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“Diario di scuola, cronaca da un domani possibile di Francesca Anili

Anche oggi ho preso lo scuolabus per un soffio. Da quando mia mamma
ha deciso di fare la raccolta punti dei prodotti dell’Isola Felice, la
prima colazione in famiglia si è trasformata in un incubo.
– prendi un altro po’ di cereali! E, oggi non hai mangiato neanche
una brioscina!
– Ma, mamma, me ne ai già date tre per scuola! Ora, magari, una bella
mela…
– Ma che mela e mela! E poi, come facciamo a raggiungere i 7000 punti
che ci mancano per il tv-plasma 52 pollici? Su, mangia, e silenzio, che
in una famiglia bisogna collaborare tutti, anche a costo di fare
sacrifici…
Per fortuna, la vista dello scuolabus che girava l’angolo mi ha dato
la possibilità di alzarmi e scappare.
Lo scuolabus si è fermato smarmittando –lo dice sempre, papà, con i
quattro soldi che la nostra scuola stanzia per il servizio trasporti,
uno di questi giorni ci lascerà a piedi – . Ho cercato posto in uno dei
pochi sedili liberi che non avessero la

tappezzeria squarciata e le
molle di fuori, e mi è toccato sedermi vicino a Youssef, uno della
classe differenziale per stranieri. Appena lo scuolabus è partito, nell’
abitacolo si è diffuso un jingle ed il video collocato sul soffitto ha
incominciato a trasmettere: “buongiorno a tutti! Questo viaggio è
sponsorizzato dai prodotti dell’Isola Felice! Avete iniziato con
dolcezza la vostra giornata? E, anche a metà mattinata, vi ricordiamo
gli snack dell’Isola Felice…”
Non so se per questo, o per la puzza di nafta che proveniva dal
motore, ma mi sentivo proprio lo stomaco in subbuglio. Youssef deve
essersene accorto e, nel suo slang italo-arabo, con qualche parola di
cinese e di russo che ha imparato dai compagni della sua classe per
stranieri, mi fa:
– non bene, tu. Aria, hab, ruft sen stabibi?
– Non bene, io- ho risposto senza voglia di proseguire la
conversazione.
– Stimast ribatti da?- ha insistito Youssef.
Era la prima volta, dopo un anno scolastico, che mi sedevo vicino a
quel tipo, e proprio non mi voleva lasciare in pace! Conosco il suo
nome, perché sento sempre la mamma che lo chiama, dal balcone di fronte
casa mia, ma a scuola non ci sono mai state grosse occasioni di far
conoscenza.
Quando vede che anche questa volta non rispondo alla sua domanda,
tira fuori un foglio di carta e scrive “Youssef”, poi mi guarda,
interrogativo.
-Aahhh!”- gli strappo il foglio di mano e mi affretto a scrivere
“Andrea”, mentre vedo tutti i miei compagni sfilare e lo scuolabus
svuotarsi. Prima escono i ragazzi delle classi speciali, alcuni
spintonandosi e gridando, altri con lo sguardo assente e fisso nel
vuoto; poi quelli delle classi per stranieri, chiacchierando nel loro
linguaggio colorito e spesso incomprensibile a loro stessi; poi,
usciamo noi, delle classi “normali”. Già a scuola troviamo ad
aspettarci i bambini che arrivano con lo scuolabus dai paesi, da quando
le loro scuole sono state chiuse. Alcuni sono partiti alle 7 per
arrivare a scuola dai loro paesini di montagna, ed ora stanno facendo
colazione, con gli strofinacci stesi sui banchi.
“Appena in tempo per l’appello”, penso mentre varco la porta della
classe. La maestra scorre il registro, con uno sguardo alla marea di
teste che si agitano davanti a lei.
“29” – Presente!
“30” – Presente!
“31” ok, ce l’ho fatta! Ancora altri 7 alunni e la maestra chiudeva l’
appello! “allora, bambini, ora cantiamo il jingle della scuola, poi, il
7 ed il 31 alla lavagna”
Questa giornata inizia proprio male! Prima, stavo per vomitare l’
intera Isola Felice, ora il Jingle, e poi, l’interrogazione in
“biografie dei Padri della Patria, i più grandi imprenditori del nostro
paese” –è la materia che odio di più, dopo “tecniche di evasione
fiscale”-, e, per giunta, alla lavagna con quella secchiona del 7!
Odio i jingles, ma quello della scuola quest’anno è davvero
terribile. Quest’anno il nostro sponsor è una fabbrica di pomodori
pelati. Papà lo dice sempre – e più di questo, dalle nostre parti, non
possiamo pretendere!-. non come a scuola di mio cugino, che sta a
Varese, ed hanno come sponsor una fabbrica di computer e videogiochi
omaggio a Pasqua e Natale!
Ad un tratto ho un’idea: quasi quasi approfitto del jingle, e del
video pubblicitario sui derivati del pomodoro che arriva subito dopo,
per eclissarmi. Magari la maestra non si accorge nemmeno che, su 38
alunni, proprio il 31 è sparito…
Esco in punta di piedi dall’aula e, mentre attraverso il corridoio,
incrocio Youssef, impalato dietro la porta della sua classe.
– ti ha sbattuto fuori, eh?- strizzo l’occhio.
– Bleah, pomodor, shit, esc fuor! –mi spiega Youssef. Poveraccio, ci
credo che anche lui è allergico al jingle: suo padre fa lo stagionale
alla raccolta dei pomodori, per quattro soldi al nero, 14 ore al
giorno.
– Vieni, andiamo a fare un giro – lo invito.
Mentre ci avviciniamo alla palestra, dalla classe dei disabili spunta
Gigi, con un largo sorriso sgangherato ed un foglio da disegno in
mano.
– Amici?- dice, guardandoci sospettoso – disegniamo?
Gigi sta nella classe che noi chiamiamo “dei mongoli”, ma per me è
ok. Disegna bene, e a volte mi ha regalato schizzi con i miei
personaggi preferiti dei cartoni. A volte, nella sua classe, si annoia,
e la maestra lo lascia uscire per una boccata d’aria.
Ora ci segue, contento di aver trovato compagnia. Giriamo per un po’
per i corridoi della scuola; poi, arrivati alla scala che porta al
seminterrato, Gigi si mette a correre giù per gli scalini, e Youssef
dietro.
– Fermatevi!- li inseguo – questa zona è vietata agli alunni! – . Ma
loro continuano a scendere, ed io dietro.
Il seminterrato è un largo corridoio senza finestre, su cui si aprono
le porte della cisterna, dei locali tecnici, dei depositi. La porta in
fondo al corridoio, però, è aperta, la stanza dietro illuminata. Ci
avviciniamo, in punta di piedi. Dietro una pila di libri e di registri,
una donna dai capelli bianchi è intenta a leggere.
– Amica? – si avvicina Gigi, prima che, spaventati, riusciamo a
trattenerlo.
– Amica, sì- risponde la donna –avvicinatevi, bambini!
– E tu chi sei?- mi scappa di dire.
– Mi chiamo Rosanna, e sto in questa scuola.
– Maistra?- tira ad indovinare Youssef.
– No, no, sto in questa scuola nel senso che vivo proprio qui.
Maestra lo ero, una volta, tanto tempo fa…ma è una storia vecchia,
quasi come me. Ora sto qui, tengo in ordine l’archivio, ed ogni tanto
mi riposo…e tu, come ti chiami? – mi fa.
– Io sono 31, della quinta D – dico, pensando che, anche se è un po’
strana, è pur sempre una maestra che mi sta davanti.
– 31? No, piccolo, non ci siamo capiti! Venite qua, che voglio farvi
vedere una cosa!
Appena ci stringiamo attorno al tavolo, tira fuori una cartella con
foto e disegni. – Vedete, questa era la quinta D, la mia classe di 6
anni fa. Questi sono dei lavori che abbiamo fatto insieme, e queste le
foto delle gite di classe – e ci presenta facce, occhi, sorrisi con
tanti colori e storie diverse, dietro. Riconosco il figlio dei cinesi
che hanno il negozio nel mio quartiere, la sorella della mia compagna
18, una faccia scura che mi ricorda tanto quella di Youssef…e poi nomi,
nomi, dietro ogni nome un sorriso, dietro ogni sorriso una storia….
Benedetta 2008, Alfonso 2007, Chan 2008, Andrea 2008…di fronte a questo
nome per me così familiare, mi soffermo a guardare il disegno.
È una tessitura geometrica, fatta di tante forme geometriche, che s’
incastrano e si ripetono. Andrea, nel 2008 si è divertito a colorare
tutti gli spazi con colori e sfumature diverse, sperimentando
accostamenti e contrasti…guardarlo, è ipnotico, più di stare davanti a
un videogioco…
Anche Gigi è incantato dal disegno di Andrea. Pensa che gli
piacerebbe, colorare anche lui un disegno così complicato, ma, siccome
sa che a volte se si spazientisce gli viene voglia di strappare e
gettare via tutto, gli piacerebbe farsi aiutare da due amici più
pazienti di lui, chissà, magari questi due qua…
Youssef guarda il disegno con un tuffo al cuore. Gli ha ricordato,
appena lo ha visto, i decori geometrici della moschea dove lui andava
tutte le settimane fino all’anno scorso, giù in Algeria.
Gli piacerebbe raccontarlo ad Andrea e Gigi, e magari anche a questa
nuova amica con i capelli bianchi. Sa di non avere tutte le parole
giuste per spiegarlo, ma oggi è sicuro che le troverà, dentro ed
attorno a sé.

Francesca Anili

Architetto, dal 2007 titolare della cattedra di Arte e Immagine
presso la scuola media di Sibari (CS), convinta, per esperienze
professionali e formazione, che la diversità genera ricchezza, che lo
scambio tra culture e mondi genera opportunità di crescita, grazie ad
un lavoro del corpo docente che a volte non è compreso e riconosciuto…
è facile vedere l’operato di chi costruisce i muri, meno facile
riconoscere il lavoro di chi, giorno dopo giorno, faticosamente li
sgretola…