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Hanno tutti ragione (ma non possono farci nulla) – di Marcella Raiola

Il resoconto (dalla penna di Marcella Raiola) di un’altra giornata di azzardo, tra sgomento e rabbia, paura e determinazione. I precari hanno “testato” le opposizioni. Ecco il quadro della loro disponibilità e dei loro programmi per il presente e il futuro della scuola.

Hanno tutti ragione (ma non possono farci nulla)

Ci sono politicanti che credono di aver insultato i precari in lotta smascherandoli e svelandone l’ìidentità di “militanti politici”. Nella loro stoltezza, questi mestatori che agitano la politica come uno spauracchio, manco fossimo nella Brescello di Peppone e Don Camillo, non comprendono di averci fatto il più grande dei complimenti, attribuendoci il merito di aver riportato in piazza la Politica nobile, stanando i suoi letargici e presunti professionisti dalle loro dorate tane, e forzandoli ad esprimersi sul tracollo della scuola, nonché a difendersi dalle accuse di tacito avallo o di connivenza con le forze che lo hanno scientemente preparato e determinato.

La piccola tenda di Giacomo e Caterina, piantata a Montecitorio come un vessillo, attorno a cui ogni giorno ruotano i precari, con le loro apprensioni, i loro azzardi, i loro cedimenti e le loro speranze, è stata capace di diventare il fulcro di una renovatio civile auspicata e indifferibile, i cui princìpi e i cui passi sono stati messi per iscritto e sottoposti, oggi, 31 agosto, alla cortese attenzione di tutti i possibili, plausibili e verosimili interlocutori-rappresentanti politici.
Anche stamane ci hanno attanagliato le solite domande, i soliti dubbi: faremo un favore a forze politiche comatose che hanno bisogno di shock emozionali ed eroi disperati per riacquistare il proprio credito e riguadagnarsi un elettorato disgustato ed esasperato dal loro attendismo colpevole, oppure faranno loro un favore a noi, perorando la nostra causa per risarcirci delle passate negligenze e svendite della nostra pelle a basso costo? Il nostro appello sarà l’inizio della riscossa dell’opposizione, o “solo” della nostra? Se riusciremo a estorcere un qualche risultato, poi, la centralità strategica della scuola risalterà come un sole sul nuovo orizzonte politico, o verrà subito negata, allo scopo di farci sbaraccare, avendo avuto il nostro bel contentino, per non imbarazzare oltre e per non offendere le altre categorie “a rischio”, ugualmente confidanti nell’intervento delle stesse forze da noi sollecitate?
I pensieri sembrano tanti, se esposti e riportati partitamente, uno per uno, ma s’affollano nella testa simultaneamente accavallandosi, e in un attimo sono tutti lì, armati, a presidiare le nostre masse grigie, a pungolare come uno sciame di vespe, a spremere tutti insieme l’ultima adrenalina alle nostre stressate ghiandole.
A mandarli a gambe all’aria, ci pensa l’autoambulanza del 118, che porta via Giacomo, disidratato e collassante. Gli occhi si riempiono di lacrime di stizza stanca e di preoccupazione fraterna. Col solidale e calcolato cinismo che connota tanto noi quanto il digiunante, speriamo che il collasso produca effetti catalizzatori e “sbloccanti” in senso a noi positivo e gradito.
La pergamena delle “buone intenzioni” (ritiro dei tagli; assunzione a tempo indeterminato dei precari su tutti i posti disponibili; abiura del mortificante “salvaprecari”; finanziamenti alla scuola pubblica) viene letta e sottoscritta, nel corso della giornata, da vari esponenti di partito. Non costa nulla, del resto…
Quando arriviamo noi da Napoli, in piazza c’è un galantuomo, il dottor Ignazio Marino, che gira l’Italia per capirne e conoscerne il degrado senza confini, preludio necessario alla programmazione di ogni intervento, e c’è, a quel che pare di capire, la responsabile del comparto scuola per il Pd, Francesca Puglisi.
Marino è compunto e compreso nel suo ruolo di uditore onesto e vibrante di sdegno autentico, ma per ora impotente, mentre la Puglisi lamenta, lapalissianamente, difficoltà il cui superamento dovrebbe appunto costituire il cimento del suo partito: la mancanza di canali di amplificazione delle iniziative di sinistra (ma spetta forse al precario trovarli e, magari, finanziarli??), data la “colonizzazione” dell’etere; l’inferiorità numerica in Parlamento (ma non è la condizione “fisiologica” di OGNI opposizione??); la piazza “sguarnita” e poco presente (ma milioni di persone sono scese in piazza, in tre anni di lotta per la scuola e per i diritti negati!! La gente non può stazionare in piazza vita natural durante!).
Ammette le non lievi colpe pregresse del partito cui appartiene e poi, sulla scia di quanto già detto da Bersani a Repubblica Tv nel Videoforum del giorno prima, prospetta utopistiche e oniriche piattaforme da scrivere tutti insieme appassionatamente per gli anni che verranno DOPO l’evento storico della caduta autogena del Caimano.
Abbiamo conferma che questa forza politica non ha intenzione di andare ad elezioni anticipate. Lo stesso Bersani ne ha chiarito i motivi: il berlusconismo deve implodere, deve autodistruggersi, perché solo così finirà come fenomeno anche culturale ed “esaurirà”, secondo il Pd, la sua forza d’attrazione e seduzione. A qualche precario sembra l’alibi di una vigliaccheria senza limiti. Qualche altro ci crede. Qualche altro ancora s’indigna di brutto e dice, a voce alta, che non è il caso di fare troppo i “puristi” e gli strateghi in un momento in cui la decenza istituzionale viene meno e l’Italia si offre come una meretrice ad ogni più squallido connubio, perfino a quello, immondo e contaminante, col leader libico Gheddafi (molto appropriatamente paragonato a Franco Franchi dal nostro amico Giuseppe, la cui vena humor è inesauribile e che ha la facoltà di strapparci una risata anche nelle attuali circostanze)…
Incassiamo l’alzata di mani del Pd e il suo pagherò entusiastico commovente, ma per nulla consolante e, soprattutto, per nulla dirimente.
Nel pomeriggio arriva Di Pietro. Siede sotto il padiglione, davanti al tavolino portato apposta lì, incurante delle telecamere. Si mette nella posa tipica del confessore, come fosse avvezzo a sentire le sconce conseguenze degli atti del governo che ci ritroviamo, e a prenderne su di sé la croce…
Ascolta Caterina, Giacomo (rientrato da poco dall’ospedale e sempre più ossuto, dagli occhi sempre più fissi e ipnotici); ascolta Pietro di Grusa, venuto a dare manforte ai compagni di lotta ed ancora provato dallo sciopero da lui intrapreso poche settimane fa. Pietro la butta sul patriottico e sul “pane quotidiano”; Caterina espone il “programma” da firmare; Giacomo riporta l’attenzione sull’ideale da perseguire: il recupero, attraverso la dignità del lavoro, della dignità del paese tutto. Parla anche Francesco, parla Carlo e parlano e chiosano e commentano anche gli altri…
Di Pietro accoglie, come chi ha fatto e fa la sua parte e non si sente in colpa; ingoia amaro; poi, con la sua ormai celebre Realpolitik tradotta in franca spigliatezza, dice agli scioperanti che al governo (assente fino all’8 settembre) non frega né fregherà nulla del loro sacrificio, che il protocollo d’intenti proposto dai precari lui lo ha già firmato “col sangue”, perché i suoi punti sono contemplati dalla piattaforma programmatica del suo partito e che non ha intenzione di allearsi con forze che hanno votato per lo scudo fiscale o per salvare le chiappe a mafiosi e piduisti di varia estrazione e funzione, lasciandolo solo a denunciare la natura incostituzionale e liberticida della “cricca” al governo.
Il cuore si spezza in petto. Niente alleanze tra forze d’opposizione. Niente patti a termine. Niente convergenze, manco parallele (mortacci!); niente sinergie, che tanto ci farebbero piacere quanto ci è antipatico il termine… Portiamo a casa la promessa di un’interpellanza urgente al Parlamento, che l’IDV presenterà l’8 settembre. Il resto, dovremo farlo noi. Da soli. Dalla piazza. Dalla tenda. Dall’anima spompata ed esausta.
Era da chiarire, però, ‘sta cosa. E’ stato un pugno utile e salutare. Ora sappiamo e sentiamo VERAMENTE, anche, quanto sia FRAGILE la democrazia, non solo perché non ha codici “rivelati” su cui fondare e giurare una volta per sempre la propria legittimità e universalità, non solo perché la sua “precettistica” si costruisce giorno per giorno, valore per valore, ma anche – soprattutto, anzi – perché la rinegoziazione costante di questi valori è complessa e lunga, articolata e intricata, per cui, nelle more degli accordi, chi non partecipa al tavolo della discussione e non ne capisce le sottigliezze e i preziosi o cavillosi “distinguo”, trova soluzioni autocratiche e le impone brutalmente a chi stava discutendo e sceverando gli apporti singoli, le singole implicazioni, a beneficio di tutti.
E’ come se Giulio II, invece di aspettare pazientemente la fine dei lavori, ovvero stufo di passare sotto le impalcature, avesse chiamato un imbianchino a stuccare la Sistina mentre Michelangelo la affrescava. La Sistina dell’istruzione pubblica è stata bruscamente interrotta. I precari vorrebbero che qualcuno spicconasse l’intonaco sovrapposto e ridesse loro i pennelli, ma tutti i “qualcuno”, invece, dicono che non ce la fanno o non vogliono, che hanno biosgno dei precari come operai, per rimettere su l’impalcatura…
Così i precari restano disoccupati come operai e frustrati come artisti, a guardare tristemente la volta che si incrosta di muffa.

Marcella Raiola