avranno validità nei paesi dell’Unione.
Il risultato finale dell’opera è così tendente al pessimo che anche le recenti note e leggi sui disturbi specifici e sull’ADHD, nella cornice di un quadro simile, rischiano di rimanere lettera morta. Si introducono precisi luoghi prescrittivi nel momento in cui , crescendo il numero degli alunni , aumentano le possibilità di trovare più casi di bambini con quelle difficoltà nella stessa classe , che vanno a sommarsi alla percentuale sempre più alta di stranieri. E’ una situazione contraddittoria, che vanifica la serietà di leggi che presumono che l’insegnante debba intervenire in maniera individualizzata, in una classe dai 25 ai 28 alunni.
E’ oltremodo incredibile che non ci si avveda che i rilevamenti delle prove INVALSI, o i sondaggi forniti da istituti di ricerca, in mancanza di una seria politica sulla scuola , non monitorano il grado di efficacia dell’istituzione scolastica, ma fotografano il mero dato socio-economico che discrimina il nord e il sud, la periferia e il centro, e il ceto sociale, che a quelle performance è collegato; e a maggior ragione si attendono negativi se le possibilità di intervento a favore di un miglioramento delle prestazioni calano drasticamente, a seguito dell’aumento del numero degli alunni per classe.
Alla base delle determinazioni adottate c’è più di una considerazione assunta acriticamente.
La prima riguarda l’ incriminato rapporto 1:10 ( un insegnante ogni dieci alunni ) che la legge alza di un punto; esso è un’ astrazione ottenuta sulla base di una media aritmetica che comprende gli insegnanti di sostegno, di inglese e gli insegnanti di religione. Il suo ritocco verso l’alto ha prodotto l’aumento del numero di alunni per classe fino a 28 , senza che questa decisione abbia potuto trovare un argine da parte degli addetti ai lavori, e nonostante il parere negativo di organizzazioni di genitori. Se questo rapporto fosse reale come propagandato, quale ragione impedirebbe a una riforma di portare le classi di scuola primaria al numero di undici alunni con un insegnante? Quando poi i sindacati trasformano la questione dei 28 alunni per classe in un problema di sicurezza- al quale lo stato facilmente ha potuto rimediare stanziando soldi per l’edilizia e per allargare le porte- il discorso sulla scuola può esaurirsi nella questione dei metri quadrati per alunno e della messa in sicurezza degli edifici .
Il secondo assunto è che in Italia non esista più lo svantaggio culturale, e che, sopravvenendo da una situazione ambientale più stimolante rispetto al passato, l’alunno sia in grado di sistemare organicamente il suo sapere già nella scuola primaria senza l’intervento dell’insegnante.
In verità l’educazione scolastica non gode più di grande considerazione da parte dell’opinione pubblica e di riflesso non ne gode da parte di chi sulla base di quegli umori costruisce i suoi consensi elettorali.
Riuscire a far passare per riforma pedagogica quella che è tecnicamente una controriforma, con tutte le caratteristiche tipiche di azzeramento, ripristino delle condizioni passate e di insensibilità alle esperienze, bollate come scelte sbagliate di precedenti governi, è indice dell’approccio superficiale e della disattenzione generale al tema.
Ora bisognerebbe dire che il ritorno del maestro unico, contestualmente all’ innalzarsi del rapporto numerico, non diminuisce l’efficacia educativa in senso assoluto, ma riduce drasticamente le probabilità di intervento, ne annienta la sistematicità , rendendo inefficace qualsiasi azione a favore di chi manifesta difficoltà. “Ma i maestri di prima come facevano?” : questa è la domanda che si pone il nuovo pedagogo quando paragona in modo scorretto la vecchia scuola – dove lo svantaggiato passava dai banchi al bracciantato agricolo- alla nuova- dove egli deve pervenire, per dettato costituzionale, ad una soddisfacente alfabetizzazione culturale dai livelli sempre più alti, e le cui prestazioni vengono rilevate e sbattute in prima pagina a riprova dei bassi livelli della scuola italiana.
Tuttavia, volendo andare a ritroso, oltre la congiuntura negativa che ha indotto a relegare in secondo ordine la spesa scolastica rispetto ad altra spesa pubblica, notiamo che un problema di rappresentatività delle istanze della scuola in seno alle istituzioni c’è da anni.
A che cosa sia dovuto è presto detto: la scuola è un sistema gerarchico, attraverso il quale le pretese ministeriali, divenute legge, anche senza dibattiti democratici e grazie a maggioranze ottenute con leggi elettorali di seconda scelta , ridiscendono in scioltezza la china dei sottoposti privi di facoltà di veto. E siccome oltre al danno c’è la beffa, questa stessa scuola è denominata “dell’autonomia”, volenteroso prodotto della legge Bassanini , che declama che le scuole pervengono all’ “autonomia organizzativa didattica e di ricerca e di sviluppo”. Invece esse sono rimaste allocate all’interno di un sistema verticistico, dove le decisioni nel dettaglio delle problematiche amministrative sono imposte dal ministero, e da esse non può che scaturire l’impossibilità di decidere autonomamente. Chi deve stimolare l’applicazione di una qualche teoria scientifica che motivi l’assetto organizzativo della scuola così che essa possa mettere in pratica gli obiettivi europei ? Chi la deve adeguare al territorio ? Attualmente vengono calate dall’alto direttive; ma chi è capace di rappresentare dal basso le esigenze della scuola italiana? Gli uffici scolastici regionali sono presìdi di burocrati; i dirigenti scolastici relegati al ruolo di esecutori di disposizioni; il sindacati per anni appiattiti sulle questioni occupazionali; istituti di ricerca dove non si sa che cosa si ricerchi. E gli insegnanti? La perdita di prestigio sociale della categoria è andata di pari passo con la perdita di potere decisionale. Il loro parere non vincolante soccombe davanti alla larga discrezionalità di dirigenti e dei burocrati. In questo senso l’impreparazione dei docenti, spesso attribuita alla volontà o alla qualità dei singoli ma che è invece logica conseguenza di un sistema che non ha saputo adeguarsi alle esigenze culturali della società moderna, diventa un problema secondario, e forse, a questo punto, un dato da salvaguardare.
La perdita di potere decisionale è una perdita di potere politico, e di consapevolezza di categoria. A gettarvi ulteriore discredito sta per arrivare la normativa sul merito, che con un colpo di mano il ministro Gelmini ha introdotto nel “Milleproroghe”, approvato ricorrendo alla fiducia. Ancora una volta una visione unilaterale si impone, sposta l’attenzione dai veri problemi che sono quelli strutturali e addossa la responsabilità di disfunzioni e problemi alla categoria dei lavoratori, per punirla e demotivarla. La scuola avrebbe bisogno di ben altro: prima di tutto di una riforma degli organismi democratici, che comporterebbe l’affermazione di una vera autonomia. Quando gli operatori non possono decidere della struttura organizzativa nei suoi aspetti significativi essi non prendono mai consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo e delle conseguenze dei propri gesti. Una scuola in cui le decisioni sulla qualità degli interventi a favore dell’integrazione, delle opportunità, dell’apprendimento vengono prese da entità che operano al di fuori del contesto scolastico e senza nessuna relazione con esso, non è autonoma . Purtroppo per giungere a queste consapevolezze ci vorrebbero soggetti politici culturalmente più dotati. Soprattutto occorrerebbe che l’opinione pubblica e l’elettorato si ravvedano rispetto alle funzioni della scuola nel nostro paese.

Maddalena Rotundo

Insegnanti di Religione a scuola

Insegnanti di Religione: solo polemica politica. Dichiarazione di Francesco Scrima, Segretario Generale CISL Scuola

I diritti e gli interessi dei lavoratori non si difendono alimentando polemiche infondate e strumentali che puntano a metterli gli uni contro gli altri. Non c’è stato alcun “aumento” di stipendio riservato agli insegnanti di religione, ma solo il ripristino della corretta applicazione di norme che esistono da anni per regolare la loro peculiare condizione normativa e retributiva. Si possono avere al riguardo diverse opinioni, ma non è lecito per nessuno distorcere la realtà per mere esigenze di polemica politica o ideologica.

Non è in questo modo che si rafforzano le tutele normative e retributive del personale precario, che non ha bisogno di essere aizzato da sedicenti e improvvisati sindacalisti contro gli altrui inesistenti privilegi.

Usiamo il termine “sindacalisti” con grande disagio, perché davvero non meritano tale titolo personaggi che impiegano il loro tempo e le loro energie a dividere sistematicamente i precari, mettendoli in conflitto fra loro nelle aule della giustizia amministrativa.

Per quanto ci riguarda continueremo a sostenere le ragioni dei precari nel modo che riteniamo più giusto ed efficace, nel segno dell’unità e della solidarietà fra tutti coloro che condividono il disagio dato dall’incertezza della propria condizione lavorativa.

Roma, 18 gennaio 2010

Francesco Scrima, Segretario Generale CISL Scuola


La sentenza del TAR, contro le discriminazioni per chi non si avvale dell’insegnamento della religione cattolica, e la nuova crociata unita PD-PDL

 

Via: www.cobas-scuola.it  

La sentenza del TAR, contro le discriminazioni per chi non si avvale dell’ insegnamento della religione cattolica, e la nuova crociata unita PD-PDL.

Al grido di “Bieco Illuminismo” (i vescovi) ed “è in atto un preoccupante processo laicista” (Binetti PD), continua l”attacco alla sentenza del Tar, con la quale i magistrati hanno difeso le ragioni di uno stato laico e, finalmente, hanno dichiarato discriminante il credito formativo rilasciato agli studenti che scelgono un insegnamento ‘facoltativo’ quale l’ ora di religione.

La ministra Gelmini ha inoltre seguito le indicazioni dettatele dal suo predecessore Giuseppe Fioroni a difesa dell’ordinanza emanata da lui stesso nel 2008 ed ha impugnato la sentenza del TAR al Consiglio di Stato. Nell’ordinanza in questione si disponeva l’attribuzione di uno specifico credito scolastico per l’esame di maturità, per gli studenti avvalentisi dell’ insegnamento della religione cattolica.

Il Partito Democratico, in tutto questo, invece di fare ciò che in questi giorni avrebbe dovuto fare per mettere in campo una seria opposizione a questo governo (tra l’altro rifiutare la possibilità dello studio di una confessione religiosa che non ha fondamento per essere considerata disciplina di insegnamento e denunciare lo scandalo dell’ immissione in ruolo di docenti di religione, scelti dalla curia e pagati dallo stato, che usurpano il posto di migliaia di precari che non potranno invece entrare mai più in ruolo e sono letteralmente buttati fuori dalla scuola), rivendica, al contrario, le ragioni dell’insegnamento della religione cattolica e i diritti degli insegnanti di religione.


Riteniamo gravissimo l’atteggiamento di chi si scaglia contro la cultura ‘laicista’, non solo dimenticando persino di essere ministro/a di uno stato laico, ma minandone le stesse basi costituzionali attraverso l’imposizione di un oscurantismo bipartisan.

Non è un caso infatti che in quest’ultimo anno siano maturati proprio nella scuola pesanti attacchi censori nei confronti di alcuni insegnanti (Cobas) che hanno ‘osato’ manifestare idee diverse da quelle imperanti.

E’ proprio per questi motivi che riteniamo indispensabile aprire un dibattito ed un serio confronto sul significato di laicità, dentro e fuori la scuola,rilanciando, come COBAS e come CESP (Centro Studi per la Scuola Pubblica) una campagna di informazione, che vedrà un primo, significativo, momento di incontro, nel Convegno Nazionale”LA LAICITA’ NELLA SCUOLA PUBBLICA: LA CROCE DELLA RELIGIONE CATTOLICA” che si terrà il 6 novembre prossimo presso il Centro Congressi Cavour di Roma.

L’Esecutivo nazionale Cobas Scuola.

 

Consulta i nostri blog dedicati all’ Innovazione e alla Tecnologia.