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L’Ocse ci bacchetta, carenza risorse per l’istruzione e basse retribuzioni per gli insegnanti

Di Menna (Uil Scuola) : Qualificare la spesa pubblica, investire in istruzione, valorizzare il lavoro.

L’Ocse, nel suo rapporto sull’educazione ci ricorda che la spesa per l’istruzione in rapporto al Pil in Europa è del 6,1%, in Italia è del 4,8%. Peggio di noi solo Slovacchia e Repubblica Ceca.A quanti si volessero soffermare sul peso del debito pubblico in Italia (che offrirebbe pochi margini di manovra) ricordiamo che anche la spesa per l’istruzione in Italia è bassa anche in rapporto sulla spesa pubblica, 9,7% rispetto all’11% della media dei paesi europei.E’ questo un dato di arretratezza del nostro Paese in quanto la scuola è luogo di coesione, integrazione, sviluppo.

Anche questo anno tra difficoltà dovute alla crisi economica internazionale, processi di razionalizzazione, riordino del sistema scolastico, un milione di persone è tornato, con professionalità e impegno, a far funzionare concretamente la scuola italianaServe una scelta politica che la Uil la sollecita da tempo: spostare risorse verso l’istruzione e la ricerca, come anche in una situazione economica difficile, l’Europa sta facendo.La scelta da fare per il futuro del paese e per lo sviluppo è qualificare la spesa.

Occorre ridurre le spese improduttive, gli sprechi, la burocrazia ridondante, le eccessive spese per la politica e indirizzare risorse agli investimenti per l’istruzione.Alla necessità di dare centralità e peso alla professione docente, di modernizzare i processi di istruzione e formazione si risponde invece un sistema tutto burocratico di norme e carte.
Da un lato c’è lo sforzo degli insegnanti di essere al passo con i tempi dall’altro un’amministrazione che si muove con regole vecchie e rigide. C’è una riforma che si può fare e che non costa: riformare il sistema amministrativo. Bisogna trasformare il ministero da centro di produzione di circolari a luogo nel quale vengono predisposte attività di servizio e supporto alle scuole e ai docenti.Una osservazione a parte merita la questione delle retribuzioni dei docenti – osserva ancora Di Menna.
Fin dalla sua nascita la scuola italiana si è caratterizzata per aver collocato i docenti in una situazione di bassi salari. Registriamo un ritardo storico della politica rispetto alla considerazione che, investire in istruzione, significa investire nello sviluppo del paese. Ora la modernizzazione della scuola deve passare anche da logiche retributive completamente differenti mettendo gli insegnanti italiani al passo con i colleghi europei.Sui professori pagati poco perché troppo numerosi, inviterei il ministro da un lato a non limitarsi a prendere atto del quadro attuale, ma, se vuole contribuire alla qualità della scuola, proporre soluzioni all’emergenza retributiva. Dall’altro a considerare la circostanza per la quale in Italia (come evidenziato in una recente ricerca della Uil) abbiamo il maggior numero di politici rispetto agli altri paesi europei però sono anche i meglio pagati – ribatte il segretario della Uil Scuola.La classe politica, i governi dovrebbero operare in modo da sostenere, supportare, agevolare il lavoro dei docenti. Si dovrebbe fare in modo che questa professione sia considerata un valore, una risorsa positiva del paese, quale gli insegnanti di fatto sono.

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“Respingendo i Barbari” di Marcella Raiola

Cronaca “emozionale” di un mese di lotta studentesca e precaria, culminante nella manifestazione nazionale dell’appena trascorso 30 ottobre.

di Marcella Raiola

La Manifestazione… manifestazione, manifestare, manifesti, corteo, furgone, fondi, ufficio stampa, attacchinaggio, locandine, volantinare… Riunioni; sottogruppi operativi; Mago Maffione materializza palco e musicanti; Barbarella normalizza la follia, addomestica l’ansia accogliendoci nel suo ordinato rifugio neutrale, pieno di giochi di società e promesse di parole da dire senza pressioni, senza pretese di rientri, di ritorni, di guadagni, di epici effetti, parole da sprecare saggiamente, argutamente, serenamente, per la gioia di sentirle uscire di bocca, senza obiettivi da colpire o da raggiungere, solo per volare libere; Vito, con le sue magliette da piazzare e i conti che non tornano, annuncia defezioni gravi e improvvise (ah! il furgone con l’altoparlante è “saltato”!) come fossero altrettante benedizioni; Romilda fa onore alla sua sigla presentandosi sempre, cercando di razionalizzare un caos che si autoalimenta, un caos che – lei lo capisce bene – si nutre e gode più dell’aspettativa che dell’evento in sé, e che cerca di prolungare, tracciando ipotesi di colori, trovate, slogan e gesti pregnanti, non solo il piacere di immaginarlo, ma anche il “piacere”, più sottile, tutto euripideo, di paventarne collettivamente il fallimento parziale o totale.Sto seduta nel cerchio degli amici e degli studenti, con il quadernino delle buone intenzioni in mano, tanto per darmi un tono, di fronte al finto cipiglio della “capa” inkefiata, che dissimula l’agitazione e l’eccitazione e che, tra un resoconto e l’altro, tra un’adesione e l’altra, tra una promessa guascona di exploit e una proposta stravagante di troppo, elenca periodicamente le magagne, le cose “basilari” non fatte, colpevolmente non previste, dolosamente inevase (Guagliu’… siete inaffidabili!)…
Il mese è andato via così, avvolto nella sospesa atmosfera dell’attesa calibrata, attesa di altrettante ore X, di giorni di protesta fissati come interrogazioni da fare per la salvezza, per non beccare il recupero, per evitare un’estate, una vita di noia e di oppressione: 8, 16, 30. La prima data mi aveva trovato ancora disoccupata. Non credevo molto nella mobilitazione degli studenti di Napoli… Ero arrivata già stanca, in piazza, ma c’era Laura, mia sorella, con me, stavolta, e avevo l’incentivante gioia di farle conoscere il gruppo di lotta: Giuseppe, svettando, mi aveva segnalato l’assembramento di miei, che, come Odisseo alla corte dei Feaci, placavano lo “stygheròs gastèr”, il ventre cane, bevendo caffé bollente in un bar protetto dall’ombra di Garibaldi. Presentazioni… “Vi somigliate”… “Non vi somigliate”… Non ci somigliamo, no. Io ho sempre avuto bisogno di qualche pagina o di qualcuno che mi dicesse: “ribellati!”; Laura ha il suo istinto, invece, che fin da piccola le fa dire “no!” a qualunque comando, vessazione o compromesso.Il corteo era partito in sordina, o forse ero io che avevo la sordina all’anima e percepivo entusiasmi ed energie come attutiti; avevo notato, però, una compattezza e una consapevolezza nuove sui volti dei ragazzi. Gli striscioni erano pieni di risentimento per le condizioni strutturali degli edifici, per la mancanza di laboratori, per la didattica stantia… Hai visto mai – pensai – che questo attacco frontale li ha messi in condizione di capire finalmente quanto perdono, quando perdono la scuola?Poi era arrivato Ciro, il collega di Somma Vesuviana che non vedevo da due anni, con alcuni dei suoi alunni, a promettere sostegno e offrire supporto tecnico-organizzativo per l’evento del 30 ottobre. Sentirlo parlare dei ragazzi come della sola ragione di vita plausibile e rinvenibile mi aveva ridato slancio. Mi ero accorta che i ragazzi erano davvero tantissimi… Il Rettifilo debordava…
Ciro voleva che parlassi al microfono dell’auto che trainava il corteo. Non mi sentivo pronta… Cosa dire? Dati vecchi, cose note, denunce già fatte, proclami già proclamati… I ragazzi si scocciano a sentire i prof. parlare. Questo era il “loro” sciopero. Una studentessa, dietro di me, però, a un tratto, come per una arcana coincidenza, aveva detto: “Oh… però i professori mica ci stanno! Dove sono, loro? “.
Mi era venuta una immediata voglia di smentirla, di farle capire che non avevamo delegato la lotta a loro, che stavamo sporcandoci le mani, almeno noi precari, da un po’ di mesi… Non volevo neppure deludere il collega. Chi depone nella parola la sua identità deve in ogni circostanza identificarsi con una parola…
Fu una specie di climax ascendente: dalla partecipazione doverosa ma spenta all’ebollizione, alla rabbia, accesa anche da un calore agostano, che mi fece tornare in mente le notti davanti al provveditorato, i treni per Roma, gli scontri coi politici vigliacchi, le lacrime di quando portarono via Giacomo con l’autoambulanza, da una piazza Montecitorio inutilmente assediata dagli scioperanti della fame…
Bastò una “OLA”; mi accovacciai a terra e poi schizzai su tutt’a un tratto, a un comando dello studente che ci guidava, e corsi, corsi in avanti, insieme a tante verdi cavallette di 15-16 anni, urlanti e piene d’energia… Giunto il mio turno, mi ero resa conto che il mio disagio, la mia apatia, il mio spleen venivano dal fatto che ero priva delle “mie” classi, del turbinio pazzesco delle dispense, delle schede, delle slides, delle versioni… e allora avevo urlato ai ragazzi che, togliendoci loro, ci avevano tolto la vita, a noi precari. Non era retorica, ma realtà, realtà di un destino, quello di vivere, appunto, mediatamente, le vite in fieri dei ragazzi che ci guardano, e realtà di un desiderio cocente, il desiderio di tornare in classe e raccontare storie antiche a chi le sa ascoltare, e convincere chi le ascolta che gli serviranno, che saranno la sua bussola quando non troverà la via…
Poi era arrivato il 16. A Roma. Con la Fiom. Per la Fiom, anzi, perché il suo paradigma di lotta trionfasse, trionfi… Stavolta avevo preso servizio. A Pomigliano. Il primo giorno di scuola, entrando nell’edificio, avevo visto campeggiare sul portone la scritta: “LICEO CLASSICO-SCIENTIFICO V. IMBRIANI – PRESIDIO DI FORMAZIONE”. Che bello! PRESIDIO DI FORMAZIONE ! Sa di fortino che non s’arrende, di legione straniera, di torre di guardia con le sentinelle vigili a segnalare nemici, ad organizzare la resistenza… la RESISTENZA…
Mi era parso emblematico, quasi fatale un incarico a Pomigliano, proprio a Pomigliano, in quel momento storico ed esistenziale. Mai sono entrata in classe con più sicurezza e speranza. Né i ragazzi mi hanno deluso. Sono figli di gente per cui il lavoro non è portare il pane a casa o dare qualche bracciata di fatica a uno Stato avaro e lontano; sono figli di gente per cui lavorare è CREARE, reinventare il mondo, plasmarlo, migliorarlo. Lo si vede dai bar, dall’impegno che profondono nel farti il caffé macchiato, dalla quantità inverosimile di cacao spolverizzato, dal fatto che ti servono prima che paghi, che ti accolgono come un ospite in casa… Sono figli di un paese in cui lavorare significa elaborare concettualmente, ogni giorno, il valore del lavoro e le sue finalità e implicazioni umanistiche e umane. Per questo non si alzano, non mormorano, non mostrano insofferenza anche se continuo a parlare dopo che la campanella è suonata; per questo le grammatiche le hanno mandate giù a memoria; per questo me li sono trovati a fianco nel corteo, a Roma, quasi a Piazza S. Giovanni… “Prof. … Siamo contenti di vedervi qua”… “E io contentissima di vedere voi!”.In piazza eravamo giunti esausti, dopo un corteo bagnatissimo, con la pioggia che dalle aste delle bandiere ci gocciava nelle maniche delle maglie, ci intrideva e imbeveva come tronchetti della felicità innaffiati dalla padrona di casa di ritorno dalle vacanze… Ma avevamo ritrovato tutte le facce belle dei nostri amici: Roma, Milano, Bari, Catania, Sciacca…, che facevano fatica ad accendersi le sigarette, sotto l’acqua implacabile. La nostra piccola grande Arianna, che trova sempre il filo per trarci fuori dai labirinti dell’indecisione e del dubbio, aveva già fatto il suo intervento dal palco: da ogni lentiggine aveva tirato fuori una vibrazione, una parenesi, una seria richiesta di riscatto e di ritorno alla dignità. Della scuola, dello Stato, della Vita. Un milione, un milione e mezzo di corpi, di volontà, di pantaloni e gonne, di cappelli e piercing, di stivali e sandali. Piazza S. Giovanni ancora fresca di urla, ascoltava Landini, lo eleggeva idealmente a leader…
… E ora tocca a noi; ora tocca anche a me. Ora siamo a pochi giorni dalla fatidica manifestazione per la scuola pubblica che trasformerà Napoli in un fiume d’anime confluente nel mare cicatrizzante della solidarietà e della rabbia coralmente gridata.? La pioggia non dà tregua. Io e Gennaro, nell’ultima settimana, andiamo a tappezzare le carrozze dei treni della Vesuviana coi manifesti. Aspettiamo la sera. I treni sono fermi e le porte aperte. Cominciamo dal binario 2. La Vesuviana ha 600.000 utenti, studenti e pendolari, per lo più. Ci sono già alcuni manifesti, che invitano alla sagra della castagna. …”Genna’, tu reggi alla parete e io attacco con lo scotch”. “Va bene…” “Qui la locandina rigida; qui un set di volantini… Passamene uno di invito e uno “esplicativo” … … “Genna’… ma nun vide che è tutto stuorto?? ” “Ehm… sì “, risponde Gennaro… “ho qualche piccolo problema di coordinazione psico-motoria”… “Qualche piccolo problema?? Genna’ TU STAI ACCISO, ‘O FRATO! “. Gennaro ha studiato psicologia, sociologia etc. E’ troppo “munito” per prendersela; troppo addentro ai misteri della psiche per reagire come un qualunque essere umano. Lui si diverte, quando lo si sfotte, perché trae dallo sfottò materia di studio, di analisi… E menomale, perché meriterei di essere lasciata sola ad attacchinare manifesti su manifesti!. Al binario 5 arriviamo già sfiniti. I treni sono lunghissimi e si ha l’impressione che siano sempre sguarniti.Mentre sospendiamo un volantino, il treno si muove. Le porte si chiudono e le luci si spengono. “Genna’… questo CAMMINA!!!!! DOVE CI PORTANO?????” “Calma”, risponde serafico Gennaro. “Siamo a Porta Nolana. Si fermerà a Garibaldi, alla Centrale; scenderemo e torneremo qui a piedi…” “MA CHE PALLE!!!! “. Ma il treno non si ferma. Procede! Uso il pulsante dell’allarme; urlo: “EHI… CI SIAMO NOI!!! SIAMO DENTRO!!!!”… Il treno avanza ottusamente verso un binario secondario, morto, dove altri convogli riposano, in attesa di riparazione, manutenzione o pulizia. Si ferma. Poi tutto tace. Guardo Gennaro costernata: “COME FACCIAMO, ORA???”… Inizio a battere forsennatamente contro le porte chiuse: “AIUTO!; APRITECI!”… Finalmente qualcuno ci sente e ci domanda chi siamo, cosa facciamo a quell’ora in un treno. Spiego la situazione. Ci risponde, infastidito, che i manifesti non si attaccano a quell’ora. Faccio notare che a quell’ora agiamo indisturbati e non rechiamo noia ai passeggeri. Tace. Lo seguiamo, per tornare indietro, lungo i binari. Metto il materiale cartaceo sotto il cappotto e bestemmio, mentre cammino inciampando sui sassi dei binari per 500 m, sotto la pioggia. Poi ci fanno salire su una scaletta di ferro. Il ferroviere trova lì due colleghi, che ci guardano esterrefatti. Dice loro, con aria e tono di insolente degnazione: “Steveno mettenn’ ‘e manifesti dint’o treno”… e solo perché ci vede piuttosto contegnosi evita di aggiungere ” ‘STI ‘ DDUJE STRUNZ “, ma si percepisce chiaramente che è sottinteso.Arriva un altro treno diretto al Terminale. Saliamo. I macchinisti ci guardano. Imperterriti, forti del permesso richiesto, attacchiamo manifesti sotto i loro occhi. Uno dei macchinisti, non pago di tutto quello che avevamo già passato, si mette sadicamente a dire che Gelmini ha ragione e che 220.000 precari non si possono assorbire. “Me lo mangio” letteralmente, dicendo che non è vero che i precari sono 220.000 né è vero che debbano essere assunti tutti subito. Proseguo snocciolando dati e argomenti noti. Cede e dice che “per carità”, lui ha la figlia che insegna…
Si fa l’una di notte. Rientriamo esasperati, distrutti… Quanta vita, quanto tempo ci toglie la stupidità di una sola donnetta ignorantissima e disonesta postasi al servizio di gentaglia infame! E’ questo quel che più mi fa rabbia. Dico a Gennaro che in tutte quelle ore avrei potuto finire la lettura dei Remedia Amoris di Ovidio, appena intrapresa… Gennaro allarga le braccia, con la sua proverbiale pacienzia. Non abbiamo neppure mangiato. In macchina, trovo una mentos ammuffita in borsa e gliela offro… “Buona”, dice allegramente Gennaro… “è alla fragola!”. Possa ciascuno di quelli che leggono questa nota trovare sempre un aroma di fragola in fondo ad ogni giornata amara!
Oggi è il 30. Passo per il Liceo. C’è assemblea d’Istituto. I ragazzi mi dicono: “Prof.ssa, abbiamo visto i manifesti nel treno!”. Sorrido contenta e mi vergogno un po’ di tutte le mie lagne. Piazza Mancini è un salotto sporco, ma gli ospiti lo sapevano, della munnezza, e non si formalizzano. Sono venuti per mettere a frutto anche quella, per innestare il fiore della protesta proprio sui sacchetti immondi che deturpano la facies della città più accogliente del mondo, che sfoggia il suo più caldo sole, per l’occasione.
Una faccina sconosciuta di donna con gli occhiali, mi guarda; mi vede impegnata a gonfiare palloncini anti-Gelmini e mi dice solo: “CATANIA!” Chi mi conosce anche bene sa sempre troppo poco l’amore che porto alla Sicilia. Sfoggio il mio più bel sorriso: “BENVENUTI!”. Poi vedo le facce carissime e note dei compagni da tutta Italia e poi, ancora, sento Pietro, che viene a “svegliare” i napoletani dormienti con la sua voce stentorea da banditore di Federico II, e a svelare il legame tra politiche governative e politiche scolastiche in modo che si sappia qual è lo scopo ultimo e vero di ogni nostra protesta: liberare l’Italia dall’infame torma di rozzi servi che la prostra e umilia. Saluto con gioia Claudia, appena scesa dall’Alkadia di Capitan
Harlock a combattere contro la mazoniana Gelmini, e vedo colleghe napoletane che sono modelli di professionalità: Paola, Giovanna (che viene da Ischia), la mia delicata e sensitiva Rosa-Rosae… Partiamo. La “capa” è preoccupata ed emozionata. Arrivano i bambini, i disabili, che portano stemmi medievali emblematici del regresso culturale e socio-pedagogico indotto da questo governo ipocrita e violento, che blinda le pance della madri incinte di disabili e macellerebbe quelle che abortiscono, assimilandole a delle assassine, ma poi proclama che il disabile è un rifiuto umano che disturba e che va lasciato fuori dalle aule dove si impara a diventare anzitutto “produttivi”…
Tutt’a un tratto mi sento rosa shocking; il sole fonde le tinte e me ne rimanda una sola. Sento l’anima tingersi di fucsia; guardo la bandiera del CPS che porto con orgoglio, nuova di zecca, e la faccio vorticare alta, alta, alta, saltando, cantando, urlando…
E’ un momento liberalizzante e liberatorio. E’ una testimonianza collettiva di amore per il bello, per il colore, per la musica, per la vita, contro il grigiore indistinto della marcia servitù, delle teste che si inchinano, della dignità che si frange e sfrange nella difesa strenua delle violente e matte bestialità di un uomo solo, disgustoso, corrotto, patetico, mostruosamente ignorante e vuoto. Il ministro della Pubblica Istruzione
ne giustifica ed esalta la passione sconcia per le minorenni; dichiara che è un vezzo tollerabile in un “grande”, che le minorenni sono ben liete di… … Cose becere, che disturberebbero già in bocca al vecchio squadrista analfabeta che sputa rabbia impotente all’angolo di un bar di provincia, ma che allarmano e sgomentano quando compaiono sulla bocca di un ministro, di una donna, per giunta, che invoca, peraltro, sui professori, la mannaia di un periodico “esame” che ne verifichi l’idoneità etico-culturale alla professione…
Napoli è tutta un urlo contro questo stile di gestione del potere, contro la distorsione e contorsione della legge, contro la defunzionalizzazione del sapere, contro un mondo che credevamo parzialmente affossato con Mani Pulite (a proposito: dove sta l’IDV che ci aveva dato l’adesione?) e che, come un fiume carsico, riappare invece concretato attorno a Berlusconi, come lo sterco si rapprende attorno a un palo disseccato.
E allucchiamo, allora, allucchiamo come i pazzi, e non abbiamo solo il bondiano “armamentario bolscevico” da riesumare, ma nuove e nuovissime elaborazioni critiche, in parole o musica, da scandire, da sottoscrivere. Giuseppe legge appassionatamente le più significative mentre andiamo verso Piazza del Gesù, passando
tra cumuli di spazzatura che ci fa piacere mostrare, per far capire agli amici, molti dei quali deliziati da una ben documentata mattinata “turistica”, che abbiamo bisogno di loro, dell’Italia tutta, di cui siamo emblema, per risollevarci, e che mai come quest’oggi abbiamo scelto bene il palcoscenico da cui inviare un messaggio disperato ed esasperato ai pòrci che si autoassolvono e a quelli che tentennano, prolungando l’agonia di questo non-governo in modo vile e ignobile, senza curarsi dei disvalori e dei messaggi esiziali che intanto passano e che sarà difficile denegare, rintuzzare, rinnegare in seguito…
Il girotondo dannato arriva in piazza. Si parla, si propone, ci si rincuora nel venire a sapere che dei genitori americani considerano i docenti italiani superlativi e che mandano qui i loro figli, perché recitino Saffo già in V elementare… Io sono commossa, svuotata, sudata. Mentre cala la sera, chissà perché mi viene in mente una lirica splendida di Costantino Kavafis, quella “Aspettando i barbari” citata da tutti i fautori dell’integrazione, e che, come tutte le grandi liriche, è polisemica, si presta a più interpretazioni.
Mi viene in mente l’ultima strofa: “Perché d’un tratto questo smarrimento ansioso? /I volti some si son fatti seri/ Perché rapidamente strade e piazze si svuotano / e ritornano tutti a casa perplessi? / S’è fatta notte e i barbari non sono più venuti… Taluni son giunti dai confini/ han detto che di barbari non ce ne sono più./ E adesso, senza barbari, come faremo noi? Era una soluzione, quella gente!…
Cerco di capire perché mi sia venuta in mente. Certe cose non sono mai insensate… Ho paura, però, di pensare; ho paura di scoprire che i barbari non arriveranno perché sono dentro di noi e che periodicamente facciamo loro spazio, senza saperlo, per un aggiornamento o per un ripasso, salutare o mortale, dei nostri princìpi.

Nero di Seppia – di Marcella Raiola

Primo giorno di scuola per i precari di Napoli: un presidio di 24 ore in Piazza del Gesù per controinformare e coinvolgere, per invitare gli “utenti” a tornare “cittadini”
di Marcella Raiola

“L’hai già approntata? Stai prendendo gli appunti?” Mi sfotte bonariamente, l’instancabile Maria Rosaria, che Ungaretti avrebbe posto sulla copertina della sua raccolta Allegria di naufragi, perfetta immagine di quell’ilarità caparbia, irridente e viscerale che sa trovare solo chi non vuole cedere mai al “destino” e alla disperazione. Allude, ovviamente, alla nuova nota che si aspetta io scriva su quanto vissuto insieme oggi, 15 settembre, primo giorno di scuola. Sorrido; non riesco a rispondere a tono, ma ora mi viene in mente che potrei proporre al gruppo di soprannominarmi “seppia”, visto che covo nero d’inchiostro in corpo e lo “libero” quando voglio segnalare uno stato particolare o difendermi dal pescatore predace.
Per tutta la giornata, i precari della scuola di Napoli e gli studenti universitari organizzati hanno offerto la possibilità di sputare il proprio nero anche al resto della cittadinanza, beffata o illusa dalla retorica della scuola “per miracolo” e dei prèsidi-grandi-mamme o prèsidi-grandi-papà che per la scuola muoiono e si sacrificano (cosa innaturale e inutile quanto naturale e proficua sarebbe, invece, la protesta radicale contro chi li costringe al “martirio” professionale, ostentato con un compiacimento stolido e stucchevole).
“Nìchero ‘nguzzùto”: lo chiamava così, mia nonna, in torrese stretto, il nero che più nero non c’è, il nero cupo, il nero profondo. E ne sono venuti parecchi, di ‘nguzzùti, a Piazza del Gesù Nuovo, al tavolo predisposto per loro, coi bristol bianchi e i pennarelli colorati, a lasciare un pensiero, un auspicio, una definizione, una testimonianza che avesse ad oggetto la scuola pubblica o il loro rapporto con essa. Palloncini e caramelle morbide a gusto coca-cola sono stati offerti in aggiunta, per vincere le diffidenze e resistenze dei genitori con figli al séguito.
E’ una città strana, questa… Sul Rettifilo c’è sempre capannello attorno al truffatore che fa il gioco delle “tre carte”, che si mette all’imbocco del “largo” che porta all’ospedale Ascalesi; quando si chiede alle persone di esprimersi, invece, scatta la paura… Si sentono più minacciate di quando ci vanno di mezzo i soldi e la faccia! Perdere denaro in modo ignominioso non è nulla, in fondo; lasciare una parola scritta è sempre compromettente! Mi torna in mente Renzo Tramaglino, quando paragona la penna alla spada sempre pronta a infilzare i poveri campagnoli ignoranti… Chissà quanto tempo ci vuole perché un popolo, sia pure storicamente vessato da tante dominazioni, impari a parlare senza timore di ritorsioni e purghe… Vero è che il “parastato camorra” continua la sua dominazione indisturbato, ed è come una cripto-tirannide permanentizzata…
Sole fortissimo, in piazza; presidio colorato e allegro; le tènere premure di Rosa e la sua presenza discreta, costante, sensitiva, mi rasserenano e stemperano ogni amarezza, accrescendo l’ottimismo.

Al banco si fermano degli squinternati ex prof. che ci fanno riflettere: madonna mia… ma diventeremo pure noi così schizzati e dissociati? Urlo davanti al banco come uno strillone all’angolo della strada: “Giornata di mobilitazione… lasciateci una vostra parola, un pensiero, un’idea. SENZA CENSURA”. Un ragazzaccio mi piglia in parola e mi risponde: “Statte zitta!”. Giusto. Senza censura. Ma la regola vale pure per ME, per cui gli rispondo: “BESTIA!”. La vivacità è una bella cosa; la scostumatezza estrema di certi ragazzini, invece, che s’avventano su tutto come le cavallette, come i Vandali, che paiono privi di luce d’intelletto, per i quali solo il linguaggio delle pedate direbbe qualcosa da loro comprensibile, è un segno sconfortante di degrado familiare e sociale.
Alcuni descrivono e auspicano “la scuola che vogliono”: senza compiti, solo ricreazione, CHIUSA. Altri invocano cadute e cancri per il prof. Tizio o Caio. Uno scrive, in napoletano scorretto: “Anna murì tutt ‘e prufessures!”. Beh: morire… moriremo, questo è certo! Lo scolaro non ha fornito determinazioni di tempo, per cui non dobbiamo manco toccare ferro! Ecco cosa fa l’asineria: pure le imprecazioni sono sbagliate e, quindi, inefficaci! Mi ricorderò di questa cosa quando dovrò spiegare il perché delle “eccezioni”, in latino, quando dovrò (se mai di nuovo potrò!) dire agli alunni che ci sono dei linguaggi, come quello giuridico o sacrale, conservativi al massimo, nei quali cambiare una parola significa mandare a gambe all’aria una norma, un augurio o un messaggio rivolto agli dèi, col rischio di subire pesanti conseguenze…
Si fermano ex professori e gente comune, prof. di ruolo e prof. mancati; precari e aspiranti precari, studenti e professionisti, ragazze troppo giovani e tuttavia mamme (studentesse mancate, uscite dal circuito dell’istruzione troppo presto) e gente indifferente e scocciata. C’è sufficiente informazione, in giro, mi pare: la Gelmini è nota e odiata anche da chi non ne conosce le devastazioni, così… A PELLE!
I cartelloni che riporto a casa sono pieni di pensieri gialli, rossi, viola, blu, celesti. Pensieri amari, urlati, pacati, indignati, tutti preziosi, quasi tutti non estemporanei, meditati e per lo più effusivi, come se poche battute non bastassero a nessuno per dire tutto, per ricollegare il dato contingente della crisi della scuola allo strutturale e sostanziale dato della decadenza istituzionale, che tutti sentono come un oltraggio personale: Vorrei una scuola in cui si diplomassero più figli di operai e meno figli di papà; La scuola non è un’impresa; la scuola è troppo preziosa per essere gestita da incompetenti; Vogliamo il mondo che sognavamo negli anni ’70; BASTA!; La cultura serve alla crescita di tutti; Nous avons le memes problemes en France; Forse non ci sono più parole per esprimere l’indignazione di fronte al comportamento delle istituzioni…; Sono addolorata per i miei colleghi precari. Firmato: una ex prof. in pensione; La precarietà uccide la vita di anime e menti prestigiose; Vorrei che la scuola mi permettesse di continuare a sognare; La cultura è il fondamento di ogni buon ordinamento della società; Revolution is the only solution; Ministri ignoranti a casa e ritorno ai congiuntivi; Non voglio più compilare un modulo di disokkupazione; Germina sei una prostituta; Io non li ho votati, questi terroristi; In base a quali meriti e/o esperienze pregressi è stata nominata Ministro della P.I.?; No alla scuola-azienda; Sono triste perché ho due figli piccoli che la scuola la devono ancora iniziare…; Viva la scuala publica; Voglio l’incarico…
C’è anche un precario, GRANDIOSO, che scrive: PATATERN’… LANCEME ‘E COMPONENTI!…

L’ultimo messaggio fa il giro dei colleghi che sopraggiungono nel pomeriggio… Noi, della generazione cresciuta con Jeeg Robot d’acciaio, ridiamo da pazzi. I ragazzi ci guardano e non capiscono, ma restano sospesi con un sorriso inerziale sulla faccia, invidiosi della nostra complicità, del nostro passato. Mi godo molto il loro rammarico, la loro “esclusione”: i nostri alunni credono sempre che noi “vecchietti” gli invidiamo il futuro! E’ bene che capiscano che non è detto che il futuro sia esaltante o per forza pieno di cose migliori, che ci sono “passati” memorabili, la cui atmosfera non tornerà, forse, e che i “vecchietti” sono fieri di aver respirato…
Gente mi stringe le mani; stringo le mani a gente; la tocco, cerco di comunicare a tutti, con le mie mani, la gratitudine che provo per la coralità raggiunta nella deplorazione dello stato di cose attuale; arrivano genitori di alunni, compagni del corso abilitante, colleghi vecchi e nuovi e anche un alunno specialissimo, diplomatosi tre anni fa, che si materializza sotto il gazebo, scanzonato e combattivo come sempre, e come sempre unico, dandomi un’indescrivibile gioia. Lo abbraccio alzandomi sulle punte, mi appoggio un attimo a lui, come a un totem capace di dissipare la sensazione di fallimento che mi attanaglia…
Il sole picchia e martella. Alle 16,30 è ancora fortissimo, tanto che il prof. Aragno, che ci intrattiene in piazza evocando un’Italia che il revisionismo osceno degli ultimi anni ha cercato di sporcare o far dimenticare, è costretto ad avanzare progressivamente e comicamente verso l’improvvisata e incantata platea, per scampare alla liquefazione, fino a che non si decide di orientare noi le sedie verso l’obelisco della Vergine, ai piedi del quale il prof. si trasferisce, all’ombra, per continuare, tra i rumori e qualche risata di sciocco scherno giovanile, accolta con pietà e condiscendenza, a profilare e dipanare la vita di chi ha fatto e garantito quello che, dopo averci narcotizzato con massicce dosi di qualunquismo e volgarità, ci stanno strappando senza neppure dover ricorrere alla violenza: uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, formazione del cittadino come individuo, prima che come consumatore o produttore di beni, dignità e pari opportunità per tutti, proscrizione del patriarcato, sotteso a leggi o a pratiche infami (delitto d’onore, case chiuse), partecipazione democratica alle decisioni riguardanti la collettività…

Emerge a tutto tondo, dalle nebbie della sconoscenza e dell’oblio selettivo e interessato, la figura di Lina Merlin, maestra, oratrice fantastica, antifascista, partigiana, paladina dei diritti delle donne, “madre costituente”, cui si deve l’inclusione delle cittadine tra i cittadini per i quali unicamente si chiedeva l’uguaglianza davanti alla legge… Storie fantastiche di vite oggi irripetibili; storie plausibili, tuttavia, di donne che hanno potuto cambiare, con la forza dell’argomentazione logica e del richiamo alla coscienza, abitudini inveterate, che hanno potuto scardinare pratiche vergognose e ipocritamente coperte, che hanno potuto, con la sola intelligenza, imporsi sulla scena politica… Storie di un’Italia violenta e maschilista, di libero stupro e libero femminicidio, che tuttavia si piegava, sia pure obtorto collo, alle istanze della decenza sollevate da chi denunciava, da chi puntava il dito “contro”. Storie di un’Italia che invocava la morte delle femministe “rompiballe”, ma che sapeva ancora provare vergogna del vizio, quando veniva reso pubblico, mentre oggi se ne mena vanto e se ne fa un trampolino di lancio per il parlamento o lo show televisivo, equiparati dall’attitudine sempre più marcata a vedere il mondo come un grande palco, su cui arrivare anche a costo di prostituirsi e su cui esibirsi fino a strappare l’applauso di un pubblico qualunque, anche degradato e incolto.
Il prof. Aragno sa guardare lontano, oltre la notte in cui tutte le vacche sono nere, oltre la notte della Repubblica, oltre la notte in cui i mostri approfittano del sonno della Ragione, oltre la nottata… La nottata passerà o la faremo passare, come dice De Gregori; l’irragionevolezza e l’abuso, il malaffare e l’inganno, l’intrigo e l’ignoranza prima o poi collasseranno, faranno passi falsi, imploderanno, si esauriranno e qualcuno tornerà a raccogliere i cocci, a perdonare, a ricucire, a rassettare la casa comune, a renderla di nuovo accogliente e di nuovo ospitale. Non vinceremo subito, ma vinceremo, dice il prof., concludendo. Ci risuona e vibra nell’intimo, la frase, confortante come la promessa divina della resurrezione. Qualcuno corre a scriverla, in celeste, sul cartellone bristol. Grazie al prof., siamo tutti predisposti al canto, alla gioia. Prima, facciamo un’incursione birichina nel cortile di una scuola media vicina e cerchiamo di stanare i professori di ruolo che hanno iniziato le attività stamattina, e che si infrattano, come se fossimo davvero dei terroristi che vogliano attentare alla loro incolumità… Assurdo!
Da Somma Vesuviana arrivano musicisti esperti, con tamburelli larghi, vasti, rotanti, e con la piccola Gaia, piena di riccioli, che danza e scappa qua e là, rincorrendo un pallone arancione. Inizia la musica sempre uguale e mai stancante della tammorra, il ritmo coinvolgente; impossibile stare fermi, non schioccare almeno le dita…
Continuo a volantinare e a controinformare, battendo le mani e i piedi in terra, di tanto in tanto. La mia mente viene occupata automaticamente da un’ immagine: quella del mosaico pompeiano che ritrae un attore comico nell’atto di sollevare un tamburello identico a quello che vedo in mano alla banda qui in piazza. Più di 2000 anni di continuità identitaria, di ritmo popolano, di passi di danza calibrati e lenti, sempre uguali, seducenti e sfrontati… Mariella, la nostra “gitana”, sussume, nel danzare, la grazia di 2000 anni di femminilità mediterranea e starla a guardare è un vero piacere, mentre Roberta ha un modo antico e misterioso di battere le mani, a braccia alzate, una mano ferma e l’altra che va a raggiungerla producendo il battito, come se l’Afrodite in Conchiglia del famoso dipinto pompeiano avesse suggerito a lei sola, in un sussurro, la giusta e secolare movenza… Giuseppe sta dinto ‘o sujo, come si dice, e si sfrena, filmando e zompando… La gente si raccoglie: mi si illividiscono le mani a gonfiare palloncini lunghi, di quelli che usano gli animatori, perché pure il gonfiatore fa resistenza dura, come noi, e perché i piccoli non solo sono esigenti, ma vanno pure ‘e pressa!
La gente pare riconoscere quei ritmi come propri, li apprezza, li fa suoi, li vive come peculiare e tipizzato genere di espressione, come sigillo del Sud. I precari fanno anche questo: sollevano uno specchio davanti agli occhi dei napoletani, uno specchio magico, nel quale si vedono le maschere antiche dell’Atellana sovrapposte alle facce dei cittadini d’oggi.
Si fa sera, sera dolce e calda. Qualcuno prende il microfono e ci soffia dentro. Il soffio arriva alle orecchie disturbante, offensivo: nega la validità della lotta che stiamo conducendo, dice che siamo in pochi, che non abbiamo il coraggio di “osare” di più. Condisce il tutto con parolacce ed espressioni volgari, che dovrebbero essere garanzia di “trasgressione”… una vecchia storia, un vecchio equivoco, che contribuisco a dissipare ogni volta che vedo qualche studente cascarci…
Mi dicono che a parlare è un musicista. Mi domando perché faccia un comizio anziché cantare e suonare. Mi attraversa la mente, in un lampo, l’attacco di una canzone di De Gregori: CARNE DI PAPPAGALLO, NON NE VOGLIAMO MANGIARE PIU’, SIGNOR PADRONE, SIGNOR PADRONE!…
Ecco… penso fra me, mentre l’altro continua a latrare nel microfono e a parlare di cose che non conosce, di cose che non sa, perché non c’era, lui, sotto il sole di Messina, perché non c’era, lui, accanto all’ambulanza che portava via Giacomo sfinito dal digiuno, perché non c’era, lui, nella notte lunga, sotto il gazebo, davanti al provveditorato, che se De Gregori fosse venuto in piazza del Gesù, se fosse venuto a trovarci lui, non avrebbe parlato, giudicato, sentenziato… Avrebbe semplicemente preso il microfono e, dopo qualche accordo, avrebbe cantato: CARNE DI PAPPAGALLO, NON NE VOGLIAMO MANGIARE PIU’, SIGNOR PADRONE, SIGNOR PADRONE! … Oppure avrebbe commosso e corroborato la platea, ripetendo: SEMPRE E PER SEMPRE, DALLA STESSA PARTE, MI TROVERAI!…
Un artista parla attraverso l’arte sua. Scioglie in colori e suoni il suo messaggio. Non arringa le folle e non dà suggerimenti che nessuno gli chiede.
Quanto poi alla natura dei suggerimenti che ci sono stati dati, all’invito, sostanzialmente, a fare qualcosa di illegale, eversivo o violento, credo di poter rispondere, a nome di tutti i miei amici, che noi siamo di quelli che, quando la storia si fa tanto dura da pretendere di essere scritta col sangue, preferiamo versare il nostro fino all’ultima goccia piuttosto che versare una sola goccia di quello dell’avversario.

I precari che fecero l’impresa, di Marcella Raiola

Il ritorno dell’agorà: lo “sbarco” a Messina dei precari del Sud, tra rivendicazioni di categoria e contestazione politica a più ampio raggio.

di Marcella Raiola

E’ quasi l’una di notte. Sono a casa e guardo la stanza, le mie pantofole, il biglietto del treno di ritorno dal sit-in di Roma dell’8 settembre lasciato sul comodino. Guardo tutto come stranita e quasi non riesco a credere che solo 8 ore fa ero a Messina, sullo Stretto, a far vorticare per aria, sui binari occupati della stazione, la bandiera del Coordinamento Precari della Scuola di Napoli, alla stregua dei mulinelli, ipnotici e allegri come giri di tarantella, che si ammirano dal traghetto che porta da Villa S. Giovanni a Messina, frutto dell’incontro tra correnti concordi e d’accordo, nel ridere come nel punire, poste dalla natura a fronteggiarsi, a venirsi incontro, come i precari siciliani e quelli del Sud “continentale”, sbarcati sull’isola per rinforzare quella parte dello Stivale che sopporta il peso maggiore del faticoso viaggio del paese verso il progresso, verso la felicità.
Suola, punta e tacco, il Sud: la parte senza fronzoli, strutturale, la parte “sporca”, che tocca il suolo, la parte che si consuma e che deve resistere, la parte che ha la brutta ventura di finire sulla merda o il privilegio di toccare la rugiada sull’erba, al mattino, la parte con cui si dànno calci in culo agli arroganti e nelle palle a chi tenta di violare, barare, contaminare; la parte che, quando si buca, si scolla o si rompe, costringe a fermarsi, a riparare il danno…
A mezzanotte di sabato, il pullman s’era materializzato davanti alla spirale del parcheggio Brin, togliendoci ogni titubanza, ogni alibi. Da Benevento, Caserta, Napoli, docenti, tecnici e simpaticissimi simpatizzanti, più Giuliana Lilli, in sciopero della fame, già conosciuta a Roma, l’8 settembre. Diafanizzata dallo sforzo, ma agile e cordiale, ha fatto e posto a noi e a se stessa tante domande, ci ha chiesto di raccontarle della nostra quotidianità, delle nostre cittadine, dei nostri quartieri… E’ una documentarista della vita.
Tutti a bordo. Qualche battuta, qualche notizia, qualche esecrazione delle ultime patetiche e oltraggiose “uscite” sul Sud dell’inqualificabile Brunetta; poi, il silenzio, il buio e la monotonia dei chilometri da macinare, cercando la posizione meno fastidiosa e meno spaccaossa sui sedili scomodi e troppo ravvicinati del pullman.
Ho cercato di concentrarmi sulla parodia di una canzonetta in funzione antigelmini, che necessitava di “limature”, ma la testa era svuotata dal buio, dalle gallerie, dalle buche e dalle cunette della strada. Daniele ha parlato in modo suadente e fluido fino a notte alta; ha parlato di tabù come l’uguaglianza o il diritto alla felicità, e pareva che avesse la ricetta per semplificarne la ricerca, la conquista. Ha convinto Diego e me che si può “ripensare” l’ordine intero delle cose, che non siamo costretti ad accettare quel che c’è, che cambiare tutto è strumentalmente facile come l’uovo di Colombo e solo psicologicamente difficoltoso, come far acclimatare un anziano in un’altra città…
Ero entrata in uno stato di dormiveglia inquieto e ottundente. Verso le sei di mattina, avevo iniziato a distinguere qualcosa, a sentire la dolcezza del viaggio e a vedere le sagome degli amici ciondolanti, messaggianti o addormentati. Mi sentivo protetta e contenta. Quando il pullman aveva frenato per un istante, avevo provato un dispiacere, un rammarico strano, subito sparito col rumore della ripresa del motore: il viaggio non era ancora finito, per fortuna; potevo godermi ancora l’appagante sensazione di essere proiettata verso un eccitante ignoto in compagnia di amici fidati, su cui posso contare e che contano su di me, riconoscendomi un ruolo (mentre lo Stato continua a negarmelo!!!)…
Alle 7, il giorno si era presentato con la faccia blu cobalto del mare e con le case sgarrupate di Villa S. Giovanni. Lo splendore del mare contrastava con lo squallore delle case, con i cipressi dei molti cimiteri, con il dissesto delle colline a strapiombo, che sembrava volessero franare da un istante all’altro. L’antropizzazione di questa terra, piena di gru spettrali e di cemento stonato, mi è parsa una sfida lanciata come un guanto in faccia a un territorio che non prevedeva né intende tollerare la presenza umana. Mi è venuta in mente solo la parola “sfregio”, a guardare intorno, e mi sono sentita tradita dal paesaggio, che avrei voluto e che mi aspettavo oleograficamente mediterraneo e opulento, serenante e quieto, fichidindia e palme, cicale e marzapane.
Domenica 12, ore 9,30. Sbarchiamo dal traghetto pieni di bandiere, striscioni e voglia di gridare. Due ore di attesa; tensione. I poliziotti arrivano. Una camionetta, due, tre. Comincio a sentirmi oltraggiata di nuovo. Perché di nuovo sono trattata da “problema di ordine pubblico”, mentre dovrebbe esser riconosciuto tale, e in misura molto maggiore, chi mi ha costretto a venire fin qui, chi umilia il paese con proscinesi degradanti ai più laidi tra i tiranni del mondo.
Scrivo un altro cartello. Ne avevo già preparati due, grandi. Ci si muove verso piazza Cairoli. Resto ad attendere delle colleghe lucane che si sono attardate e perdo il gruppo. Quando arriviamo in piazza, c’è un mare di gente urlante. Non trovo i “miei”, ma vedo una piccina accoccolata accanto a una panchina, in mezzo alla piazza, con una bottiglia di birra raccolta da terra e il tappo in mano. La accosta pericolosamente alla bocca. Mi precipito, prendo bottiglia e tappo e le dico: “No, no… non si fa… è sporco!”… Un anziano signore dice, in siciliano stretto, qualcosa del tipo: “Ma unnè ‘u pati ?” Mi sorprende che non abbia detto “la madre”. Forse perché è domenica, e la domenica la vigilanza “all’esterno” spetta a “lu pati”…
“Lu pati”, comunque, arriva e prende la bimba senza dirmi nulla. Io corro finalmente verso il corteo e l’attraverso tutto. Ma i “miei” sono già avanti, già hanno fatto il giro, audacissimi, e stanno già prendendo spintonate e gomitate dai poliziotti in tenuta anti-sommossa. “Sommossa”, infatti, viene chiamata, la rivendicazione del diritto al lavoro e del diritto allo studio anche per i figli di questi poliziotti, che un po’ sono imbarazzati e un po’ protestano di dover fare il loro dovere… Arrivo al porto, nello spiazzo da cui eravamo partiti. C’è gente e un cordone di polizia. I miei “referenti”, con il megafono, forzano la mano, guidano sapientemente i pivelli delle occupazioni e gli iniziandi alla resistenza attiva.
Ci sono almeno 50 gradi di calore percepito. SEDETEVI TUTTI! SEDIAMOCI! DA QUI NON CE NE ANDREMO! Mi siedo e inizio a scandire tutti gli slogan. Non c’è odio. “Dignità”, “Scuola Pubblica”, “Lotta”, “Istruzione”, “Stato”, sono le parole che più ricorrono.
Lo Stato, LO STATO… Lo Stato come concetto, come entità astratta, come comune obiettivo di crescita, di affrancamento dall’ignoranza, dalla paura… Ecco quello che sentiamo minacciato pesantemente: il concetto, la concettualizzazione come atto mentale. Brunetta, Gelmini e gente consimile sono stati piazzati in posti nevralgici per compiere questa missione: indurre il popolo a detestare e infamare chi concettualizza, chi indica alla gente – ai ragazzi, soprattutto -, quel che è al di là del presente, del corporeo, del visibile, del palpabile (nel senso più squallido e volgare del termine).
Uccidere il pensabile, chiudere il cerchio delle definizioni, limitarlo a quel che loro riescono a capire e vedere… L’assillo, insomma, di tutti i violenti: ridurre il mondo al loro livello di comprensibilità invece di allargare la mente per accogliere a poco a poco e umilmente l’incomprensibile o l’opinabile… Quando riescono, è dittatura, è schiavitù, è oppressione.
Mi copro col cartellone anche per difendermi dal caldo. La terra brucia, la gente è tantissima; le facce sono esaltate, felici per l’afflusso, per la solidarietà, per l’abbraccio che avvolge tutto lo Stretto, l’abbraccio degli onesti che non ce la fanno più, l’abbraccio di chi vuol difendere l’ultimo brandello di decenza e legalità. Arriva la stampa “up”; si decide per l’occupazione dei binari della vicina stazione. Sono passate ore. Mi muovo verso i binari e mi lascio andare al calore, senza combatterlo più. Mi squagli pure. Mi lascerò squagliare.
In questa disposizione, suggerisco slogan e li scandisco con rinnovata forza. Due sconosciute colleghe, una di Catania e l’altra di Palermo, si avvicinano, mi abbracciano ai fianchi e chiedono a un ragazzo di far loro una foto con “la napoletana”. Mi metto in posa pensando alla faccia terribilmente sfatta e brutta che devo avere in quel momento… Poco male. E’ una faccia che lotta, in ogni caso, una faccia che non si nega, che si espone per responsabilità verso il paese, gli studenti… E gli studenti CI SONO! Portano uno striscione, e nel loro slogan invitano alla lotta unitaria. Mi sento molto consolata da questa presenza; li guardo con materna e fraterna commozione. Una collega dice: “Se i nostri studenti ci vedessero, sarebbero fieri di noi perché abbiamo difeso la loro scuola”… Dà voce a un pensiero che ci attraversa tutti.
Arriva la notizia che, se continueremo a occupare i binari, denunceranno quelli che hanno chiesto le autorizzazioni per la manifestazione. Sono amici. Allora ci spostiamo, al grido: SE IL POPOLO E’ SOVRANO, BUTTIAMO FUORI IL NANO!…
La nostra coordinatrice, che saprebbe far sentire felicemente integrati in un gruppo anche Robinson Crusoe, Brontolo e il guardiano di un faro, rivolge un tattile e corposo saluto ai siciliani, applaudendo: “Napoli se ne va!… GRAZIE!” Grazie, sì, per “l’ospitalità”, per aver offerto il prestigioso teatro della lotta, per aver animato il tutto… L’applauso si fa reciproco e scattano gli abbracci. Tratteniamo a stento lacrime di fierezza e commozione. Abbraccio anche Giacomo Russo, che mi riconosce; ha recuperato un po’ di peso e di forze ed è lì, a casa sua, sotto il suo sole, a guardare soddisfatto un’opera di cui può legittimamente sentirsi un po’ padre…
All’Autogrill, nella serata, tiriamo le somme. Sentiamo tutti che l’ampiezza e risonanza della manifestazione sono state superiori a quelle finora riscosse. Concordiamo sul fatto che è importante continuare ad additare alla gente l’agorà, la piazza cittadina fulcro della decisione collettiva, come modo alternativo di intendere la città, purtroppo ridotta a “centro di servizi”. Soprattutto, conveniamo nel ritenere che la valenza politica di questa occupazione duplice e duratura, che ha visto partecipi 4000 individui circa, è molto forte e attesta la vitalità ideologica e morale del Sud, più stanco, più vittimizzato, più colto, più analitico più “teoretico” del resto del paese. Uso, nel discutere, la parola “riscatto”, per inerzia, ma nel pullman mi accorgo che è stereotipata. Il Sud non vuole “riscatto”, ma ascolto. Si’, perché ci siamo abituati a percepirci come ci percepiscono e dipingono i leghisti, a difenderci dai pregiudizi “nordisti” al punto tale da incamerarli, stanarli e ucciderli in noi stessi… Invece, oggi abbiamo dimostrato che di pregiudizi, appunto, si tratta, e che tutto il buono che abbiamo non viene valorizzato né “partecipato”, nella misura in cui, parallelamente, non viene denunciato come pericoloso e degradante quanto di mostruoso cova in seno alle belle contrade del Nord Italia, infettate dagli sporchi tentacoli di una più defilata ma non meno ingombrante Gomorra, dalla malasanità che “obietta” solo nel pubblico, dal razzismo e dall’integralismo fanatico dei leghisti analfabeti.
Sul traghetto del ritorno, mi fanno notare che ho qualcosa sulle scarpe e sui jeans… “Lo so, lo so”, dico a Susi, ma non viene via… Se provo a tirare, il rivestimento della scarpa tiene dietro! Si tratta di un’erba fatta di spighe verdi piene di setole dure e appiccicose, che penetrano nelle fibre e non si staccano… Erano sui binari. Ne ho fatto il pieno. Non mi disturbano, nella disposizione d’animo in cui mi trovo. Penso, con compiacimento letterario scemo, che la Sicilia abbia voluto restarmi attaccata addosso in forma di spiga immatura e puntuta, che si insinua e che strappa le inibizioni e le convenzioni… Ne ho tenuta anche una intera, di quelle spighe. La cerco in borsa e la mostro a Susi. Viene con me, in borsa, la Sicilia, caldissima e in fieri, la Sicilia sintesi del Sud, contesa tra sfida e oltraggio, quasi laboratorio di umanità, che chiede di portare a termine lo scempio o di provare a tramutarla nel paradiso che lascia intravedere…
Noi, oggi, abbiamo aperto uno squarcio nella cappa di rassegnazione e remissione del paese tutto, partendo da qui, dai monumenti alla follia che costellano il nostro percorso, decine e decine di tunnel ciechi e terrificanti e decine di pilastroni di cemento enormi, agghiaccianti, che spuntano da forre profonde straripanti di verde, come fissero già dei relitti…
Mai come in questo paesaggio scempiato, così “imperfetto” e in attesa di definizione, la nostra opzione per il paradiso è risuonata e apparsa più giusta e convincente.