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Lettera ai miei alunni di Alberto Arecchi

Sono partito per l’ Africa, tanti anni fa, come operatore di pace. Provenivo da una società tecnologicamente avanzata, più o meno come i conquistadores di qualche secolo fa, che arrivavano con cavalli e cannoni, o come i marziani dei film di fantascienza. Non m’illudevo di portare “la civiltà”, ma pensavo che la mia opera potesse contribuire a risolvere i problemi della fame e della sete nel mondo. In realtà ero io che avevo bisogno di vivere un “altro” mondo, fatto d’avventura, di messa in gioco quotidiana di se stessi, di totale libertà… ma era gioco fingere che fossero gli altri ad aver bisogno di me.

Giocavo istintivamente la libertà di sentirmi parte d’un mondo più avanzato, più efficiente, forse migliore e meno corrotto… ma quando tornavo “a casa” mi accorgevo con tristezza che la mia realtà non era migliore delle altre. Sentivo il bisogno impellente di ritornare a “quell’altro” mondo, perché lì era la mia vita, lì mi sentivo utile. Mi sentivo più a casa mia quando ritornavo laggiù. Scendevo dall’aereo nella notte calda, sotto i grandi ventilatori che ruotavano; il controllo del passaporto e via, verso una casa in riva all’oceano, in mezzo al deserto, sulla sponda d’un fiume popolato dagli ippopotami o nel patio d’una casa moresca, in un’oasi inondata dal profumo di zagara.

Vivere laggiù è stato come essere una di quelle onde, che lambiscono i lidi degli oceani. La Boscaglia, la Savana, il Deserto sono come mari, le piste li attraversano come rotte e i porti, dove chi ritorna è immediatamente riconosciuto per i suoi ricordi: “lei ha conosciuto l’Hôtel Transat?”… Non c’è più, ma tu sei come uno della famiglia, perché ci sei stato.

Quando sono ritornato, mi sono accorto che la nostra società, che sembrava grande, internazionalista, aperta al mondo con solidarietà, era in realtà come un piccolo villaggio. La mia lingua era diventata diversa, sorridevo e fissavo la gente negli occhi, non la soppesavo dal valore degli abiti o dallo splendore della punta delle scarpe. Sapevo districarmi in circostanze difficili e dialogare con uomini del popolo, come con i ministri. Inspiegabilmente, però, qui sembrava che non fossi mai esistito, neppure per i vecchi amici, come un moderno Ulisse che fosse stato assente per secoli dalla propria città.

È stato così che, all’età di quasi quarant’anni, mi sono ritrovato solo, senza ragioni apparenti, in quella che un tempo era stata la “mia” realtà, dopo aver vissuto in mondi diversi, che mi accettavano per quello che ero realmente.

Difficile intraprendere un’attività professionale, troppo spesso ridotta a semplice esercizio mercantile con clienti ottusi. Difficile non sognare il ritorno agli spazi d’infinita libertà, alle spiagge lungo l’oceano o alle distese di dune del deserto.

Forse questo vi aiuterà a capire perché il vostro insegnante, pur alla fine della sua “carriera”, insegna come precario nella scuola pubblica e si lascia spostare ogni anno, come un birillo, da una scuola all’altra.

Alberto Arecchi

Architetto, 61 anni, insegnante precario di Disegno con incarichi annuali nella scuola pubblica, dopo una “carriera” di quasti vent’anni in Africa, come esperto di Cooperazione allo Sviluppo.