Archivi tag: Coordinamento Precari Scuola di Napoli

14 – 22 Dicembre: dal dissenso al nonsenso – di Marcella Raiola

Il Dicembre di lotta e di frustrate speranze del Coordinamento Precari Scuola di Napoli, tra sgomento e rinnovata solidarietà.
di Marcella Raiola

“Questa è la più bella che abbiamo fatto”… Non ha avuto tentennamenti, la portavoce del Coordinamento dei precari della scuola di Napoli, da noi gratificata dell’appellativo di “capa” con scherzosa reverenza e stima autentica, nel giudicare in questo modo l’ultima manifestazione che abbiamo fatto, il 22 dicembre scorso, mentre al Senato burattini e burattinai, mercanti e mercantesse, vajasse e prostitute, squilibrate leghiste e squadristi in saldo, con la connivenza dei miglioristi qualunquisti e la benedizione di Santa Lobby Ecclesia davano il colpo di grazia alle istanze e alle garanzie egualitaristiche del mondo della formazione e della cultura. Accanto a lei, con un chiastico cartellone in mano, su cui scritto: “Nella conoscenza, la nostra riscossa; la vostra decadenza nella “zona rossa”, dopo aver distribuito girasoli e gerbere da contrapporre ed esibire polemicamente alle dispiegate forze di polizia, non ho parlato, non ho risposto, non ho chiosato, non ho smentito.
Ho gettato, invece, uno sguardo attorno; ho capito che la “capa” si riferiva al numero alto dei partecipanti, alla coesione che finalmente regnava tra diverse categorie, sia pure ancora sottorappresentate, alla determinazione dei piedi sicuri, delle gambe veloci, degli occhi intenti e fissi, accesi dalla memoria di recenti e vili repressioni.
A me non è parsa la più bella. Mi è parsa la più intensa, ma nella direzione di una ultimativa disperazione. Eravamo in tantissimi, è vero. Le camionette della polizia ci hanno sbarrato il passo verso la Piazza del Plebiscito e abbiamo ripiegato sul Beverello morbido e rosato, accogliente e vasto. Nessuno ci ha fermato. La tensione era altissima. Scoppiavano ogni tanto delle “bombe”, botti forti di fine anno, che ci risuonavano nello sterno, ci scuotevano ossa e tendini, mentre il loro fumo piacevolmente acre e incongruamente festoso veniva a solleticare le narici, a evocare una celebrazione. Ma era alla scuola che stavano facendo la festa, alle pari opportunità, all’Università pubblica.
No… non è stata la più bella tra le manifestazioni, perché il senso, il concetto del Bello include necessariamente il respiro della speranza, perché il Bello è legato a doppio filo al creativo, al dinamico, al prospettico, al propositivo. La manifestazione del 22 è stata concentratissima, tesa come una lama, più “cerebrale” delle altre, senz’altro, ma intrisa di terrore, spasmodica, priva di luce, priva di orizzonte. Abbiamo avuto di fronte il mare, a un certo punto, e gli abbiamo dato le spalle come a una pozza sporca. All’apparenza, non ci ha saputo né potuto distrarre dalla nostra nera previsione.
Ventimila studenti, precari, prof. di ruolo, operai, disoccupati, a un certo punto non hanno avuto la forza di scandire più un solo slogan. E non per impreparazione o mancata improvvisazione, ma per allucinazione, per contrazione muscolare, per stordimento, per eccesso di adrenalina o per quell’afasia che prende quando l’enormità del delitto uccide la parola.
Le “trovate” non mancavano. Non era un corteo sciatto, questo no. I liceali esponevano nuovi striscioni con celeberrime frasi tratte da un profetico discorso di Calamandrei, oppure cartelloni molto ben realizzati, recanti gli articoli della Costituzione più calzanti, più violati, più irrinunciabili, fotocopie ingrandite di frasi e parole scritte in corsivo, come a mano, con penna e calamaio, in uno stile “classico”, da studio con scrivania in ebano intagliato, a richiamare la pazienza dell’apprendimento graduale, l’antichità di una tradizione, di una “consegna” dei saperi da non dissipare, da ereditare in modo consapevole, da riconquistare e perpetuare con fierezza e cura amorevole.
Eravamo compresi nel nostro ruolo di “resistenti a tutti i costi” e ad oltranza, ma non c’era nulla di laico nel nostro raduno, nulla di deliberatamente o energicamente perseguito. Straniti, quasi evanidi come i dipinti pompeiani della casa di Loreio Tiburtino, sacerdote di Iside, trepidanti e trepidi, eravamo tutti lì in punta di piedi per un miracolo (nessuno aveva il coraggio di confessarlo al proprio vicino), per l’epifania di una guarigione prodigiosa e meritata dalla dolorosa infezione, dal mutilante cancro che nessuna medicina ci è bastata ad estirpare, ma che s’allarga, anzi, alle parti credute sane o immuni, inducendo noi malati alla follia, al suicidio, all’uso della violenza autolesionistica.
Eravamo lì come il pastore scende in un burrone nero e scosceso a riprendersi la pecora che intimamente sa sfracellata, perché dopo il 14 la piazza è diventata un buco nero che risucchia ogni forza, ogni verità, ogni richiesta, ogni materia; eravamo lì per un collettivo esorcismo, per una carestia di diritti, popolo che fa la danza della pioggia, che compie un rito di massa; eravamo lì, senza più nulla da dare né da perdere, per un atto di fede e non per un’ennesima, razionale, programmata, in-audita, disarmata protesta.
Il nostro esserci DOVEVA bastare, si doveva caricare di un sovrasenso, come quando si saluta qualcuno con lo stesso gesto di sempre, sapendo che però parte per una missione rischiosa o per un lungo viaggio, come quando si fa la solita carezza a un viso noto e caro, ma il viso è cereo e sta per essere calato sotto la terra; il nostro stare lì era ipersemantizzato, come lo è il semplice esserci della folla raccolta, il 19 settembre, nel Duomo, quando l’esser lì insieme deve bastare a squagliare il sangue di S. Gennaro perché chi lo vuole sta lì, in attesa, perché ha bisogno di crederci; eravamo lì come i chierichietti, come i bimbi alla prima comunione, innocenti, confidenti nel Bene, nell’automatica corrispondenza tra buone intenzioni e compenso celeste; il blocco delle auto, quasi tutte silenti e concordi, attonite anch’esse e stanche, l’alzata dei cartelli, lo strascino degli striscioni, bucati ad arte perché il vento non li sollevasse sui volti: tutto quel che di solito viene concepito come “contrassegno simbolico” di una protesta, come prodromo di dialogo o come invito a una revisione, a un recesso, a un pudìco e responsabile passo indietro, il 22 voleva tradurlo in atto, in legge, in realtà, in lieto fine, quel lieto fine che non era arrivato il 14 e a cui tutti pensavamo di avere diritto, dopo una così lunga tristezza.
In fondo, come nel pomeriggio dello stesso giorno 14 mi disse il genitore di un alunno venuto a colloquio, nulla sarebbe cambiato e nulla sarebbe stato sanato, ma sarebbe stato l’ingresso della squadra di pulizia nella stanza dell’orgia, l’inizio della resipiscenza, il cenno della ripresa dal coma collettivo, la forse finta ma utile presa d’atto del grado di ottusità e ignominia raggiunto, il primo passo, il primo sacchetto dell’argine all’esondato fiume di liquami…
Sentivamo d’essere stati scippati di un risultato costruito a fatica, con strenua fatica, e che davamo quasi per scontato, dato il logorio del sordido potere del lenone che appesta le istituzioni, dato il crollo di Pompei, dato lo scherno interessato ma benvenuto e il disgusto tardivo ma benedetto di tanta parte dei loro, finalmente… Sentivamo d’essere stati derubati di un finale atteso, tanto atteso e propiziato che i ragazzi equivocarono i termini e l’annuncio, quando, nella gelidissima piazza del Plebiscito spazzata da un vento che tagliava la faccia, era risuonata la voce pastosa e fasulla di Fini che dalla radio dichiarava “respinta” la mozione (di sfiducia). Fu un momento tragico. Il prof. di greco che debba spiegare cosa sia l’ironia tragica, in classe, potrà citare quel momento, se era lì, al posto della celebre battuta di Edipo, quando si proclama l’uomo più fortunato e benedetto dell’universo, prima della catastrofe prodotta dal disvelarsi della sua orrenda verità.
I ragazzi, infatti, attorno al furgone dotato di stereo e microfono, avendo compreso che era stato respinto lui, il lenone, il trafficante dei diritti, il barattiere, il consigliere fraudolento, il corrotto e corruttore, lo stupratore della Costituzione, mandarono a tutto volume “Ma il cielo è sempre più blu ” e iniziarono a saltare, impazziti di gioia, scoprendo le pance e le schiene, senza avvertire il gelo, mentre noi del Coordinamento, la “capa” con un doloroso e deluso rammarico sul volto, io in lacrime, altri imprecanti e altri ancora per nulla sorpresi, essendo più scaltriti sul piano della strategia politica, facevamo cenno di spegnere con titubante fiacchezza, come se volessimo tradurre in verità l’errore giovanile, perpetuare quella gioia, lasciarcene invadere, illudere ancora un secondo, mentre gridavamo tuttavia: “No, ragazzi… no! “, facendo segno con le mani aggranchite che s’erano sbagliati, che tre Gani, tre Giuda ci avevano tradito, per poco più di trenta denari, che ad essere “respinta” era stata la nostra ultima speranza…
Le femministe dell’Udi, che avevano predisposto l’urna contenente le schede in cui le donne avevano motivato la loro richiesta di dimissioni di Berlusconi, pronte a consegnarle in Prefettura con una pubblica cerimonia annunciata, mi si erano avvicinate. Una non si capacitava di come tra i “traditori” potessero esservi state delle donne, e smaniava; l’altra mi disse, con discrezione e pudore, confortandomi, di “aver creduto” che stessi piangendo. Le risposi che stavo effettivamente piangendo: che vergogna avrei dovuto averne? Avevo poi toccato la scatola con le schede, assicurando che c’erano anche la mia e quella di altre compagne. Non l’avrebbero più consegnata, però. Non ce n’erano più le condizioni. Si allontanarono nel freddo. Non credo di essermi mai sentita tanto sconfitta, persa e scorata come quando le ho viste andar via l’una sotto il braccio dell’altra, barcollando sulle pietre sferzate della piazza, con in mano quell’urna di democrazia trasformatasi in urna funebre, contenente le ceneri del nostro inutile sdegno…
Da questo trauma venivamo, il 22, dal gelo di quella piazza che il 22 ci è stata negata, facendoci dirigere verso il mare dimenticato, pure lui mercificato, ridotto a canale di passaggio, a banale via di contatto, di trasporto di membra e cose. Passandogli accanto in massa, in silenzio, lo abbiamo distrattamente re-idealizzato, rimitizzato, nuovamente liricizzato. E lui, scientemente, ci ha ringraziato ridandoci serenità, calore, dolcezza, certezza dell’eternità dell’ideale e della contingenza della sua negazione violenta. Non lo abbiamo percepito subito. Lo abbiamo sentito quando ci siamo allontanati dall’azzurro e l’abbiamo sentito frusciare dentro le nostre arterie, spumoso e ninnante.
Poi, poco prima di lasciare il corteo, ne abbiamo sentito anche la voce viva, per bocca di una ragazza minuta, vestita di nero e viola, con le scarpe basse (“da cenerentola”) e un cappellino di lana, ornato da due rose nere, fatte all’uncinetto, la quale, scuotendosi come da un sonno ipnotico, regalandosi e regalandoci la scordata e agognata normalità, ha detto, semplicemente e, come a me è parso, divinamente: “Uhé… io devo andare a fare i regalini di Natale “.