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Un arcobaleno di nome Africa, racconto di Antonio Scarpone

“La fantasia dei ragazzi va sempre stimolata”, questo era il suo credo di professore.

Intorno ad una problematica doveva far ruotare tutta una serie di informazioni che solo così si imprimevano nelle menti dei suoi studenti. I ragazzi andavano stimolati. E lui, ogni volta, trovava il modo più adatto.

Era ancora l’inizio dell’anno scolastico, il primo anno in cui, finalmente, dopo 10 anni di peripezie per varie scuole del Nord Italia, aveva ottenuto una supplenza annuale anche per una terza media!

Il professor Paolo Mandia non aveva mai amato attenersi scrupolosamente agli ordinamenti ministeriali, nemmeno da studente, figurarsi ora che era lui il professore!

E, difatti, cominciò il programma di Geografia dall’Africa, un suo vecchio pallino scolastico, ma anche di vita.

Non diede spiegazioni. Solo qualche accenno. Poi propose quello che definì scherzosamente un gioco. Quindi chiese sornione: “Ragazzi, cominciamo il programma di geografia dall’Africa e lo cominciamo un po’ come un gioco: chi vuol partecipare a questo gioco?”.

I ragazzi, attoniti, non erano preparati a questo metodo scolastico, e inizialmente esitarono, si sentirono dei brusii, ma poi prima uno, poi un altro, alla fine tutti avevano alzato la mano, allorché il professore urlò: “Bravi! Non c’è nulla di cui dovete preoccuparvi!”.

– Diamo un colore all’Africa – continuò, – tu al primo banco: secondo te, di che colore possiamo dire che è l’Africa?

– Nera, l’Africa è nera, perché gli abitanti sono neri – rispose prontamente Giovanni.

– Bravo Giovanni; poi, chi vuol aggiungere un altro colore? Quale altro colore possiamo dare all’Africa?

– Gialla, – aggiunse Filomena – giallo come il deserto del Sahara!

– Brava Filomena; chi vuol continuare?

– L’Africa è anche azzurra, perché è bagnata da tanti mari e da due oceani – notò Antonio, sbirciando verso la cartina del planisfero appesa alla parete.

E così la lezione del primo giorno si protrasse senza che nessuno dei ragazzi si distraesse: tutti parteciparono attivamente e in maniera molto interessata. A un certo punto esclamò Francesco: “Professore, in Africa ci sono anche le foreste, soprattutto c’è la foresta dove sono ambientate le storie di Tarzan, quindi l’Africa è anche verde!”.

– Certo, è anche verde; ed è proprio al verde che volevo condurvi – riprese il professore. – Chi sa dirmi di cosa il verde è il colore?

– Della speranza – rispose prontamente Teresa, – il verde è il colore della speranza!

– Giustissimo, – disse il professore, aggiungendo subito che – l’Africa è verde come la speranza; sapete che, in base ai ritrovamenti degli archeologi, le prime civiltà si svilupparono in Africa, molti secoli prima degli Egiziani, e qui vigeva una sorta di governo democratico, ovvero di uguaglianza? E che una delle più importanti università del Mondo nell’età moderna era a Timbuctù?

Tutti guardarono attoniti il professore, perché per loro l’Africa aveva sempre significato fame, arretratezza, miseria.

– E sapete, naturalmente, – aggiunse subito il professore – che in Africa hanno lavorato tanti Europei, sfruttando le risorse di quei Paesi e gli stessi abitanti?

– Mio nonno ha lavorato in Africa! – prontamente attaccò Italia, – lavorava in Libia, a Tripoli, mi pare.

Il nonno di Italia, infatti, le aveva sempre narrato dei suoi anni trascorsi in Africa, in Libia, soprattutto, ma anche ad Addis Abeba: aveva lavorato in quelle che erano state colonie italiane.

– Professore – aggiunse a sorpresa Armando – abbiamo nominato quasi tutti i colori dell’arcobaleno!

– Benissimo, ottima annotazione: e chi sa dirmi, secondo la tradizione popolare, cosa c’è, che cosa si nasconde, alla fine dell’arcobaleno?

– Un tesoro… – intervenne questa volta Vincenzo.

– Giusto, un tesoro; quindi possiamo concludere la nostra lezione affermando che abbiamo creato l’arcobaleno dell’Africa; – esclamò quasi commosso il professore, che poi riprese – se il verde dà all’Africa la speranza, tutti gli altri colori le ridanno la dignità perduta, perduta per gli egoismi degli altri popoli! Ora dobbiamo rimboccarci tutti le maniche e darci da fare affinché ognuno superi i propri egoismi, per restituire all’Africa quello che gli è stato rubato. Ed è soprattutto su voi giovani che si ripongono, permettetemi il bisticcio di parole, le speranze di ridare speranza all’Africa.

Antonio Scarpone è laureando in Lettere e Filosofia. Scrive poesie, anche in vernacolo, e racconti, dal 1992, ma non ha ancora al suo attivo pubblicazioni. Ha partecipato a numerosi premi letterari risultando 1° classificato in 19 occasioni. Sue poesie sono inserite in varie antologie e sono state pubblicate su siti letterari e culturali.


Lettera ai miei alunni di Alberto Arecchi

Sono partito per l’ Africa, tanti anni fa, come operatore di pace. Provenivo da una società tecnologicamente avanzata, più o meno come i conquistadores di qualche secolo fa, che arrivavano con cavalli e cannoni, o come i marziani dei film di fantascienza. Non m’illudevo di portare “la civiltà”, ma pensavo che la mia opera potesse contribuire a risolvere i problemi della fame e della sete nel mondo. In realtà ero io che avevo bisogno di vivere un “altro” mondo, fatto d’avventura, di messa in gioco quotidiana di se stessi, di totale libertà… ma era gioco fingere che fossero gli altri ad aver bisogno di me.

Giocavo istintivamente la libertà di sentirmi parte d’un mondo più avanzato, più efficiente, forse migliore e meno corrotto… ma quando tornavo “a casa” mi accorgevo con tristezza che la mia realtà non era migliore delle altre. Sentivo il bisogno impellente di ritornare a “quell’altro” mondo, perché lì era la mia vita, lì mi sentivo utile. Mi sentivo più a casa mia quando ritornavo laggiù. Scendevo dall’aereo nella notte calda, sotto i grandi ventilatori che ruotavano; il controllo del passaporto e via, verso una casa in riva all’oceano, in mezzo al deserto, sulla sponda d’un fiume popolato dagli ippopotami o nel patio d’una casa moresca, in un’oasi inondata dal profumo di zagara.

Vivere laggiù è stato come essere una di quelle onde, che lambiscono i lidi degli oceani. La Boscaglia, la Savana, il Deserto sono come mari, le piste li attraversano come rotte e i porti, dove chi ritorna è immediatamente riconosciuto per i suoi ricordi: “lei ha conosciuto l’Hôtel Transat?”… Non c’è più, ma tu sei come uno della famiglia, perché ci sei stato.

Quando sono ritornato, mi sono accorto che la nostra società, che sembrava grande, internazionalista, aperta al mondo con solidarietà, era in realtà come un piccolo villaggio. La mia lingua era diventata diversa, sorridevo e fissavo la gente negli occhi, non la soppesavo dal valore degli abiti o dallo splendore della punta delle scarpe. Sapevo districarmi in circostanze difficili e dialogare con uomini del popolo, come con i ministri. Inspiegabilmente, però, qui sembrava che non fossi mai esistito, neppure per i vecchi amici, come un moderno Ulisse che fosse stato assente per secoli dalla propria città.

È stato così che, all’età di quasi quarant’anni, mi sono ritrovato solo, senza ragioni apparenti, in quella che un tempo era stata la “mia” realtà, dopo aver vissuto in mondi diversi, che mi accettavano per quello che ero realmente.

Difficile intraprendere un’attività professionale, troppo spesso ridotta a semplice esercizio mercantile con clienti ottusi. Difficile non sognare il ritorno agli spazi d’infinita libertà, alle spiagge lungo l’oceano o alle distese di dune del deserto.

Forse questo vi aiuterà a capire perché il vostro insegnante, pur alla fine della sua “carriera”, insegna come precario nella scuola pubblica e si lascia spostare ogni anno, come un birillo, da una scuola all’altra.

Alberto Arecchi

Architetto, 61 anni, insegnante precario di Disegno con incarichi annuali nella scuola pubblica, dopo una “carriera” di quasti vent’anni in Africa, come esperto di Cooperazione allo Sviluppo.