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Ritornerai, racconto di Alessandra Pernolino

“Cari “pargoli”,

perché sapete che è così che mi piace chiamarvi, abbiamo trascorso un anno intenso, tempestoso, ma magnifico e ricco di sorprese che ora volge al termine. Dobbiamo salutarci, ebbene sì, lo scrivo con una vena di malinconia che, data la vostra giovane età, non comprenderete mai fino infondo.

Vi lascio con una tenerezza immensa nel cuore e, con la speranza profonda, che chi prenderà il mio posto saprà comprendervi ed amarvi così come ho fatto io, con tutti i vostri difetti, le vostre curiosità, i vostri silenzi lunghi ed apparentemente immotivati che, all’inizio dell’anno, mi facevano così tanto “scaldare”.

Vi lascio portando nel cuore i vostri sorrisi, le vostre piccole soddisfazioni, le mie grandi vittorie. Nessuno ci porterà via i ricordi di quest’anno scolastico. Incontrerò tanti altri visi, ascolterò altrettante parole balbettate piano, calpesterò il pavimento di tante altre scuole, ma non potrò mai dimenticare le lacrime di Paolo, durante il compito in classe, i borbotti di Giorgio, quando dovevo interrogare, gli occhi languidi di Martina che si innamorava per la prima volta, le corse nel corridoio per venirvi a “recuperare” al suono della campanella, i vostri panini giganti e la pizza della ricreazione, la recita di Natale ed il vostro trucco da folletti del Polo Nord, la paura per il risultato delle verifiche, i sorrisi immensi davanti ad ogni piccolo progresso, il vostro chiedermi di restare fino a fine anno, le vostre preghiere, come se tutto questo dipendesse dalla mia volontà, le scritte sulla lavagna che mi salutavano, prima di andar via.

Non vi dimenticherò mai. Non vi lascio con richieste o consigli, ma solo con un pensiero: continuate ad essere veri e belli come siete oggi, non smettete mai di credere e di sognare, attendete sempre il meglio da voi stessi e dagli altri, sentitevi tristi, ogni tanto, e sfogate la rabbia nei vostri magici pianti liberatori. Crescete liberi e spontanei e non cercate di essere mai ciò che non siete già, perché la vostra forza risiede proprio nell’essere unici.

Vi abbraccio tutti, ma uno ad uno. ”.

Quando li guardai, i loro occhi erano lucidi. Stranamente, durante la mia lettura, nessuno aveva osato distrarsi, nessuno aveva proferito parola, nessuno aveva smesso, neanche per un istante, di fissare il foglio che avevo tra le mani. In realtà, li aveva stupiti anche il fatto che io, la loro prof, quella che metteva i voti, quella che era molto ben disposta alle critiche, avesse deciso di mettere nero su bianco una frase, delle parole, solo per loro.

Avevo esordito spiegando loro che volevo che sapessero ciò che mi passasse per la testa e che, siccome non ero brava a spiegare i miei sentimenti quanto i versi di Omero, avevo preferito scriverli, perché mi veniva più semplice. Ora, però, sembrava che ci fossimo detti tutto. Sembrava che l’unica cosa che potessi fare fosse alzarmi ed uscire da quell’aula. Mi sentivo svuotata.

Nel silenzio tombale, Giorgio, il più duro, all’apparenza, osò aprir bocca. Ero già pronta a sentire una delle sue frasi ad effetto, di quelle che fanno un rumore di risate e di battute, invece, restai meravigliata nel sentirgli pronunciare solo una parola: “ritornerai”. C’era un mondo dietro quelle lettere. C’era il mio mondo ed il loro che, per una strana alchimia, s’erano trasformati in un legame profondo. C’era la speranza di vedermi, a settembre, con la mia borsa di Mary Poppins ed i miei occhialetti neri per sembrare severa, varcare la porta della loro classe e fare l’appello, il solito appello, chiamandoli per nome, perché i cognomi mi hanno sempre dato l’idea di voler tenere a distanza qualcuno. C’era tutto quello che non era stato in grado di dirmi in un anno. C’era il suo grazie che risuonava in tutto il suo roboante splendore.

Mi commossi. Restai, per la prima volta nella mia vita, muta davanti ad una dichiarazione d’affetto. Erano i miei alunni a farmela. Tutti, anche quelli che erano rimasti in silenzio. Anche quelli che, adesso, si erano sciolti in lacrime. Mai, come in quel momento, sentii il peso di essere precaria. Mai, come allora, avrei voluto fare il Don Chisciotte e proclamare a gran voce che non m’importava di decreti e graduatorie, che non m’interessavano i punti, che mi sarei messa contro anche il Ministero, se fosse stato necessario, ma che sarei rimasta lì. Con loro. Invece, sputai fuori solo un impacciato “grazie”.

A ventotto anni, avevo smesso di sognare. Ero consapevole, perfettamente, che quelli sarebbero stati solo degli alunni, tra i tanti che non avrei mai condotto all’esame di stato. Tra i tanti che avrei visto solo passarmi davanti, ciascuno col proprio bagaglio di insicurezze, di sogni, di paure, di progetti. Solo degli alunni. Quel giorno andai a casa e, durante il viaggio di mezz’ora, ebbi il tempo di riflettere su quanto tutto questo fosse immensamente ingiusto.

La scuola secondaria di primo grado è il momento più importante della vita di un uomo. E’ un ciclo triennale che prepara alla maturazione dell’individuo. Gli insegnanti non sono chiamati solo ad essere dei trasmettitori di cultura, ma devono essere formatori di menti, di coscienze, di cuori. Gli adolescenti, più degli altri, hanno diritto ad avere punti fermi, figure di riferimento che li prendano per mano e li accompagnino lungo tutto il loro percorso di crescita.

Ero stata ingannata. Nei due anni di SSIS, mi ero sentita dire che la continuità scolastica fosse l’arma vincente per garantire un corretto sviluppo psico-pedagogico degli alunni. Tutto fumo. All’atto pratico, le tre classi nelle quali avevo insegnato, in tre anni di carriera, non avevano avuto lo stesso docente per più di un anno. Dov’era la continuità? Si parlava allora solo di contenuti? Non di uomini e donne, di cittadini, di individui, di persone, solo di contenuti.

La rabbia era forte. Mi sembrava di bruciare dentro. Avevo scelto il mio mestiere per un’ardente passione non solo nei confronti delle discipline letterarie, ma per come queste potessero rappresentare una salvezza per i ragazzi, troppo spesso inevitabilmente tentati dal successo e dai soldi, dal gioco e dal divertimento sfrenato, modelli che avevano preso piede in maniera eclatante.

Arrivai a casa e controllai il telefono. C’erano diciassette messaggi. C’erano diciassette “grazie” scritti. Compresi allora che, nonostante tutto, nonostante la tristezza del momento, nonostante la delusione, nonostante le lacrime, ero riuscita ad essere ciò che desideravo diventare, ero stata, per quei ragazzi, per i miei ragazzi, un punto di riferimento, un adulto di cui fidarsi, un veicolo di trasmissione di informazioni che regalano quel qualcosa in più necessario per essere migliori: quell’humanitas propria dei poeti e degli artisti in genere, quella cultura che non si trova solo nei libri di scuola o sui piedistalli dei cattedratici, quel respiro vitale che è proprio delle menti libere.

BREVE SCHEDA BIOGRAFICA: Laureata in Lettere e Filosofia presso l’Università “La Sapienza di Roma” con tesi in Pedagogia Generale, ho frequentato la Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario (SSIS), presso l’Università degli Studi del Molise, conseguendo due abilitazioni (Classi A043/50 e A051). Docente di materie letterarie presso gli Istituti Secondari di Primo Grado, sono al mio terzo anno di insegnamento.