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La scuola in bianco e nero, di Anna Arena

Quando il calendario della vita scorre velocemente giorno per giorno, le notizie che ti giungono dai Media, ti provocano dentro un flashback che ti riporta indietro nel tempo. Ricordi in bianco e nero che si fanno sempre più vivi quando tenti di collocare e di paragonare la vita di un tempo con quella odierna. Scioperi, tafferugli, proteste nel mondo dei banchi e delle lavagne è quello che in questi giorni giunge a noi attraverso le notizie dei quotidiani. Annoiato e deluso nel sentire di come lo scempiaggio umano abbia declassato la scuola fino a boicottarla e a renderla troppo futuristica, tento di interpretare le nuove regole vedendole da ogni angolo, ma gli angoli che vedo sono, solo, quelli ottusi. Allora ripenso al mio maestro nel suo impeccabile abito grigio, con tanto di cravatta e di cappello. Ripenso a quanto fosse difficile svolgere, contemporanemente, il lavoro nei campi e frequentare la scuola. L’idea che l’indomani potevo sedermi su quei ruvidi banchi ad ascoltare la voce possente del maestro che spiegava nuove lezioni, mi faceva fremere. La mia scuola non era uno zaino firmato, o quaderni e diari alla moda, era complicità con i compagni, voglia di crescere e di imparare. Si ascoltava attoniti e ammutoliti, la lezione e coi nostri occhi immaginavamo le storie come riflesse nel telone bianco di un cinema. Si studiava per andare avanti, e non c’erano computer o calcolatori che ci aiutavano. Su quei banchi c’era tutto il nostro impegno e farina del nostro sacco. Le cose venivano memorizzate e la voglia della conoscenza riusciva a penetrarti dentro fino a farti suo. I grembiuli, tutti rigorasemante neri ci facevano sembrare creature fragili e spaurite, ma in realtà eravamo mille diavoli che si acquietavano alla vista del maestro che entrava in classe. Allora si restava in silenzio nel timore del rimprovero e del castigo, e in quei momenti l’unica cosa che si sentiva era il battito dei nostri cuori. “Mulino vecchio non macina più”, questo è quello che mi ripeto quando vedo i miei nipotini andare a scuola. Per loro tutto è facile e scontato. Possiedono millle matite colorate, hanno tanti libri da seguire e non un abbeccedario consumato dagli anni e tramandato da un fratello all’altro. Hanno zaini con le ruote, tante maestre che li seguono e soprattutto non hanno la stessa voglia di andare a scuola che avevo io. Non assaporano le piccole cose e non si pongono domande ed interrogativi, perché basta un click del mouse e le loro risposte sono lì.Quante perplessità, invece, si avevano man mano che il maestro spiegava. Riflessi incondizionati di un cervello desideroso di apprendere, desideroso di spaziare nelle immensità della conoscenza. La scuola per me era fonte di vita, una fonte a cui si attingeva quando si aveva sete di sapere, e ci si dissetava sentendo il senso di sazietà che ti faceva sentire beato. La scuola lavorava un pezzo di creta che modellata diveniva una bellissima statua.

MI CHIAMO ARENA ANNA, VIVO IN UN PAESINO ALLE FALDE DELL’ETNA: MISTERBIANCO.

FACCIO LA RAGIONIERA. E DI TANTO IN TANTO SCRIVO, PERCHE’ E’ LA MIA PASSIONE E HO VINTO QUALCHE CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE.