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Lettera aperta All’On. Ministro dell’Istruzione Prof.ssa Maria Chiara Carrozza

Questa lettera è stata appena spedita al Ministro Maria Chiara Carrozza, per ricordarle che in Italia, benché si sostenga da più parti e da molto tempo di voler segnare l’avvio di un corso contrario, concetti come “merito” e “competenze” sono demagogici e strumentali. Infatti, mentre anche a livello istituzionale si propongono le riforme o le semplici scelte politiche riguardanti il mondo della cultura, della ricerca e dell’istruzione, che millantano la valorizzazione del merito appunto, all’atto pratico il MIUR, in modo sommerso e poco accessibile all’opinione pubblica, disperde risorse umane che, tra l’altro, ha contribuito a formare. Si tratta, nello specifico, dei Dottori di Ricerca che, come non è noto ai nostri politici, sono studiosi studiosi con una formazione scientifica di altissimo livello, corrispondente al più alto grado di istruzione universitaria, accreditata in tutti i Paesi del mondo, spesso con numerose pubblicazioni scientifiche all’attivo, ma che nel nostro Paese non possono contare su un adeguato riconoscimento, neanche ai fini dell’insegnamento.

All’On. Ministro dell’Istruzione Prof.ssa Maria Chiara Carrozza

Con la pubblicazione del decreto Miur 10 settembre 2010, n. 249, in G.U.R.I. 31 gennaio 2011, n. 24, suppl. ord. n. 23, che definisce e disciplina i requisiti e le modalità della formazione iniziale degli insegnanti, è stato previsto che tutti i dottori di ricerca, tutti gli assegnisti di ricerca con anni di servizio presso le università italiane, si sottopongano assieme ai neo-laureati, ad una triplice selezione, per poter accedere ad un corso di formazione iniziale per insegnanti, anche nel caso paradossale che questi studiosi abbiano già maturato anni e anni di docenza nella scuola e che abbiano numerose pubblicazioni scientifiche negli stessi ambiti disciplinari per i quali li si vorrebbe formare. Questo che consideriamo frutto di scelte del tutto sconsiderate prese dal Miur durante le gestioni precedenti ha portato moltissimi dottori di ricerca e assegnisti di ricerca italiani ad aprire un importante contenzioso con l’Amministrazione.

Ora, è noto che il titolo di dottore di ricerca è una qualifica professionale coerente con le definizioni adottate in ambito comunitario, ed è requisito preferenziale per il conferimento da parte delle università di incarichi di docenza o di contratti di ricerca. Quest’ultimi infatti, come ben precisa una nota ministeriale del 12 marzo 1998, protocollo n. 523 (che richiama l’art. 51, comma 6, della legge 27 dicembre 1997, n. 449) non sono attivabili “con neo-laureati privi di ulteriori titoli di formazione alla ricerca o di documentata ed idonea esperienza per attività di ricerca già svolta, ovvero di curriculum scientifico-professionale adeguato”. Lo conferma nuovamente l’art. 1, comma 10 della L. n. 230/2005, che afferma che “sulla base delle proprie esigenze didattiche e nell’ambito delle relative disponibilità di bilancio, previo espletamento di procedure […] che assicurino la valutazione comparativa dei candidati e la pubblicità degli atti, le università possono conferire incarichi di insegnamento gratuiti o retribuiti, anche pluriennali, nei corsi di studio […] a soggetti italiani e stranieri, in possesso di adeguati requisiti scientifici e professionali […] e a soggetti incaricati all’interno di strutture universitarie che abbiano svolto adeguata attività di ricerca debitamente documentata”.

Senza tenere adeguatamente conto di questi dati, il citato decreto M.I.U.R. 10 settembre 2010, n. 249, dissipando con un’ottusità inaccettabile un fondamentale capitale umano, equipara invece i dottori di ricerca italiani e anche tutti coloro che dopo aver conseguito questo titolo hanno svolto per anni attività di ricerca scientifica sulla base di rapporti di lavoro a tempo determinato (costituiti ai sensi dell’art. 51, comma 6 della legge 27 dicembre 1997, n. 449, ovvero dell’art. 1, comma 14, della legge 4 novembre 2005, n. 230), a dei neo-laureati, obbligandoli a sottoporsi ad un test a crocette, ad una successiva prova scritta e infine ad un esame orale, al fine di accertare le loro “conoscenze disciplinari”, affinché possano accedere ad un corso di “formazione iniziale” per insegnanti nelle scuole secondarie di primo e secondo grado (scuole medie e superiori).

E tutto ciò calpestando la Direttiva 36/2005/CEE (recepita nel nostro Paese con il D.Lvo 9 novembre 2007 n. 206, che prevede che l’esperienza professionale, intesa quale “esercizio effettivo e legittimo della professione in questione in uno Stato membro” (cfr. art. 3, lett. f), sia “assimila[ta] a un titolo di formazione” purché questa sia pari o superiore ai tre anni. E infatti, molti docenti comunitari con diplomi di laurea esattamente equivalenti a quelli italiani, ma con tre anni di esperienza di insegnamento, sono stati con numerosi decreti dichiarati abilitati dal Miur a svolgere la professione di docente in Italia, scavalcano puntualmente tutti i docenti e tutti i dottori di ricerca italiani anche con una pluriennale esperienza di insegnamento.1

Paradossale è, anche, che tale Direttiva sia richiamata nella modifica al decreto Miur 10 settembre 2010, n. 249, con cui si istituiranno i TFA speciali e che, come il regolamento stesso, non contempla un trattamento adeguato all’alto profilo proprio dei Dottori di Ricerca che dovranno, in base ai decreti attuativi relativi ancora non ufficiali, sottoporsi ad un test di cultura generale per accedere ad un corso di formazione, concluso il quale potranno unicamente svolgere la professione di “docente” esattamente come stanno già facendo da anni.

Non prevedere che studiosi con una formazione scientifica di altissimo livello corrispondente al più alto grado di istruzione universitaria riconosciuta in tutti i Paesi del mondo, spesso con numerose pubblicazioni scientifiche all’attivo, accedano attraverso un canale preferenziale ai ruoli nella scuola è molto grave. Ma permettere che questi studiosi, anche in quei casi in cui abbiano già maturato numerosi anni di esperienza come docenti nelle scuole italiane, direttamente alle dipendenze del Miur, siano ingiustamente scavalcati da docenti con il solo diploma di laurea che arrivano in Italia da altri Paesi della UE, è iniquo e del tutto inaccettabile per un paese civile.

Roma 13 Maggio 2013

Valeria Bruccola e Luca Sartorello

1 Cfr. i Decreti del Miur del 18 novembre 2005, 11 e 28 febbraio 2006, 20 marzo e 14 aprile 2007,17 gennaio e 25 luglio 2011, tutti pubblicati in G.U.R.I., dove ‘semplici’ diplomi di laurea associati ad una esperienza d’insegnamento (con chiamata diretta a seguito di un colloquio) vengono dichiarati titolo abilitante.


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La scuola che non vogliamo – di Valeria Bruccola

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Il governo uscente, sulla scuola, è tutt’altro che dormiente: lavora con arroganza e sfrontatezza per ultimare il suo progetto scellerato e indicare le linee per il prossimo. Firma un decreto sulla valutazione del sistema scolastico nazionale e propone di ridurre la durata delle scuole superiori di un anno. Straordinaria proposta, se si pensa che tale “progetto” si staglia sullo sfondo di un sistema scolastico allo sfascio, uno scenario universitario deprimente e in costante contrazione per il numero di iscrizioni e di laureati, sulla sempre più alta richiesta di specializzazione e di qualifica professionale avanzata dal mondo del lavoro. Non colpi di coda, ma colpi di scure! Altro che spallate elettorali e prospettive di cambiamento: ci attendono battaglie durissime e, secondo me, il peggio deve ancora venire! E tutto, favorito da un buon 60/70 % degli italiani che ancora si ostina a sostenere, implicitamente, queste politiche! Ma che futuro hanno immaginato gli italiani per il loro Paese? Offuscati e rimbambiti da una campagna elettorale totalmente sbilanciata e oltraggiosa per toni che hanno caratterizzato un dibattito vuoto e deprimente, dobbiamo persino subire che il MIUR, attraverso il suo illustre Ministro Profumo, abbia divulgato, il 6 marzo scorso, le “Nuove Indicazioni nazionali per il Curricolo della Scuola di base” ennesimo contenitore vuoto e demagogico, pensato a costo zero, visto che non è accompagnato da nessun investimento per la scuola pubblica che di tutto avrebbe bisogno fuorché di indicazioni scontate e che offendono la professionalità dei docenti italiani.
Ma la scuola, dopo qualche protesta fatta all’indomani delle illegittime proposte del governo uscente relative all’aumento dell’orario di lavoro dei docenti, che fine ha fatto? Chi la difenderà?
I cambiamenti, è vero, dovrebbero procedere dal basso, ma dovrebbe essere spezzata la logica clientelare che ha determinato, anche nell’ultima tornata elettorale, un risultato avvilente quanto sconcertante che ha premiato, pur nella perdita generale di consensi, l’affermazione delle stesse compagini politiche che hanno sostenuto il governo Monti e la cui ideologia sulla scuola pubblica era già stata palesata ampiamente.
E mentre in Parlamento a fatica si cercano i giusti equilibri per assicurare al Paese il clima adeguato a uscire dall’empasse post elettorale, il MIUR prosegue nei suoi programmi che, negli ultimi giorni hanno visto una sorta di impennata, forse con la volontà di non lasciare qualcosa di incompiuto. Il peggio è, che tutte “geniali” innovazioni si stagliano su una quadro tutt’altro che rassicurante, nel quale emergono contraddizioni di ogni genere e di una tale gravità che ben si concilia con la visione a dir poco miope che ormai caratterizza questo dicastero.
Per fare solo qualche esempio, come concilierà, il MIUR l’autonomia con il promesso sistema di Valutazione nazionale, che ricade su una scuola svilita, deprivata, in cui gli insegnati dovrebbero lavorare in assenza di risorse? Che senso avrà prevedere l’autovalutazione, se questa sarà imbrigliata in “un fascicolo elettronico di dati messi a disposizione dalle banche dati del sistema informativo del Ministero dell’istruzione (“Scuola in chiaro”), dell’ INVALSI e delle stesse istituzioni scolastiche, […] secondo un format elettronico predisposto dall’Invalsi e con la predisposizione di un piano di miglioramento”? Dov’è questo piano di miglioramento? Forse avremmo dovuto già averne uno, se i due ultimi ministri hanno sentito il dovere di “mettersi in cattedra”, insieme al Ministro Monti, per sentenziare sulla scarsa competenza dei docenti italiani, sulla loro irresponsabilità, sulla scarsa competitività del sistema scolastico italiano rispetto al quadro europeo. Asserzioni demagogiche quanto mistificanti, perché nascondono sotto un vergognoso tappeto, i veri gravi problemi della scuola e dei docenti italiani, costretti da anni a fare i conti con tagli economici indiscriminati e irrazionali che hanno impoverito il sistema e reso ingestibili i contesti scolastici inseriti nelle realtà più problematiche del Paese. Aumenta la dispersione scolastica, aumenta il bornout tra i docenti, si vorrebbe aumentare il numero delle ore di insegnamento a parità di stipendio, già al di sotto della media europea, diminuiscono gli iscritti alle università, i laureati… Quanto dobbiamo ancora vedere prima di risalire la china? E negli ultimi giorni, si è diffusa persino una notizia secondo la quale si vorrebbe sperimentare, in nome di una oggettività senza criteri, la correzione dei compiti di una classe da parte dei docenti di un’altra! Ma quale oggettività andiamo rincorrendo? Che ne è delle grandi acquisizioni in ambito pedagogico secondo le quali la scuola deve valorizzare la soggettività, il percorso individuale, la personalità e le inclinazioni di ciascun alunno? Ragioni sicuramente sufficienti a desiderare di porre un rimedio urgente al progressivo inarrestabile declino della scuola pubblica, avviato e promesso, investendo dapprima, poi innovando gradualmente. Se non si riqualifica l’insegnamento e non si posiziona nuovamente al centro del momento educativo la relazione docente/discente, nulla potrà essere fatto e potrà produrre risultati apprezzabili. E’ evidente che chi ha avuto le “grandi idee” appena accennate, di scuola, di insegnamento, di pedagogia non ne sappia nulla!
Interdetti e increduli, molti docenti stanno manifestando in più sedi il loro dissenso, ma non basta. Per quello che la scuola costituisce nella vita sociale e culturale del Paese, per l’importanza che ricopre nella crescita dell’individuo e della sua affermazione, non ritengo possibile che adattarsi alle circostanze. Anzi, penso sia opportuno incentivare e sostenere la spinta all’aggregazione e al coordinamento di tutti i soggetti interessati, non soltanto quindi degli insegnanti, visto che la scuola è un “bene comune”. Bisogna quindi riappropriarsi dell’obiettivo condiviso di ottenere che la scuola statale si riaffermi nel ruolo istituzionale che la Costituzione le attribuisce, organizzandoci in modo urgente per contrastare tutte le contraddittorie “innovazioni” che stanno per ricadere dall’alto sulla scuola, senza concertazione, senza interpellare le sue varie componenti, senza un reale studio di fattibilità ed una adeguata documentazione a sostegno.

Valeria Bruccola


Rivoluzione Civile e il suo impegno per la Scuola Pubblica

Scuola Magazine si rende disponibile a pubblicare i programmi e gli impegni per la scuola pubblica dei partiti e movimenti per le prossime elezioni politiche. La nostra mail è: ariapertalab@gmail.com. Iniziamo a pubblicare un intervento di Valeria Bruccola, insegnante precaria, candidata di Rivoluzione Civile per il Consiglio regionale del Lazio a Roma e Viterbo, candidata per la Camera dei Deputati nella provincia di Viterbo.

“Affermiamo il valore universale della scuola, dell’università e della ricerca pubbliche. Vogliamo garantire a tutte e tutti l’accesso ai saperi, perché solo così è possibile essere cittadine e cittadini liberi e consapevoli, recuperando il valore dell’art.3 della Costituzione, rendendo centrali formazione e ricerca. Vogliamo portare l’obbligo scolastico a 18 anni. Vanno ritirate le riforme Gelmini e il blocco degli organici imposto dalle ultime leggi finanziarie. E’ necessario accantonare definitivamente qualsiasi progetto di privatizzazione del sistema di istruzione e stabilizzare il personale precario”. Questo è l’obiettivo di massima che Rivoluzione Civile ha voluto precisare nel suo programma politico. Come otteniamo questo risultato? Provo a condensare il punti essenziali il mio pensiero nel quale scuola, università e ricerca si intrecciano, elementi inscindibili di un unico sistema con il quale si dovrebbe assicurare la crescita sociale e culturale del nostro Paese ma che sono stati deprivati del valore istituzionale e delle risorse di cui dovrebbero disporre per realizzare questo progetto.
Da alcuni anni, il nostro Paese ha disinvestito nel settore nevralgico che assicura lo sviluppo sociale e civile. Dobbiamo assolutamente cambiare questa tendenza, investendo non solo in risorse, aspetto già sostanziale ed indispensabile ma, soprattutto, individuando quale progetto sociale vogliamo perseguire. Riproporre il valore istituzionale della scuola, quindi, appare come il primo passo verso questa direzione.
A partire dal territorio e dal contesto scolastico reale (non quello teorico che sembra essere lo sfondo delle proposte di altri soggetti politici), è necessario di contribuire ad innescare un autentico cambiamento nell’approccio alle politiche scolastiche. Riteniamo sia urgente la necessità di istituire l’organico funzionale, ovvero un corpo docenti stabile e rispondente alle esigenze reali del sistema. Questo provvedimento prioritario è l’unico in grado di mantenere il servizio scolastico in parametri adeguati, sia in termini di continuità didattica che in ragione della necessità di garantire ai nostri figli quel giusto svolgimento della loro giornata scolastica. Adesso, senza remore, abbiamo abituato i bambini e i ragazzi alla precarietà generata dalla impossibilità economica e pratica delle scuole di nominare i supplenti.
Altro aspetto sul quale intendo spendere il mio impegno è nell’affermazione di un processo di autoaffermazione professionale dei docenti. Come docente ma anche come semplice cittadina sono indispettita dai provvedimenti “calati dall’alto” di chi crede di avere maggiori capacità e competenze degli addetti ai lavori, senza essere magari mai stato un solo giorno nelle aule di una scuola. Un reale confronto con gli attori del sistema scolastico ed universitario del nostro Paese è l’unico strumento dal quale partire per la razionalizzazione e la normalizzare del sistema stesso pieno di contraddizioni e disfunzioni. Sulla scuola, in particolar modo, sono ricadute tutta una serie di problematiche che non sono supportate né da politiche centrali adeguate né dalla possibilità di disporre, in linea con l’autonomia e con le specificità territoriali, degli strumenti economici, amministrativi e normativi per poter gestire tutte le attuali problematiche.
Sempre relativamente al mondo scolastico, un altro serio problema è legato ai criteri di composizione delle classi. È infatti necessario ristabilire in fretta il giusto rapporto numerico tra docente ed alunni, per permettere lo svolgimento della didattica e della prassi scolastica, compresa la valutazione e l’approfondimento disciplinare, attualmente impraticabili.
Mi farò promotrice principalmente del malessere che avverto nel sistema, a cominciare dalla demotivazione di nostri studenti e dalla scarsa considerazione che il sistema scolastico/universitario ricopre all’interno del sistema sociale e, ancor peggio, nell’opinione condivisa dalle famiglie, frutto degli attacchi mediatici e politici che scuola ed università hanno ricevuto persino dall’Amministrazione che li rappresenta, il MIUR. Inoltre, la scure dei tagli ha contribuito a far degenerare il sistema stesso, talvolta più simile ad un contesto aziendale che non ad uno strumento di sviluppo e crescita socioculturale. È proprio di stamattina una denuncia del CUN (Consiglio Universitario Nazionale) secondo la quale il sistema scolastico ed universitario del Paese è attraversato da una crisi drammatica, forse irreversibile. Le ragioni, in parte, sono state da me già accennate e sono inevitabilmente connesse alla scelta insensata e controproducente di considerare la scuola in termini “produttivi” ed economici per questo incidere negativamente sul sistema impoverendolo di risorse. Anche il CUN ha dovuto costatare come ciò in sostanza dipenda essenzialmente dalla irrazionale gestione delle risorse che la scuola ha dovuto subire.

Come trovare le risorse per attuare un’inversione di tendenza? Ripristinando una politica di gestione sana delle risorse pubbliche, altrimenti è inutile parlare di cambiamento. Il sistema scolastico/universitario inserito a sua volta nel sistema economico nazionale, dovrebbe risentire positivamente di una più adeguata destinazione delle risorse dello Stato.
La questione del reclutamento infine è una delle più delicate poiché su di essa intervengono numerose altre problematiche, come il diritto del lavoro e il diritto alla formazione. Impossibile non partire, per esporre questo problema dalla pratica indiscriminata e in progressivo aumento negli anni dello sfruttamento del precariato che è diventato sistemico nella pubblica amministrazione, nella scuola pubblica, nell’università e nella ricerca. Sempre per contenere i costi, ovviamente, in barba al diritto europeo e nazionale, al diritto alla stabilizzazione per i docenti, alla continuità per gli alunni, ecc. Ora, per risolvere in via definitiva questo annoso problema, fermo restando che un aumento delle risorse per questi settori sarebbe già un ottimo punto di partenza, si dovrà provvedere ad un piano organico e graduale di gestione delle risorse umane, che tenga anche conto delle legittime aspirazioni dei giovani ad ambire ad una affermazione anche in questi ambiti, attualmente scoraggiati dai numeri del precariato. Inoltre, in una prospettiva europea, i nostri giovani sono discriminati rispetto agli altri cittadini europei per via delle eccessive restrizioni per accedere alla formazione, visto lo sbarramento previsto per gli ingressi nel sistema formativo prima e in quello professionale poi, operato in ragione della paura che masse sempre più cospicue di precari possano poi premere sulle casse dello Stato.

Valeria Bruccola, insegnante precaria, candidata di Rivoluzione Civile per il Consiglio regionale del Lazio a Roma e Viterbo, candidata per la Camera dei Deputati nella provincia di Viterbo.

Abbandono scolastico: Sicilia peggio della media nazionale e lontana dall’obiettivo europeo

Il 25% dei ragazzi siciliani di 18-24 anni lascia gli studi dopo la scuola dell’obbligo. Lo sport può aiutare: l’ex arbitro Farina collabora al progetto Discobull presso l’Itcgt «Duca Abruzzi» di Palermo

Per la Sicilia è ancora un orizzonte lontano la convergenza verso il tasso medio nazionale di abbandoni precoci degli studi da parte dei giovani, pari al 18,2%, e soprattutto verso il traguardo europeo del 10% riproposto dalla Strategia Europa 2020. Anche se dagli ultimi dati emerge qualche segnale incoraggiante. La percentuale di ragazzi siciliani di 18-24 anni che possiedono la sola licenza media e che non sono inseriti in percorsi educativi diminuisce dal 26% del 2010 al 25% del 2011, confermando il trend decrescente degli ultimi anni. Contribuiscono al miglioramento dello scenario soprattutto le femmine, il cui tasso d’abbandono scende nello stesso periodo dal 22,6% al 21,3% (oltre un punto percentuale in meno). Tra i maschi la riduzione è meno accentuata e gli abbandoni precoci sono molto più frequenti: il 28,5% dei 18-24enni siciliani è fuori dai circuiti educativi pur avendo al massimo frequentato la scuola dell’obbligo, e tale quota ha subito una contrazione rispetto al 2010 di soli 0,8 punti percentuali.
Nonostante i miglioramenti, il dato siciliano è particolarmente preoccupante, perché si inserisce in un contesto economico e occupazionale tra i più deboli del nostro Paese e si manifesta nell’ormai noto fenomeno dei Neet (Not in Education, Employment or Training), ovvero i giovani di età compresa tra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano. Il dato sui Neet siciliani ha raggiunto livelli preoccupanti, attestandosi sul 35,7%. Con il protrarsi della crisi economica e l’aggravarsi delle condizioni occupazionali, tale valore sembra destinato ad aumentare, in assenza di interventi efficaci.
Ma la dispersione scolastica non è l’unico problema che la scuola e la società sono chiamate ad affrontare. I fenomeni di bullismo tra le aule scolastiche non sono da sottovalutare. Circa il 25% degli studenti delle scuole superiori è stato coinvolto in scontri fisici, spesso avvenuti tra le mura scolastiche. Secondo uno studio del Censis, circa il 50% delle famiglie italiane segnala prepotenze di diverso tipo (verbale, fisico, psicologico) all’interno delle classi della scuola secondaria superiore frequentate dai propri figli. Ma è difficile avere una misura esatta delle dimensioni del fenomeno, che spesso non viene denunciato dalle vittime ed è di difficile identificazione da parte di insegnanti e genitori. Diverse indagini condotte negli ultimi anni sottolineano come circa il 40% degli adolescenti ritenga di potersi difendere da solo da eventuali atti di prepotenza.
All’interno di questo scenario si collocano le attività del progetto «Abbandono scolastico e bullismo: quali rischi tra i giovani?» (Discobull), promosso dal Ministero dell’Interno nell’ambito del Pon Sicurezza, Obiettivo Convergenza 2007-2013. L’intervento si svolge in nove istituti scolastici delle quattro Regioni dell’Obiettivo Convergenza (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) e offre servizi di formazione, ascolto e sostegno, recupero e aiuto allo studio a studenti, famiglie, docenti, proponendo laboratori e progetti che adottano modalità attive e coinvolgenti. Il progetto è realizzato da un raggruppamento composto dal Censis (capofila) e da Iprs, Enaip, Csl e Stampa.
Da quest’anno il progetto si è avvalso della collaborazione dell’ex arbitro Stefano Farina, che ha attivato presso l’Istituto tecnico commerciale, geometri e turismo «Duca Abruzzi» di Palermo un laboratorio di formazione e riflessione che ha coinvolto studenti, genitori e insegnanti. L’obiettivo del laboratorio – che giunge oggi a conclusione ed è già stato ampiamente sperimentato in situazioni simili – è stato quello di utilizzare la pratica sportiva per attivare processi e stimolare cambiamenti che contribuiscano alla riduzione dei fenomeni del bullismo e della disgregazione sociale e al miglioramento della coesione, con particolare riguardo agli studenti e alle loro famiglie. Nel primo incontro dell’11 gennaio, con gli studenti sono state affrontate tematiche come il rispetto delle regole e la gestione delle relazioni e delle proprie capacità. Con i docenti e i genitori, invece, Farina ha affrontato il nodo della comunicazione, l’importanza dell’ascolto e della capacità di affrontare e risolvere prontamente i problemi. Domani si svolgerà la giornata conclusiva, dedicata alla sessione plenaria con tutti i partecipanti, che prevede anche la realizzazione di esercitazioni sportive finalizzate a sviluppare il gioco di squadra e a mettere in luce l’importanza del rispetto delle regole.
Per avere maggiori informazioni sul progetto è possibile consultare il sito web www.discobull.it, la pagina Facebook o inviare un’e-mail all’indirizzo info@discobull.it.

Docenti e formazione: La rivoluzione con il sorriso

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L’Acle, Associazione Culturale Linguistica Educational, ente di formazione accreditato dal MIUR, viste le esigue  risorse economiche e la mancanza di strumenti adeguati  per la formazione dei docenti, propone l’evento “LA RIVOLUZIONE COL SORRISO“: il cambiamento del sistema scolastico – dal basso – che  i docenti virtuosi possono effettuare.
L’obiettivo dell’associazione  è promuovere   “LA RIVOLUZIONE COL SORRISO” attraverso la condivisione di immagini e filmati  a costo zero,  realizzati dagli insegnanti  che attuano il miglioramento del sistema .
Pubblica il tuo contributo sulla pagina Facebook ACLE.
LA RIVOLUZIONE COL SORRISO necessita della massima divulgazione possibile per sostenere gli insegnanti più appassionati  ed  accendere l’entusiasmo e la creatività da portare nelle classi.
A  tale scopo vi invitiamo a leggere la LETTERA AI DOCENTI  allegata e a diffondere l’iniziativa, riportando stralci della lettera stessa o intervistando i responsabili dell’Acle.

Care e Cari Docenti,
è realistico pensare che, in un momento negativo come quello odierno, almeno una piccola percentuale di  colleghi si  stia  impegnando per favorire un cambiamento dal basso del sistema scolastico ?
E siete d’accordo sul fatto che gli esempi positivi possano sensibilizzare le persone? Se fate parte di questa percentuale, mostrateci il cambiamento che avete realizzato!
Come? Attraverso Facebook. Sulla pagina ACLE , infatti, potrete condividere le fotografie e i filmati – realizzati anche con un semplice cellulare – che attestino il vostro contributo “rivoluzionario”.
Alcuni esempi?
1.       I rapporti  umani  in classe: a volte un semplice sorriso o un gesto inaspettato da parte del docente può stimolare l’interesse e la crescita autonoma dell’alunno;
2.       l’arredamento dell’aula: poster, colori, posizione dei banchi, luci e un arredo vivace possono favorire il benessere del corpo e lo stimolo piacevole dei sensi;
3.       i rapporti con i genitori: più umani, improntati sulla collaborazione attiva meno istituzionale;
4.       la didattica divertente e coinvolgente, sia da un punto di vista fisico che emotivo, finalizzata al problem-solving: serve a fissare le informazioni nella memoria a lungo termine, a generare motivazione e  a stimolare le intelligenze multiple;
5.       l’uso di strumenti informatici: Youtube, Facebook e altre piattaforme digitali aiutano a stimolare la co-progettazione tra studenti e docenti;
6.       lezioni fuori dalla scuola: parchi, musei, aziende, ospedali, centri storici potrebbero fornire nuovi spunti di riflessione e apprendimento;
7.       il coinvolgimento di figure professionali esperte, delle forze dell’ordine, dei pensionati, volontari e genitori che possano arricchire il bagaglio culturale degli alunni;
8.       rapporti di cooperazione tra docenti, fondamentali per il buon funzionamento del sistema scuola;
9.     l’insegnamento visto come il sistema culturale, sociale, economico che rigenera la Nazione;
10.   la condivisione del cambiamento attraverso i media e con le forze politiche.
Vi ritrovate in qualcuno di questi esempi? Divulgatelo! Molti  colleghi si sentiranno sostenuti e si attiveranno  per condividere le proprie esperienze. Se si accenderà questa trasformazione, si creerà una opinione pubblica che domani potrà  portare al cambiamento culturale e legislativo  del sistema.
La scuola che abbiamo oggi è nata dalla rivoluzione industriale e dall’Italia rurale del dopoguerra. Oggi ci serve una scuola profondamente diversa: al passo con la cultura, con gli strumenti didattici e le possibilità offerte da una società sempre più globalizzata.
Se non lo facciamo noi ora, chi lo farà?
Prima ti ignoreranno. Poi ti derideranno.  Poi ti combatteranno .  …  e alla fine tu vincerai !!!”  Gandhi
Arrigo Speziali
ACLE – Associazione Culturale Linguistica Educational
Via Roma, 54 – 18038 San Remo (IM)

COMUNICATO DEI PRECARI UNITI CONTRO I TAGLI: DI PRECARIETA’ SI MUORE!

L’accanimento del mondo politico contro la scuola statale e in particolare contro i precari, umiliati, dopo i tagli feroci, dall’indizione demagogica di un concorso grottesco, e minacciati di definitivo licenziamento dall’ipotesi di aumento a 24 ore dell’orario dei docenti titolari, avanzata nel decreto di “stabilità” in spregio alla contrattazione democratica, ha generato un senso di avvilimento e di prostrazione cui la classe docente, offesa nelle sue prerogative e delusa nelle sue aspettative, sta reagendo con fermezza, assieme agli studenti, parimenti consci del furto che il poco lungimirante governo sta perpetrando ai danni del loro futuro e delle loro prospettive umane e professionali.
Non sempre, tuttavia, la solidarietà e la consapevolezza di lottare per la salvaguardia di principi costituzionali irrinunciabili e sacrosanti bastano ad esorcizzare l’angoscia.

Carmine Cerbera, insegnante precario napoletano di quasi 50 anni e padre di due figli, è tra quegli eterni supplenti mortificati ed esasperati che si sono lasciati sopraffare dallo sgomento e dal senso di impotenza che attanagliano in questo momento la Scuola, aggredita e vessata dallo sprezzante governo “tecnico” e vittima, per di più, delle speculazioni elettoralistiche di quei partiti che ne stanno ignobilmente avallando le inique deliberazioni (PD, PDL, UDC).

Questo nostro caro e sensibile collega, infatti, lasciando nella costernazione i parenti e i compagni con cui lottava per l’affermazione del diritto al lavoro stabile e dignitoso, si è tolto la vita, ieri, in preda ad una disperazione giustificabile e ben nota a chi è condannato alla precarietà, una disperazione imputabile anche a tutte quelle forze politiche che, sorde alla risentita e annosa denuncia dei docenti, si trastullano con consultazioni stucchevoli e confronti narcisistici tra aspiranti leader del nulla, i quali incarnano lo stesso vuoto di idee e di ideali, professano la stessa ipocrita partecipazione alla rabbia di chi rischia l’estromissione dal mondo del lavoro dopo decenni di attesa e di formazione, mentre dànno il benestare a un piano anticrisi che stronca i precari e premia i furbi, e propinano ai cittadini, per uscire dalla crisi, la stessa ricetta neoliberista che ha portato il paese al tracollo e che impone la fine dello stato sociale, la soppressione dei diritti, la cancellazione delle tutele conquistate con fatica e sacrificio dai lavoratori.

La morte paradossale di Carmine, docente precarizzato di Storia dell’Arte indotto al suicidio nel paese che detiene il 70% del patrimonio artistico e archeologico mondiale, è il più eloquente segnale della decadenza civile e culturale d’Italia, ed è il contrassegno più evidente del fallimento della politica dei tagli selvaggi, che riduce drammaticamente gli orizzonti di migliaia di docenti coscienziosi e impegnati, indegnamente rappresentati e trattati, dal governo dei “professori”, come manovalanza inutile e parassitaria.

I Precari Uniti contro i Tagli, profondamente scossi ma nient’affatto sorpresi dal gesto ultimativo ed emblematico del loro Collega, defunzionalizzato a partire dalla drastica riduzione delle ore destinate alle discipline che con passione insegnava, dopo essersi brillantemente diplomato all’Accademia di Belle Arti ed aver conseguito, poche settimane prima del suo terribile gesto, una laurea specialistica, comprendono intimamente, pur non potendo emotivamente ed umanamente approvarlo, il messaggio trasmesso da Carmine, che ha voluto rimarcare e additare l’interdipendenza di vita e dignità professionale, equiparando la negazione del lavoro stabile e garantito alla rapina dei presupposti essenziali del vivere.

Nel nome e in memoria del Collega, ucciso dall’estenuazione, dal lento logorio mentale e coscienziale che consuma il lavoratore privo di certezze e privato del suo ruolo, i Precari Uniti, nel chiedere nuovamente le dimissioni del ministro Profumo e del governo tutto, dichiarano che proseguiranno con rinnovata forza la loro azione di protesta contro provvedimenti insopportabilmente punitivi e ulteriormente penalizzanti, e annunciano che porteranno in tutte le piazze il loro grido di rabbia anche per quest’assurda ed evitabile morte, rivendicando il diritto al lavoro, rimarcando la centralità della Scuola pubblica, presidio di civiltà, e riconquistando per sé e per gli studenti, tra cui ci sono anche i figli di Carmine, oggi straziati dal dolore, la speranza di un domani plausibile, in un paese finalmente “normalizzato”.