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1 maggio e 25 aprile aboliti con gli ultimi diritti dei lavoratori, la risposta necessaria

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato del Coordinamento nazionale di Unire le lotte – Area Classista Usb.

IL GOVERNO ALL’ATTACCO DEI LAVORATORI E DELLE MASSE POPOLARI

E’ NECESSARIO ORGANIZZARE UNA RISPOSTA DI LOTTA E DI MASSA FINO A ROVESCIARE IL GOVERNO SANGUISUGA

Prima d’oggi, solo il fascismo era arrivato a tanto: la festa del primo maggio, la giornata simbolo del lavoro, emblema delle lotte dei lavoratori, sarà abolita “per ragioni di risparmio”. Anche il 25 aprile, il giorno in cui si ricorda la lotta dei partigiani, diventerà un giorno di lavoro come un altro. Quando si tratta di risparmiare, Tremonti e Berlusconi non hanno dubbi: le giornate che ricordano le lotte dei lavoratori possono finire nella spazzatura. Si tratta di un atto simbolico che ben rappresenta la sostanza della manovra finanziaria appena varata dal Consiglio dei ministri: lo scopo del governo è quello di cancellare, insieme al primo maggio e al 25 aprile, anche gli ultimi diritti rimasti ai lavoratori.

La manovra di ferragosto sferra un ulteriore pesantissimo attacco ai lavoratori, ai giovani, ai pensionati. E’ una manovra che segue le indicazioni della Banca centrale europea e che ricalca lo stesso canovaccio dei governi di altri Paesi europei (di centrodestra e di centrosinistra): difesa dei profitti miliardari della grande industria e delle banche, rapina a danno delle masse lavoratrici. Il governo, ipocritamente, presenta la manovra come “un atto di bene per il Paese” basata su presunti “tagli alla politica”. Di fatto, il grosso degli introiti arriverà – direttamente o indirettamente – dalle tasche di chi già fatica ad arrivare alla fine del mese, cioè dai lavoratori salariati e dai piccoli lavoratori autonomi già immiseriti dalla crisi economica. A questo, si aggiunge (ed è l’unico punto su cui in parlamento si è levata qualche voce di protesta per evidenti ragioni elettorali) un “contributo di solidarietà” a carico della media borghesia.


Di fronte a tutto ciò si registra, oltre all’accordo dei sindacati di governo (Cisl e Uil) anche la consueta protesta mimata delle burocrazie Cgil che, prevedibilmente, annunceranno a breve il solito sciopericchio. Grotteschi gli incontri tra vertici Cgil e padronato che sempre più spesso parlano con una voce sola, quella delle cosiddette “parti sociali”, definizione con cui si pretende di mettere sullo stesso piano di fronte alla crisi capitalistica le organizzazioni padronali e i sindacati. Avendo ben compreso quale sarà il ruolo della Cgil in questa situazione, non stupisce che sia proprio la Marcegaglia a chiedere che la Cgil non sia “isolata”.

Cerchiamo di schematizzare quali saranno le conseguenza di questa manovra sulla pelle dei lavoratori:

* Via libera alla privatizzazione selvaggia dei servizi pubblici. E’ previsto un incentivo pari a 500 milioni per i Comuni e gli altri Enti locali che privatizzeranno le proprie società di gestione dei servizi pubblici locali (le ex municipalizzate, già in gran parte in mano ai privati). Di fatto quelle società operanti nell’ambito di trasporti, energia, infrastrutture, commercio, attività ricreative che oggi sono in mano agli Enti locali (che ne controllano il pacchetto azionario di maggioranza) diventeranno patrimonio di privati. Faranno eccezione l’acqua e i servizi idrici, non soggetti a privatizzazione grazie al referendum: il governo ha escogitato un mezzo per aggirare l’ostacolo rincarando la dose sulla privatizzazione degli altri servizi. E’ la dimostrazione che il referendum non basta e che solo con la lotta di massa sarà possibile respingere veramente le privatizzazioni e gli altri attacchi del governo.

* Smantellamento del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro e smantellamento di fatto dell’articolo 18. E’ stato l’accordo firmato dalla Confindustria e dalle direzioni di Cgil, Cisl e Uil il 28 giugno – accordo che ha aperto la strada alla messa in discussione del CCNL aumentando il peso della contrattazione aziendale e prevedendo addirittura pesanti limitazioni al diritto di sciopero – ad aprire la strada a questa norma. Il ministro Sacconi coglie la palla al balzo e rincara la dose: nei contratti aziendali o territoriali sottoscritti dai “sindacati più rappresentativi” potranno essere stabilite deroghe ai contratti nazionali: libertà di licenziamento (in barba all’articolo 18), flessibilità dell’orario di lavoro, precarietà, ritmi di lavoro, retribuzione, ecc. Non solo: viene introdotta una norma retroattiva che sancisce il riconoscimento degli accordi truffa di Pomigliano e Mirafiori (a dimostrazione che la strategia messa in atto dalla direzione della Fiom, quella delle cause individuali, è un mezzo insufficiente per respingere l’attacco padronale).

* Ancora tagli al pubblico impiego. Ora il decreto Brunetta di “riforma” del pubblico impiego (che aveva ricevuto apprezzamenti anche dal Pd) raccoglie i suoi frutti, frutti amari per i lavoratori, saporiti per le casse del governo. Verranno soppressi numerosi enti, verrà introdotta la mobilità – cioè il trasferimento, momentaneo o definitivo – tra uffici (non ci è difficile immaginare che sarà utilizzata per “punire” i dipendenti ritenuti “scomodi”, magari perché sindacalizzati), verrà abolita la tredicesima nelle (numerosissime) amministrazioni ritenute poco virtuose. Dal 1° gennaio 2012 il Tfr sarà erogato non prima di 24 mesi, cioè dopo ben due anni dalla cessazione del rapporto di lavoro. I Ministeri subiranno tagli senza precedenti: dopo aver dissanguato la scuola pubblica, l’università, la ricerca e i beni culturali negli anni precedenti, ora è la volta degli altri ministeri. Sono previsti tagli pari 7,4 miliardi per il 2012 e 6,3 miliardi per il 2013. A tutto questo andrà ad aggiungersi il taglio del personale delle Province e dei Comuni che verranno aboliti o accorpati.

* Batosta alle pensioni delle donne del privato e della scuola. Viene anticipato al 2016 (prima previsto per il 2020) l’innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile per le donne del settore privato. Per tutto il personale della scuola (in maggioranza costituito da donne) viene introdotta una nuova finestra di accesso alla pensione: in pratica chi matura i requisiti per la pensione dal 1° gennaio 2012 potrà andare in pensione solo nel 2013.

A tutto questo, vanno aggiunti i rincari che i lavoratori dovranno subire a causa dell’aumento delle tasse locali, della privatizzazione dei servizi, dell’introduzione dei ticket. E’ evidente che la misura è colma. Sono centinaia di migliaia i lavoratori (operai, precari della scuola, dipendenti delle cooperative, ecc.) che stanno perdendo o hanno già perso il posto di lavoro. Sono milioni i lavoratori in cassa integrazione (ordinaria e straordinaria), in mobilità, in disoccupazione. Per le giovani generazioni non esiste possibilità d’inserimento nel mondo del lavoro. Tutto questo mentre le statistiche ci dicono che continuano a crescere i profitti plurimiliardari di un pugno di persone (grandi industriali e banchieri) che si arricchiscono sulle spalle di chi lavora.

Questo autunno può e deve essere un autunno caldissimo. Dovremo mettere in campo azioni di lotta e di massa che siano in grado di rovesciare il governo Berlusconi e respingere l’attacco di Confindustria. Anche per questo, è urgente un’azione unitaria di tutte le forze del sindacalismo conflittuale. Mentre riteniamo insufficienti le sole due ore di sciopero proclamate da Usb Pubblico Impiego il 9 settembre, giudichiamo positivamente la recente decisione da parte della direzione di Usb – dopo mesi di proclamata autosufficienza e di assurdo isolamento autarchico – di chiedere un incontro alle altre forze del sindacalismo di base e alla Fiom-Cgil per concordare azioni di lotta comuni in vista dell’autunno. Ci sembra che, finalmente, la battaglia che i compagni e le compagne di Unire le lotte – Area Classista Usb stanno sviluppando per superare autoreferenzialità e settarismo cominci a raccogliere qualche frutto. Evidentemente a tutto ciò non è estranea la grande risonanza che ha avuto nel sindacato la campagna per il reintegro di Fabiana Stefanoni, pretestuosamente espulsa tra l’altro per aver aderito a uno sciopero indetto da altri sindacati di base.
Tuttavia, crediamo che non bastino incontri “ai vertici” per superare la frammentazione del sindacalismo di base. Occorre riprendere lo spirito del Patto di base e indire per inizio settembre una grande assemblea nazionale unitaria di tutti i sindacati di base (Usb, Cub, Cobas, Si.Cobas, Usi, Slai Cobas ecc.) a cui invitare anche la sinistra Cgil (Fiom e La Cgil che vogliamo) per discutere delle lotte da intraprendere e per costruire un grande sciopero generale unitario. Un percorso che dovrà accompagnarsi alla costruzione di comitati di lotta che unifichino lavoratori nativi e immigrati, operai e studenti, e che sfoci in un grande sciopero prolungato fino alla caduta del governo Berlusconi.
Le rivoluzioni nei Paesi Arabi e le lotte che stanno crescendo in Europa (dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo all’Inghilterra) ci dimostrano che un vento nuovo sta soffiando in Europa: e questo vento ci dice che rovesciare i governi sanguisughe si può se si supera la frammentazione sindacale e la divisione delle lotte voluta da burocrazie piccole e grandi.

Il coordinamento nazionale di Unire le lotte – Area Classista Usb