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A Bersani, di Marcella Raiola

onorevole Bersani,

con tono trionfalistico hai inviato ai tuoi potenziali elettori, e quindi anche a me, un messaggio nel quale ti vanti d’aver presentato una mozione di sfiducia al governo che opprime il paese e lo lacera da anni.
Non è vero. Non sei stato tu a presentare la mozione di sfiducia, perché il tuo padrone, “Baffone” D’Alema, rispetto al quale tu ti trovi, se non erro, nella stessa posizione in cui si trova un Bondi nei confronti di Berlusconi, si sarebbe arrabbiato, ma il più defilato Franceschini, assieme ad un esasperato Di Pietro.

Tale mozione non è stata ancora calendarizzata e sarà comunque discussa con tutta calma, DOPO l’approvazione di un’altra manovra che prevede tagli mutilanti, aumenti ingiustificati per prestazioni e servizi basilari e violazioni inaccettabili dei diritti delle solite categorie-bersaglio: studenti, malati, handicappati, dipendenti pubblici, insegnanti.

A proposito di questi ultimi, la nuova manovra prevede l’erogazione di 245 milioni di euro alle scuole private: se una simile iniquità, a fronte dello sfascio totale e pianificato della scuola pubblica, ti appare dovuta e necessaria; se la valuti addirittura “stabilizzante” per la nostra economia e se perciò osi dichiarare che consideri l’avallarla un “atto di responsabilità”, io non comprendo come, con quale decenza e credibilità, cioè, tu possa vantarti con me, docente precaria della scuola pubblica da nove anni senza prospettive di immissione in ruolo, cioè di decollo della mia esistenza devoluta allo studio e alla difesa della cultura, di aver presentato, peraltro con un ritardo abnorme e osceno, vista la condotta, le dichiarazioni e le infamie dell’attuale premier, una mozione che il semplice buonsenso e appena un po’ di sdegno avrebbero dovuto indurti a presentare anni fa e cento volte, se non altro per lanciare ai tuoi elettori un segnale chiaro di ripulsa e rigetto dello schifo imperante a tutti i livelli e in tutti i settori della vita economica e civile del paese.

Ovviamente, tu e i tuoi avete calcolato tutto: voterete la Finanziaria perché lo scontento popolare ricada sul “mostro” uscente, la cui mitografia negativa alimenterete interessatamente per anni (non prendetevela con noi, poveri “sinistri annacquati”… Abbiamo ereditato un tremendo sfacelo! Non la vorrete mica da noi e subito, la palingenesi!).
Intanto gestirete il potere con arroganza, incompetenza e violenza di molto superiori a quelle manifestate e ostentate dal Grande Fetente, nascondendo dietro la nota ipocrisia del “politically correct” le vostre puttanate.

Il solo fatto che, di fronte all’estremo degrado materiale e morale del paese, a quello che Tacito definiva “quid ultimum in servitute esset” e che stiamo sperimentando, ora per ora, sul nostro corpo civico illividito e violato, un leader dell’opposizione faccia ancora CALCOLI strategici e dichiarazioni attendistiche, quando non addirittura volte a spezzare lance a favore del governo, senza avvertire L’URGENZA, L’OBBLIGO, IL DOVERE, L’IMPERATIVO MORALE di far cadere SUBITO un esecutivo delegittimato, criminale, fascista, incurante dei valori costituzionali perché di essi ignaro, basta a farmi capire quanto ignominioso e intimamente corrotto sia il partito che ridicolmente, trattandoci da idioti non meno che Berlusconi i suoi rozzi elettori, dopo tanti silenzi complici, tanti assensi imperdonabili e tante, tante malefatte irreparabili, specie ai danni della Scuola Pubblica, pretende di accreditarsi come “il nuovo che avanza” e come la più valida e plausibile alternativa all’accolita di servi e concubine che ha insozzato e vilipeso finora le Istituzioni, ledendone il prestigio in modo forse irreversibile.

Se tu potessi capire quel che dico, se non fossi culturalmente e intellettivamente tanto limitato, ti suggerirei di leggere il IX canto dell’Iliade di Omero, in cui ritroveresti un’esatta predizione circa il destino tuo e del tuo partito. In quel canto, infatti, viene inviata ad Achille, adirato e perciò non intenzionato a combattere per i suoi, un’ambasceria formata da tre capi achei, che avrebbero dovuto persuaderlo a tornare in campo, per la salvezza dell’esercito, decimato dai nemici.
Uno degli ambasciatori, l’anziano Fenice, spiega ad Achille che, come Meleagro, altro eroe più antico e noto, che si rifiutava di uscire a difendere il suo popolo dai Cureti che incombevano, ma che alla fine dovette farlo ugualmente per se stesso, perché i nemici giunsero fino alle porte della sua reggia, così anche lui sarebbe stato costretto ugualmente a combattere, perché Ettore sarebbe giunto fino alla sua tenda, ma non avrebbe avuto, proprio come era avvenuto per Meleagro, il plauso e la riconoscenza di nessuno, visto che aveva lasciato che prima il nemico facesse strage e portasse ovunque devastazione.
L’odio del popolo, anzi, sarebbe stato accresciuto, contro di lui, dalla considerazione che il male subìto avrebbe potuto essergli risparmiato grazie ad un intervento giunto, invece, solo quando il nemico aveva minacciato da presso e direttamente lui, ignavo e insensibile al grido di coloro che avrebbe dovuto proteggere.

Ecco: io mi sento parte di quel popolo offeso, decimato e umiliato che invano ha chiesto il tuo intervento e che per rabbia, per orgoglio, per disprezzo, non lo vuole, ora, ora che per i tuoi interessi e per la tua personale salvezza, ora che, essendo i Cureti alle porte tue, mentre a noi hanno già bruciato la casa, hai deciso di porgerglielo (e ancora cautamente!) pretendendo con impudenza di essere acclamato eroe.

Sappi che non con la mia voce, non con il mio supporto, non con il mio voto, non con il mio indulgente oblio di quanto da te non detto e non fatto tu arriverai, come non auspico, per il bene di questo paese, a governare.
Tu stai chiedendo che il tuo cinismo e la tua collusione indiretta o manifesta con un governo che ha prodotto indicibili danni e scandali venga considerato peccato veniale, proprio come Berlusconi va facendo per le sue relazioni affaristiche e sessuali, oltraggiose per gli onesti e per le donne, appellandosi a un qualunquismo e a una tendenza ad assolvere per autoaassolversi che non voglio né posso credere siano caratteristiche “tipiche”, generalizzabili e, in ogni caso, inestirpabili dei pur non esemplari cittadini italiani.

Tu non sei l’alternativa; se lo fossi, noi avremmo già un’alternativa. Un’alternativa al buio fitto in cui siamo precipitati e in cui anche tu ci hai spinto e lasciato annaspare fino ad oggi.

Non sei in grado e non sei degno di prendere in mano le sorti del paese, perché hai aspettato che fosse in macerie, perché non ti ha stretto il cuore vederlo crollare e incancrenirsi pezzo per pezzo, diritto per diritto, entusiasmo per entusiasmo, paesaggio per paesaggio.
Non sei degno di governare perché hai proposto contentini e detto menzogne a chi ti chiedeva soluzioni e ti metteva sotto gli occhi la verità dell’ingiustizia e del sopruso.
Non sei in condizione di sfiduciare nessuno né di chiedere fiducia a nessuno. Al massimo puoi chiedere perdòno. A me, neanche quello.

In fede.

Marcella Raiola

Hanno tutti ragione (ma non possono farci nulla) – di Marcella Raiola

Il resoconto (dalla penna di Marcella Raiola) di un’altra giornata di azzardo, tra sgomento e rabbia, paura e determinazione. I precari hanno “testato” le opposizioni. Ecco il quadro della loro disponibilità e dei loro programmi per il presente e il futuro della scuola.

Hanno tutti ragione (ma non possono farci nulla)

Ci sono politicanti che credono di aver insultato i precari in lotta smascherandoli e svelandone l’ìidentità di “militanti politici”. Nella loro stoltezza, questi mestatori che agitano la politica come uno spauracchio, manco fossimo nella Brescello di Peppone e Don Camillo, non comprendono di averci fatto il più grande dei complimenti, attribuendoci il merito di aver riportato in piazza la Politica nobile, stanando i suoi letargici e presunti professionisti dalle loro dorate tane, e forzandoli ad esprimersi sul tracollo della scuola, nonché a difendersi dalle accuse di tacito avallo o di connivenza con le forze che lo hanno scientemente preparato e determinato.

La piccola tenda di Giacomo e Caterina, piantata a Montecitorio come un vessillo, attorno a cui ogni giorno ruotano i precari, con le loro apprensioni, i loro azzardi, i loro cedimenti e le loro speranze, è stata capace di diventare il fulcro di una renovatio civile auspicata e indifferibile, i cui princìpi e i cui passi sono stati messi per iscritto e sottoposti, oggi, 31 agosto, alla cortese attenzione di tutti i possibili, plausibili e verosimili interlocutori-rappresentanti politici.
Anche stamane ci hanno attanagliato le solite domande, i soliti dubbi: faremo un favore a forze politiche comatose che hanno bisogno di shock emozionali ed eroi disperati per riacquistare il proprio credito e riguadagnarsi un elettorato disgustato ed esasperato dal loro attendismo colpevole, oppure faranno loro un favore a noi, perorando la nostra causa per risarcirci delle passate negligenze e svendite della nostra pelle a basso costo? Il nostro appello sarà l’inizio della riscossa dell’opposizione, o “solo” della nostra? Se riusciremo a estorcere un qualche risultato, poi, la centralità strategica della scuola risalterà come un sole sul nuovo orizzonte politico, o verrà subito negata, allo scopo di farci sbaraccare, avendo avuto il nostro bel contentino, per non imbarazzare oltre e per non offendere le altre categorie “a rischio”, ugualmente confidanti nell’intervento delle stesse forze da noi sollecitate?
I pensieri sembrano tanti, se esposti e riportati partitamente, uno per uno, ma s’affollano nella testa simultaneamente accavallandosi, e in un attimo sono tutti lì, armati, a presidiare le nostre masse grigie, a pungolare come uno sciame di vespe, a spremere tutti insieme l’ultima adrenalina alle nostre stressate ghiandole.
A mandarli a gambe all’aria, ci pensa l’autoambulanza del 118, che porta via Giacomo, disidratato e collassante. Gli occhi si riempiono di lacrime di stizza stanca e di preoccupazione fraterna. Col solidale e calcolato cinismo che connota tanto noi quanto il digiunante, speriamo che il collasso produca effetti catalizzatori e “sbloccanti” in senso a noi positivo e gradito.
La pergamena delle “buone intenzioni” (ritiro dei tagli; assunzione a tempo indeterminato dei precari su tutti i posti disponibili; abiura del mortificante “salvaprecari”; finanziamenti alla scuola pubblica) viene letta e sottoscritta, nel corso della giornata, da vari esponenti di partito. Non costa nulla, del resto…
Quando arriviamo noi da Napoli, in piazza c’è un galantuomo, il dottor Ignazio Marino, che gira l’Italia per capirne e conoscerne il degrado senza confini, preludio necessario alla programmazione di ogni intervento, e c’è, a quel che pare di capire, la responsabile del comparto scuola per il Pd, Francesca Puglisi.
Marino è compunto e compreso nel suo ruolo di uditore onesto e vibrante di sdegno autentico, ma per ora impotente, mentre la Puglisi lamenta, lapalissianamente, difficoltà il cui superamento dovrebbe appunto costituire il cimento del suo partito: la mancanza di canali di amplificazione delle iniziative di sinistra (ma spetta forse al precario trovarli e, magari, finanziarli??), data la “colonizzazione” dell’etere; l’inferiorità numerica in Parlamento (ma non è la condizione “fisiologica” di OGNI opposizione??); la piazza “sguarnita” e poco presente (ma milioni di persone sono scese in piazza, in tre anni di lotta per la scuola e per i diritti negati!! La gente non può stazionare in piazza vita natural durante!).
Ammette le non lievi colpe pregresse del partito cui appartiene e poi, sulla scia di quanto già detto da Bersani a Repubblica Tv nel Videoforum del giorno prima, prospetta utopistiche e oniriche piattaforme da scrivere tutti insieme appassionatamente per gli anni che verranno DOPO l’evento storico della caduta autogena del Caimano.
Abbiamo conferma che questa forza politica non ha intenzione di andare ad elezioni anticipate. Lo stesso Bersani ne ha chiarito i motivi: il berlusconismo deve implodere, deve autodistruggersi, perché solo così finirà come fenomeno anche culturale ed “esaurirà”, secondo il Pd, la sua forza d’attrazione e seduzione. A qualche precario sembra l’alibi di una vigliaccheria senza limiti. Qualche altro ci crede. Qualche altro ancora s’indigna di brutto e dice, a voce alta, che non è il caso di fare troppo i “puristi” e gli strateghi in un momento in cui la decenza istituzionale viene meno e l’Italia si offre come una meretrice ad ogni più squallido connubio, perfino a quello, immondo e contaminante, col leader libico Gheddafi (molto appropriatamente paragonato a Franco Franchi dal nostro amico Giuseppe, la cui vena humor è inesauribile e che ha la facoltà di strapparci una risata anche nelle attuali circostanze)…
Incassiamo l’alzata di mani del Pd e il suo pagherò entusiastico commovente, ma per nulla consolante e, soprattutto, per nulla dirimente.
Nel pomeriggio arriva Di Pietro. Siede sotto il padiglione, davanti al tavolino portato apposta lì, incurante delle telecamere. Si mette nella posa tipica del confessore, come fosse avvezzo a sentire le sconce conseguenze degli atti del governo che ci ritroviamo, e a prenderne su di sé la croce…
Ascolta Caterina, Giacomo (rientrato da poco dall’ospedale e sempre più ossuto, dagli occhi sempre più fissi e ipnotici); ascolta Pietro di Grusa, venuto a dare manforte ai compagni di lotta ed ancora provato dallo sciopero da lui intrapreso poche settimane fa. Pietro la butta sul patriottico e sul “pane quotidiano”; Caterina espone il “programma” da firmare; Giacomo riporta l’attenzione sull’ideale da perseguire: il recupero, attraverso la dignità del lavoro, della dignità del paese tutto. Parla anche Francesco, parla Carlo e parlano e chiosano e commentano anche gli altri…
Di Pietro accoglie, come chi ha fatto e fa la sua parte e non si sente in colpa; ingoia amaro; poi, con la sua ormai celebre Realpolitik tradotta in franca spigliatezza, dice agli scioperanti che al governo (assente fino all’8 settembre) non frega né fregherà nulla del loro sacrificio, che il protocollo d’intenti proposto dai precari lui lo ha già firmato “col sangue”, perché i suoi punti sono contemplati dalla piattaforma programmatica del suo partito e che non ha intenzione di allearsi con forze che hanno votato per lo scudo fiscale o per salvare le chiappe a mafiosi e piduisti di varia estrazione e funzione, lasciandolo solo a denunciare la natura incostituzionale e liberticida della “cricca” al governo.
Il cuore si spezza in petto. Niente alleanze tra forze d’opposizione. Niente patti a termine. Niente convergenze, manco parallele (mortacci!); niente sinergie, che tanto ci farebbero piacere quanto ci è antipatico il termine… Portiamo a casa la promessa di un’interpellanza urgente al Parlamento, che l’IDV presenterà l’8 settembre. Il resto, dovremo farlo noi. Da soli. Dalla piazza. Dalla tenda. Dall’anima spompata ed esausta.
Era da chiarire, però, ‘sta cosa. E’ stato un pugno utile e salutare. Ora sappiamo e sentiamo VERAMENTE, anche, quanto sia FRAGILE la democrazia, non solo perché non ha codici “rivelati” su cui fondare e giurare una volta per sempre la propria legittimità e universalità, non solo perché la sua “precettistica” si costruisce giorno per giorno, valore per valore, ma anche – soprattutto, anzi – perché la rinegoziazione costante di questi valori è complessa e lunga, articolata e intricata, per cui, nelle more degli accordi, chi non partecipa al tavolo della discussione e non ne capisce le sottigliezze e i preziosi o cavillosi “distinguo”, trova soluzioni autocratiche e le impone brutalmente a chi stava discutendo e sceverando gli apporti singoli, le singole implicazioni, a beneficio di tutti.
E’ come se Giulio II, invece di aspettare pazientemente la fine dei lavori, ovvero stufo di passare sotto le impalcature, avesse chiamato un imbianchino a stuccare la Sistina mentre Michelangelo la affrescava. La Sistina dell’istruzione pubblica è stata bruscamente interrotta. I precari vorrebbero che qualcuno spicconasse l’intonaco sovrapposto e ridesse loro i pennelli, ma tutti i “qualcuno”, invece, dicono che non ce la fanno o non vogliono, che hanno biosgno dei precari come operai, per rimettere su l’impalcatura…
Così i precari restano disoccupati come operai e frustrati come artisti, a guardare tristemente la volta che si incrosta di muffa.

Marcella Raiola