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Intervistiamo la scuola: Antonella Guzzi, insegnante

Antonella Guzzi – insegnante all’Istituto Tecnico Commerciale “Grimaldi – Pacioli “ di Catanzaro


Qual è stato il tuo percorso di studio e poi quello professionale che ti ha portato a insegnare nella scuola pubblica?


Maturità Scientifica nel 1983 a Catanzaro
– Laurea in Economia e Commercio(110 e lode) Università degli studi di Messina nel luglio 1988
Domande di incarico e supplenza (senza sperarci troppo) C/O provveditorato agli studi di Vercelli
Ottobre 1988 – Primo incarico nella scuola pubblica a Varallo Sesia.
Pensavo fosse una breve esperienza e invece ho scoperto che insegnare mi piaceva molto e mi sono impegnata perché diventasse il lavoro della vita.
incarichi annuali fino al 1991 sempre in Piemonte.
Concorso pubblico x esami e titoli nella scuola (D.M 23/03/1990) superato brillantemente (N. 1 nella graduatoria provinciale). In ruolo dal 1/9/1992 in Calabria.
– Formazione e studio costante anche per l’abilitazione e la libera professione (iscritta all’albo dei dott. commercialisti di Catanzaro e nel registro dei revisori contabili dopo aver superato gli esami di abilitazione previsti dalla normativa vigente).

Ci dici dove insegni, con quale ruolo e com’è la situazione scolastica nella provincia dove lavori?


Docente di scuola secondaria superiore negli Istituti Tecnici impoveriti dai continui tagli alle risorse e alle ore studio degli ultimi anni.
La mia attuale sede di titolarità è l’istituto tecnico commerciale “Gramaldi – Pacioli “ di Catanzaro.
La situazione scolastica della provincia è difficile e drammatica. Il sistema scuola è stato oggetto di dimensionamento e molti istituti hanno perso l’autonomia con conseguente disordine e precarietà nell’ambiente. La mia Scuola di titolarità ha avuto due diversi dimensionamenti. Il primo pochi anni fa (una strana fusione tra istituto tecnico commerciale e istituto professionale) e dopo anni scolastici di disordine dal punto di vista amministrativo e didattico, da quest’anno stiamo vivendo un nuovo dimensionamento. Fusione di tutti gli ITC della città. Unica scuola e tre diverse sedi distanti diversi tra loro. Nuova riorganizzazione degli uffici e nuovo anno scolastico nel disordine.

Cosa è cambiato nella tua scuola con la riforma Gelmini?


Gli Istituti tecnici sono stati oggetto della riforma della ex Ministra. Allo stato attuale gli unici effetti tangibili sono stati un taglio scellerato delle ore studio con conseguente perdita di cattedre per gli insegnanti e un affollamento delle prime classi con inevitabile peggioramento della qualità dell’insegnamento. Molti docenti dopo tanti anni di ruolo sono stati dichiarati perdenti posto con tutto ciò che ne consegue (attualmente in servizio su altre scuole anche su più sedi o a disposizione senza cattedra, per alcuni l’inserimento nelle graduatorie DOP).

Sono state condotte delle forme di proteste riguardo la Legge Gelmini e con quali risultati? Oggi con il Governo Monti cosa è cambiato?


Non ho visto forme di protesta tangibili a parte qualche giornata di sciopero di pochi docenti, e delle riunioni sindacali con la categoria inferocita. I sindacati della scuola in questi anni sono stati complici spettatori dello scempio nella scuola pubblica italiana.
Oggi con il Governo Monti si assiste a rabbia e rassegnazione, soprattutto per la situazione previdenziale e pensionistica che si comincia a delineare nella sua drammaticità.

I colleghi rimasti fuori dall’insegnamento come si sono riciclati nel mondo lavorativo? Com’è il tessuto lavorativo in quella zona?

I precari sono un numero elevatissimo e purtroppo in Calabria non è facile il riciclaggio delle professionalità. Molte colleghi dopo tanti anni di incarichi annuali non stanno insegnando e vivono situazioni di grave e comprensibile disagio. La situazione della mia zona dal punto di vista lavorativo è drammatica e il livello di disoccupazione è altissimo.

Quali mezzi usi per andare al lavoro, quanto tempo ti occorre e con quali costi?


Uso esclusivamente l’auto personale, faccio circa 30 km di strada di circuito urbano ogni giorno e a seconda dei periodi (riunioni pomeridiane, corsi di recupero studenti, corsi di aggiornamento) anche due. Considerato il prezzo della benzina i costi sono elevati. Tengo a precisare che l’uso del mezzo proprio non è una libera scelta ma una scelta obbligata poiché l’organizzazione del trasporto pubblico locale del comune in cui vivo e gli orari di servizio non sono conciliabili (ma questa è un’altra storia).

Ci puoi dire com’è composta la tua giornata tipo?


Alle ore 8.00 già in classe dal lunedì al venerdì. Mattinata a scuola e spesso anche il pomeriggio per attività varie.
Nelle ore non vissute a scuola esercito la libera professione di Commercialista. Attività che metto a disposizione dei colleghi docenti iscritti alla Gilda degli insegnanti (naturalmente a titolo gratuito per lo spirito missionario che qualifica la categoria docente). Sono iscritta da tanti anni alla Gilda perché è un’organizzazione autonoma di professionisti della scuola non politicizzata ed offro il servizio di assistenza fiscale agli iscritti.
Naturalmente salti mortali per conciliare anche la famiglia.

Quali hobby o passioni riesci a coltivare?


Purtroppo il tempo è tiranno, mantengo ancora la lettura x piacere e per lavoro (per fortuna dormo poco), qualche viaggio e un po’ di sport.

Che uso fai di internet e dei social network?
Internet lo uso quotidianamente. Il lavoro e la comunicazione sono totalmente dipendenti dalla rete. I social network li uso solo per relax ma scopro tanti riferimenti utili per la professione.

Ci indichi i progetti più interessanti realizzati da te o dai tuoi colleghi nella tua scuola e che vuoi condividere con gli altri?


Fino a pochi anni fa ero molto attiva nelle attività extracurriculari e mi sono misurata in molti progetti che ritenevo utili alla crescita degli allievi e del contesto socio economico del nostro territorio (alternanza scuola lavoro, imprenditoria giovanile, legalità). La situazione di precarietà e di disagio degli ultimi anni mi hanno portata a non avere più l’energia giusta. Conservo quella che mi resta per fare il mio dovere in classe con gli allievi.

Ci indichi, per punti, quello che secondo te si potrebbe fare da subito, a costi bassissimi o a costo zero, nella scuola italiana per migliorarla?


Revisione dei programmi di tutte le discipline (la riforma ha tagliato le ore ma non ha evidenziato quale parte del programma non è più importante)

Social network interno alle scuole per uso didattico (si potrebbero organizzare sportelli didattici e attività di sostegno agli studenti ed evitare corsi pomeridiani che non danno risultati e sono uno spreco di risorse).

Studenti provvisti di pc personale o tablet e libri di testo esclusivamente on line. Sarebbe una bella sfida per la nostra scuola, in alcuni paesi è già avviata la strada (si veda in Corea). Una “tavoletta” che diventa libro, quaderno e banca dati, con un clic sulla piattaforma di istituto. I nostri ragazzi “nativi digitali” gradirebbero se al posto della lavagna avessero la seconda generazione di schermi interattivi multimediali e Wi fi in tutto l’istituto per attingere agli iper-testi, video e altro ancora. Naturalmente senza concessioni allo stupidario che prolifera su blog e social network: solo per studiare!

Dotazione capillare di lavagne interattive e loro reale utilizzo (molte sono già a disposizione nelle scuole, ma il reale utilizzo passa attraverso una reale formazione del personale e non attraverso la buona volontà di pochi. La buona volontà purtroppo con il tempo si perde).

Scuola: dilettanti allo sbaraglio

 

di Enrico Maranzana

La libertà d’insegnamento , mantra del docente, trae la sua origine dall’interpretazione dell’art. 33 della nostra costituzione: “ L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Si tratta di un principio posto a fondamento della vita e dell’attività delle scuole a cui il comune sentire attribuisce il seguente contenuto:

L’affermazione che l’arte e la scienza sono libere significa che nel sistema costituzionale italiano non sono ammesse una cultura ed un’arte di Stato” Avv. P. Guadagni Consulenza e assistenza in materia di diritto civile – 2009

La libertà di insegnamento consiste nel garantire il docente contro ogni costrizione o condizionamento da parte dei pubblici poteriEnciclopedia del Diritto De Agostini

Al riconoscimento di tale libertà corrisponde l’attribuzione di un diritto soggettivo al singolo docente, il quale, in piena autonomia e senza condizionamenti, proprio perché libero, deve poter decidere

– entro i limiti fissati dalla legge- sia le modalità tecnico didattiche del proprio insegnamento,

sia i valori formativi che intende trasmettere ai propri allievi”. Federazione nazionale Gilda 2006

Impressionante la sovrapponibilità di tali proposizioni con la concezione anarchica della politica che scaturisce dall’idea di un ordine fondato sull’autonomia e sulla libertà degli individui.

Gli anarchici propugnano una società priva di potere centrale e composta da individui che si organizzano liberamente.

Essenziale indagare, riconoscere e rimuovere le cause di tale deriva: non è ipotizzabile che tutti gli addetti della scuola, dai massimi livelli a quelli operativi, siano portatori di filosofie anarchiche.

L’immaturità è la prima ragione dei pensiero deviante: alle scuole, a partire dalla fine degli anni ’60, è stata assegnata una propria, specifica “mission” che le ha differenziate dalle università di cui, fino ad allora, erano state sorelle minori.

Lo sviluppo della persona umana” è la loro nuova responsabilità istituzionale: la conoscenza, da fine dell’insegnamento, è diventata mezzo per far evolvere, per stimolare e per promuovere le qualità dei giovani.

Nelle scuole, però, tutto si è fermato agli inizi del novecento. I lavori di classe sono tuttora ancorati ai libri di testo i cui capitoli ne scandiscono gli avanzamenti; i docenti si riparano, velandosi, sotto il mantello degli accademici e degli editori, non fronteggiano le responsabilità dell’insegnamento nel XXI secolo.

La mancanza di professionalità è la seconda causa della degenerazione: il termine “scuola” non è stato sostituito con “Sistema educativo di formazione e istruzione” per una questione di acustica ma perché è stata riconosciuta la complessità del suo compito che, come tale, deve essere affrontato. Sono stati infatti individuati, definiti e gerarchizzati i problemi di cui si sostanzia, e, per ognuno di essi, è stato costituito un soggetto responsabile della relativa soluzione.

Nei Piani dell’Offerta Formativa delle singole scuole, visibili in rete, invece, di tale concezione non c’è alcuna traccia.

La diretta conseguenza dell’assunzione dell’ottica sistemica da parte del legislatore riguarda il significato di “insegnamento”. Questo è da ricercare all’interno del suo naturale campo di definizione: la progressione formazione – educazione – istruzione – insegnamento.

Prima sono da individuare e da specificare le competenze generali che gli studenti devono acquisire per entrare da protagonisti nel vortice della società contemporanea, successivamente sono da ricercare e da identificare le capacità necessarie alla maturazione e all’esercizio di detti comportamenti, in seguito sono da individuare i saperi, le strumentazioni idonee all’ideazione di processi d’apprendimento mirati, infine sono da coordinare, da progettare e da realizzare gli insegnamenti.

Si può pertanto affermare che la libertà di insegnamento si sostanzia nell’ideazione, nella gestione e nel controllo dell’efficacia di “occasioni d’apprendimento”, un MIX finalizzato di problemi, argomenti, metodi disciplinari e metodi didattici. [Si veda in rete: Usiamo i logaritmi per “riordinare” la scuola].

Tale concetto è l’architrave del regolamento dei licei che ha fissato, tra i “punti fondamentali e imprescindibili

  • lo studio delle discipline in una prospettiva sistematica, storica e critica;
  • la pratica dei metodi di indagine propri dei diversi ambiti disciplinari;
  • l’uso costante del laboratorio per l’insegnamento delle discipline scientifiche

che solo la pratica didattica è in grado di integrare e sviluppare”.

Il successivo raffinamento del regolamento di riordino, che ha condotto alla redazione delle indicazioni nazionali, irresponsabilmente, non ha tenuto in alcuna considerazione tale orientamento e ha riaffermato il primato della conoscenza sull’apprendimento.

Tra gli obiettivi specifici, infatti, manca ogni riferimento alla capacità di assumere punti di vista differenti, di modellare, di formulare ipotesi, di operare scelte, di esercitare il controllo, di documentare, di astrarre, di generalizzare, di leggere la realtà in ottica sistemica … [Per approfondire si veda in rete – La riforma delle superiori: un buco nell’acqua].

Tale divergenza evidenzia come gli universitari, membri della commissione ministeriale, abbiano difeso il loro dominio sulla scuola secondaria e abbiano prefigurato un servizio in aperto contrasto con lo spirito e con la lettera delle norme.

Per approfondire rimando al WEB:

di Enrico Maranzana

Scuola: a proposito del Tirocinio Formativo Attivo

Riceviamo e pubblichiamo lo sfogo di Monica sul Tirocinio Formativo Attivo.

Mi chiamo Monica, ho 45 anni e sono architetto.
Da otto anni faccio l’insegnante a tempo pieno, nel senso che da otto anni ho cattedre annuali di 18 ore.
Le scuole in cui ho lavorato e lavoro sono quelle definite scuole “di frontiera” dove l’insegnamento e accompagnato da una serie di numerosi altri problemi che amplificano a dismisura l’impegno del docente, ma che nel tempo ti riempiono di grande soddisfazione per i risultati che a volte riesci ad ottenere con i cosiddetti “ragazzi difficili”.
Insegno Tecnologia alle scuole medie, una materia che oltre ad essere bella e interessante è di grande utilità non solo per chi deciderà di proseguire gli studi e diventare ingegnere, architetto o geometra, ma anche per chi, più semplicemente, andrà a lavorare.
Pensate ad un muratore o a un falegname che non sa leggere i disegni!!!!
Lo scorso anno questa materia è stata fortemente penalizzata poichè le ore sono passate da tre a due per ogni classe, il programma che si riesce a coprire può anche essere lo stesso, ma purtroppo qualunque approfondimento è assolutamente impossibile (e la maggior parte dei miei colleghi precari è a casa !!!!!).
I ragazzi si dimostrano quasi sempre molto interessati , sia per quanto riguarda il disegno tecnico, sia per quanto riguarda la parte teorica della materia che spesso tocca argomenti molto attuali e vicini a loro come l’educazione ambientale, i rifiuti, le energie alternative.
Veniamo al dunque……insegno senza abilitazione perchè i concorsi non sono più stati fatti e le ssis per questa materia sono state praticamente inesistenti. Le uniche istituite si trovavano in grandi città molto lontane dal luogo in cui vivo e per me assolutamente impossibili da frequentare sia per motivi famigliari che economici.
Qualche anno fa ho pensato di abilitarmi partecipando ai corsi riservati ai docenti che avevano 360gg di servizio.
Al momento dell’iscrizione al corso avevo molti giorni di supplenza in più di quelli richiesti, ma non rientravano nei tempi previsti dal decreto (Settembre 99- Giugno 2004), così al Provveditorato della mia città mi dissero di non fare neppure la domanda perché mi mancava il requisito fondamentale.
Così feci attenendomi alle regole……risultato…..tantissime persone che non avevano il mio stesso requisito si sono abilitate (anche in altre classi di concorso), mentre io e pochi altri che abbiamo rispettato la legge siamo rimasti al palo….non avevamo capito che nel mondo della scuola ogni regola è fatta per essere scavalcata dai furbi (e naturalmente da chi glie lo permette)!!!!!!
Pochi giorni fa le nuove disposizioni per la formazione dei docenti: potrò continuare ad insegnare solo se mi abiliterò e per poterlo fare dovrò fare il famoso “TFA” ovvero il Tirocinio Formativo Attivo.
Per accedere al TFA dovrò superare tre prove :
1)
test di accesso (quelli con le famose crocette che odio)
2) una prova scritta
3) una prova orale
Sono propedeutiche, se non ne supero una non potrò affrontare quella successiva.
Non si sa ancora nulla di preciso sui contenuti, quel che è certo e che dovremo avere anche una certificazione del Livello B2 della lingua inglese e la patente europea di informatica.
Saremo praticamente messi allo stesso livello di chi si laureerà tra qualche mese, con la differenza che LORO sono sia digitali nati……e quindi con molta più dimestichezza al pc di noi, sia abituati a studiare sui test (ai miei tempi, anche se non sono così vecchia, non esistevano) e quindi esiste anche la possibilità di essere scavalcata da qualcuno che non sa neppure cosa vuol dire entrare in una classe.
Pare….. si dice….. sembra…. che tutto ciò avverrà entro pochi mesi……tra i colleghi nella mia situazione serpeggia da qualche giorno un certo isterismo…..abbiamo tutti superato i 40 anni, abbiamo famiglia e se per qualche scherzo del destino sbaglieremo una di queste prove saremo praticamente a spasso per la vita.
Credo che le persone nella mia situazione, che per tutti questi anni hanno lavorato duramente, avrebbero dovuto accedere di diritto al TFA…..il Ministro Gelmini dovrebbe rendersi conto (ma penso che sia utopia) che il passaggio “dal sapere al saper insegnare” noi lo abbiamo imparato” ………eccome……….
sulla nostra pelle!!!
Tutto ciò mi appare sempre più come una manovra, non per avere docenti veramente qualificati, ma per eliminarci definitivamente dalle graduatorie.

Monica

L’Azienduola

Ormai sono cosciente di operare in un’azienda. Quando decisi di fare l’ insegnante, non immaginavo di finire in un’azienda. Anzi, ero convinto che il mondo della scuola fosse estraneo ad ogni logica capitalista. Anche per questo scelsi l’ insegnamento, che reputavo una professione creativa che offrisse molto tempo libero, un bene più prezioso del denaro. A distanza di anni dal mio ingresso nel mondo della scuola, eccomi catapultato in un ingranaggio di fabbricazione industriale, con la differenza che a scuola non si producono merci. Del resto, non mi pare d’aver ricevuto una preparazione adeguata ad un’attività manifatturiera, ma siamo nell’era della “flessibilità”. Ormai sento spesso adoperare un lessico imprenditoriale: termini come “economizzare”, “profitto”, “utenza”, “competitività”, “produttività” ecc., sono ormai di uso comune tra i “dirigenti scolastici” che non sono più esperti di pedagogia e didattica e pretendono di essere considerati “presidi-manager”, ma sono pochi a saper decidere come e perché spendere i soldi, laddove ci sono.
Inoltre, anche nella scuola sono stati introdotti organigrammi e metodi di gestione mutuati dalla struttura manageriale dell’impresa capitalista. In tale gerarchia sono presenti vari livelli di comando e subordinazione. Si pensi ai “collaboratori-vicari” che, in base alla vigente normativa, sono designati direttamente dal dirigente, mentre prima erano i Collegi dei docenti che eleggevano dal basso i propri referenti a supporto del ruolo direttivo. Si pensi alle RSU, i rappresentanti sindacali eletti dal personale docente e non docente. Si pensi alle “funzioni strumentali”. In altri termini, si cerca di emulare in modo maldestro la mentalità economicistica, i sistemi e i rapporti produttivi, la terminologia e gli apparati di marca industriale all’interno di un ambiente come la scuola, un’istituzione che dovrebbe perseguire come fine ultimo “la formazione dell’uomo e del cittadino”. Altro che fabbricazione di merci! E’ evidente a tutte le persone di buon senso che si tratta di uno scopo opposto a quello che è l’interesse primario di un’azienda: il profitto privato.
La Gelmini e i vari “manager” dell’istruzione, in buona o mala fede confondono tali obiettivi, alterando il senso autentico ed originario dell’azione educativa, una funzione sempre più affine a quella di un’agenzia di collocamento o un’area di parcheggio per disoccupati permanenti. Ma perché nessuno mi ha avvertito in tempo quando feci il mio esordio nella scuola? Probabilmente qualcuno potrebbe obiettare “Ora che lo sai, perché non te ne vai?”, prendendo esempio dalla “scuola” di Marchionne, che sempre più presidi emulano.
Lucio Garofalo

Un genitore critico della scuola pubblica scrive, un professore precario risponde

Messaggio ricevuto da un genitore il 20/09/2010

E’ possibile che sono due anni che non c’è un insegnante che sia onesto con il proprio lavoro e verso i propri doveri.L’ultima volta che ho visto l’insegnate di matematica di mia figlia è stato due anni fà, da allora il susseguirsi di supplenti è infinito e i dirigenti sbattono i bambini dovunque pur di togliersele dai piedi.E’ possibile che la scuola statale siglifica fare quello che si pare senza avere rispetto dei bambini e del proprio lavoro. Se la scuola pubblica deve essere questa, allora resta solo quella privata. E smettetela di lamentarvi se vi lasciano a casa, prendetevela con i vostri colleghi e con voi stessi che non riuscite a creare una scuola degna di essere chiamata scuola.

Cordiali saluti Andrea

Messaggio di risposta di Matteo Vescovi, professore precario (Assemblea delle scuole di Bologna e provincia)

Gentile genitore,

mi sento in obbligo di rispondere alla sua lettera che credo esprima le difficoltà e le perplessità di molti altri genitori come lei. Devo dire che lei ha le sue ragioni, non posso darle torto quando lamenta la mancanza di insegnanti stabili e addirittura denuncia una prassi, quella di smembrare le classi e distribuirle in altre per evitare di chiamare supplenti, che in questo momento si sta diffondendo sempre di più. Lei ha tutte le ragioni di indignarsi perché a sua figlia viene negato il diritto all’istruzione. Le dirò di più, teoricamente se questa prassi fosse portata avanti per molti giorni, si potrebbe trovare nella condizione di non validità dell’intero anno scolastico. Per questo motivo la invito a denunciare pubblicamente questa prassi anche con esposti all’Ufficio Scolastico Provinciale e alla Procura della Repubblica, coinvolgendo gli altri genitori e gli insegnanti di suo figlio. Ma non se la prenda con noi che da anni appunto stiamo lottando strenuamente per difendere questo ed altri diritti riconosciuti dallo Stato, ma negati nei fatti da questo e altri governi, nonché da molti che non hanno il coraggio di opporsi.

Se ha la pazienza di leggere ancora vorrei spiegarle, però, per quale motivo la scuola di suo figlio si trova in questa condizione. Innanzitutto le scuole statali sono ormai senza fondi, il Ministero deve risarcire alle scuole della provincia di Bologna un debito di 22 milioni di euro. Soldi che le scuole hanno utilizzato per pagare i supplenti e per altre necessità di gestione (carta, materiali didattici, carta igienica, eccetera) e che sono stati presi in buona parte dai contributi che voi genitori versate ogni anno, ma che non verranno restituiti (altro motivo per indignarsi). A questo punto, i Presidi con le casse vuote stanno cercando in tutti i modi di portare avanti un barcone con sempre più buchi.

In secondo luogo, saprà benissimo che il Ministero con una circolare ha ridotto l’orario di scuola, ha aumentato il numero minimo di ragazzi per classe, ha di fatto eliminato le compresenze. Penso che saprà fare da solo la somma di questi dati e comprendere in quale situazione ci troviamo a vivere tutti i giorni, sapendo che siamo obbligati a non fare ciò che di bello facevamo e vorremmo ancora fare.

Di fronte a tutto ciò lei ha ancora tutto il diritto (qualora avesse la possibilità economica di pagare almeno 3000 euro all’anno) di cancellare l’iscrizione di suo figlio alla scuola pubblica statale e di iscriverlo in una scuola privata. Non ci nascondiamo, infatti, che queste scuole stanno sempre più avvicinandosi al modello della scuola elementare statale pre-Gelmini (tempo pieno o modulo) visto che, in quanto privati, sono liberi di progettare la propria offerta formativa. Si ricordi, però, che se lei dovesse iscrivere sua figlia in una di queste scuole, innanzitutto starebbe di fatto sottraendo fondi a tutti quei bimbi che la privata non se la possono permettere (le ricordo, infatti, che i governi e gli enti locali finanziano queste scuole in barba all’articolo 33 della Costituzione che recita che le scuole private possono esistere ma “senza oneri per lo Stato”). Inoltre, starebbe negando a sua figlia il diritto di frequentare la scuola del suo quartiere, di conoscere e di crescere con i bambini che vivono intorno a voi (belli o brutti che siano al nostro giudizio di adulti). Sua figlia si chiuderà in una realtà che ha tanti specchi per non vedere quel mondo nel quale, invece, sta crescendo.

Oppure, lei ha un’altra possibilità. Può cominciare a prendere contatti con i genitori della classe di suo figlio e con gli insegnanti. Può informarsi su quali sono i diritti di sua figlia che vengono lesi e contattare il Presidente del Consiglio d’Istituto della sua scuola per avere spiegazioni, inoltre può rivolgersi al Preside se non sono stati nominati insegnanti o supplenti. E poi può cominciare a costruire nella scuola di sua figlia un’assemblea di genitori-insegnanti che diffonda l’informazione per cominciare a pretendere quei diritti che ci vengono negati dal Ministero e nella fattispecie dall’Ufficio Scolastico Provinciale. Se riuscisse nell’impresa di coalizzare l’intera scuola potrebbe cominciare a diffondere la notizia delle vostre iniziative in modo da fornire un esempio positivo anche per altre scuole, così da costruire un’assemblea che coinvolga tutte le scuole di Bologna e della provincia, perché i problemi che lei ci segnalava non sono risolvibili né dalla singola buona volontà degli insegnanti, né dalle sacrosante richieste dei singoli genitori. Solo se sapremo, ancora una volta, trasformare queste energie in coscienza comune e in azioni condivise, potremo cominciare a riconquistare pezzo per pezzo quel diritto ad una istruzione di qualità che oggi sua figlia si vede negata. In caso contrario ognuno si salverà come potrà.

In ogni caso, queste sono libere scelte. Noi, come genitori e come insegnanti, non possiamo che continuare a credere con Don Milani che “il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia. (Da Lettera a una professoressa)

Nella speranza di ritrovarla in futuro insieme a noi, le porgo i più cordiali saluti

Un prof precario.

Matteo Vescovi

Scuola: il Ministero “dà i Numeri” sulla pelle di migliaia di precari

Terza fascia: il Ministero “dà i Numeri” sulla pelle di migliaia di precari

La denuncia di Adida

Il Ministero ha fornito dati contestabili a onorevoli e senatori della VII Commissione Cultura. E’ la denuncia di Adida (Associazione Docenti Invisibili da Abilitare), un ente legalmente riconosciuto che si occupa della tutela dei docenti precari privi di abilitazione, ma con attività di insegnamento svolto per anni nella scuola. Si tratta di docenti a tutti gli effetti, assunti da graduatorie di merito, spesso su cattedre annuali e con gli stessi contratti ed incarichi dei colleghi abilitati e di ruolo. La normativa Italiana prevede, infatti, che l’abilitazione sia requisito indispensabile solo per l’accesso ad incarichi a tempo indeterminato. D’altronde la mancanza del titolo abilitante è da attribuirsi all’assenza di percorsi abilitanti da almeno treanni a oggi e all’alto costo e obblighi di frequenza imposti dai vecchi corsi abilitanti (SSIS).

La costituzione Italiana sancisce per loro il diritto al lavoro, alla parità e alla formazione, malo Stato, continua attraverso sbarramenti di ogni sorta a far si che quanto sancito non possa affermarsi. Il Governo, mostratosi in una prima fase favorevole al riconoscimento del servizio prestato dai docenti non abilitati, sembrerebbe aver cambiato rotta dal momento che l’On. Aprea ha dichiarato che essi sono 190.000, sostenendo che permettere
ad un numero così elevato di precari di abilitarsi sarebbe contrario a quanto stabilito dalla Legge finanziaria del 2008 che impone allo Stato l’eliminazione delle cause che determinano la formazione del precariato.

 Non si considera però che la negazione del diritto alla formazione va in tutt’altra direzione, poiché per questi lavoratori, ciò, equivale ad una condanna a vita al precariato o peggio alla dipendenza dagli aiuti sociali. Inoltre, secondo la statistica fornitadall’Adida, compiuta attraverso l’esamina delle graduatorie ministeriali di alcune province,il dato fornito dal Ministero appare decisamente inattendibile. I precari non abilitati con almeno 360 giorni di servizio sono c.a. 30/40.000. Si tratta di un numero consistente, ma di molto inferiore alle stime diffuse in sede istituzionale. Nel migliore dei casi si tratta di un imperdonabile imperizia. La cifra è probabilmente il risultato di un computo generale che non ha tenuto conto di alcuni elementi importanti, quali: la quasi totalità dei docenti è inserita almeno in tre graduatorie; nelle graduatorie di terza fascia compaiono anche i nomi di chi è già abilitato.

Resta il fatto gravissimo che il Governo sta decidendo della sorte di migliaia di lavoratorisulla base di dati inattendibili e infondati.

Adida (Associazione Docenti Invisibili da Abilitare)      www.associazioneadida.it