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Lettera aperta al Ministro della Pubblica Istruzione

 

Onorevole Ministro,

Gli insegnanti hanno considerato positivamente l‘attenzione che Ella ha prestato alla condotta degli studenti,  quel male della scuola d’oggi che  mina alla base ogni volontà di costruire un buon rapporto di istruzione-educazione.

Quegli stessi insegnanti non possono oggi nascondere la loro incredulità e il  loro stupore nel constatare come i provvedimenti legislativi emanati in questo delicato settore impediscano di fatto la valutazione della condotta.

La legislazione vigente prevede per la condotta una gamma di voti che di fatto va  dal 5 al 10. Teoricamente anche altre insufficienze sono possibili, ma va da sé che se  al 5 viene collegata la punizione massima per la condotta peggiore, non ha alcun senso ricorrere al 4 al 3 o a quant’altro.

Escluso il 5, esclusi i voti ad esso inferiori, per i motivi suddetti, resta a disposizione dei docenti la gamma di voti – sufficienti – dal 6 al 10. Gamma con la quale i docenti possono valutare gli allievi che usano un linguaggio volgare e pesante, quelli  che  disturbano senza tregua, quelli che  studiano (?!) altre discipline, quelli che mangiano in classe,  quelli che ritoccano la pettinatura, quelli che escono senza permesso, quelli che pasticciano il registro di classe o ne strappano le pagine e così via…

A  tutti questi può essere dato solo un voto di condotta sufficiente nelle sue varie gradazioni.

E così i lavativi e gli svogliati vedranno lievitare la loro media, sia pure in presenza di una  cattiva condotta…

Onorevole Ministro, gli insegnanti Le chiedono di voler  considerare che il lato buio della scuola non ha  solo il volto della  ‘violenza’ o del ‘bullismo’; queste non sono che le punte estreme di un fenomeno di ben più ampia portata.

E  di questo fenomeno solo gli insegnanti hanno la concreta percezione.

Ad essi dunque va affidata la valutazione della condotta, senza paletti legislativi, nell’ambito di quella autonomia professionale che risulta essere condizione ineludibile per l’espletamento di un ruolo sempre più difficile e gravoso. 

 Serafina Gnech