Mobbing scolastico, di Marcella Raiola

Vorrei diffondere queste riflessioni ispiratemi dal vergognoso episodio di coercizione riferito nel “pezzo” stesso… Credo sia necessario parlare di quanto accade entro le mura scolastiche, dei mutati atteggiamenti dei dirigenti, per capire cosa si intenda quando si parla di “mutamento antropologico” o di “genocidio culturale” indotto dalla mercificazione dei saperi come dei corpi…

Suona alla porta una donna, maestra d’asilo. Siamo sullo stesso pianerottolo. Ha visto me e le mie sorelle crescere. Noi abbiamo visto lei e sua madre invecchiare. Le mancano pochi anni alla pensione e lavora in asili comunali di Napoli. Solo da pochissimo è di ruolo. Donna di fede profonda ma “adulta”, persona schiva ma cordiale, pudìca e discreta in misura tale da lasciare deliziati, in questi tempi di svergognata esposizione di sé a qualunque faro acceso, a qualunque prezzo, mi chiede, con le solite eccessive remore e porgendo troppe scuse, di controllare se sia stato o meno pubblicato un certo avviso che le interessa. Ha problemi a collegarsi ad Internet, in cui da poco ha imparato, profondendo lodevole impegno, a “navigare”.
Mi collego alla pagina del sito indicatomi, ma trovo anch’io delle difficoltà. Forse lo stanno aggiornando. Si siede accanto a me e intanto sopraggiunge mia sorella per gli intimi convenevoli non rituali, sinceri, dopo tanta condivisione di giorni, di funerali nostri e suoi, di malattie, di emergenze, di magnifici pomeriggi di antiche estati senza vacanze, passati sui nostri balconi vicini vicini, a bere orzata e menta, a chiacchierare, a lavorare d’uncinetto (lei era bravissima)…
Mentre traffico con la tastiera, l’amica deplora i tempi; dice che non vede l’ora di andare in pensione. Racconta un episodio accadutole in mattinata e che le era rimasto dentro, con ogni evidenza, come uno stiletto acuminato: il dirigente dell’asilo l’aveva convocata e le aveva proposto la frequenza di un “corsetto” di dodici ore, dico dodici, per conseguire un “titolo” che l’avrebbe abilitata ad assistere bambini con gravi handicap fisici. Ciò allo scopo, ormai prioritario, anzi unicamente perseguito, di risparmiare, e di risparmiare sulla forza-lavoro, sulle menti, sulle persone pronte a dare tutto il meglio, sulla componente più importante della formazione, dunque, come un dissennato consumatore che non rinunci alla borsa Vuitton ma faccia poi tagli di spesa sul cibo o sui libri necessari alla buona e sana crescita dei figli.
La vicina ci dice che lei non ha attitudine a lavorare con bimbi ciechi o affetti da altri mali, perché la cosa la prende al cuore, all’anima, perché non riuscirebbe a non piangere, a non sentirsi umanamente paralizzata.
Riprende il racconto e dice di aver rifiutato l’offerta, debitamente incentivata, perché riteneva che 12 ore non fossero sufficienti ad acquisire strumenti e informazioni utili a rendersi utili a bimbi con gravi problemi. Ed ecco che il dirigente era partito all’attacco: dapprima le aveva detto che altre colleghe, più “coraggiose”, palesemente meno infingarde e pigre di lei e, soprattutto, di lei non meno anziane (che non accampasse la scusa della stanchezza!) avevano accettato con entusiasmo e, quando lei, resistendo, aveva dichiarato che, ferme restando le rispettabili e insindacabili ragioni di ciascuno, a lei non pareva onesto millantare di poter aiutare un bimbo cieco ad orientarsi nel mondo dopo sole 12 ore di corso, il dirigente le aveva detto: “Lei è una FALLITA. Deve considerare questa sua rinuncia come un grave FALLIMENTO umano e professionale”…
Smetto di trafficare alla tastiera; col sangue che mi ribolle guardo la vicina di casa, stravolta e indignata, mentre, sospesa la parola, con volto crucciato e offeso si volge a mia sorella; mia sorella mi rimanda uno sguardo pieno di significati, di rabbia compressa, mentre pronuncia parole di biasimo e loda la vicina per il contegno, la fermezza e la dignità mostrate. La nostra amica, che è sempre stata molto franca e a cui l’età ha portato coraggio ancora maggiore, ci riferisce di aver ribattuto, in ultimo, dicendo: “No, direttore; non mi sento fallita; mi sento ONESTA”.
Ad entrambe scappa un liberatorio e vibrante: “BRAAVAA!”, che però non la consola. Resta lì, a scuotere la testa, con le mani giunte che oscillano davanti al mento in una sorta di preghiera antifrastica… “Come si fa?… Ma come si fa?”
La pagina internet si apre; il documento non c’è. Se ne va scusandosi; l’accompagnamo…
Che differenza c’è tra i procacciatori di puttane sempre fresche per il premier e i dirigenti che applicano una simile squallida strategia per obbligare, piegare, violentare, tramite ricatto morale, intimidazione e umiliazione, gente perbene e coscienziosa? Che differenza c’è tra lo stalker che perseguita la vittima credendosene “padrone” e questi “padroni” della scuola ormai messi in condizione di perseguitare, sbeffeggiare, vilipendere e oltraggiare chi vorrebbe fare il proprio dovere in condizioni dignitose e con serenità?
Da quanto ho dolorosamente udito e appreso, deduco due cose: la prima è che non occorre essere dialetticamente brillanti, politicizzati o appartenenti a enti e sindacati per dire “NO” all’indecenza: basta avere ONESTA’.
La seconda è che i dirigenti si confermano l’anello moralmente debole della catena gerarchica scolastica, i trasformisti più osceni e compiacenti di questa grande tragedia che è la progressiva polverizzazione del sistema di formazione pubblico.
Insultano gli insegnanti che non si piegano alla riconversione coatta, alla mercificazione del sapere e delle competenze, proprio come i procacciatori di prostitute, gli scherani degli “utilizzatori finali” di “escort” insultano chi osi denunciarne la sozzura o ribellarsi alla loro violenza; le pressioni psicologiche adoperate sono esattamente quelle che vediamo applicate dai servi e dai lacché di padroni sordidi e ributtanti nelle trasmissioni in TV: delegittimazione dell’avversario con urla da imbonitori; qualunquismo semplificante spacciato per “popolanità”, per trasparenza; attacco all’autostima dell’interlocutore; isolamento e umiliazione pubblica, collegiale, del “disobbediente”…
Mia sorella mi fa notare che forse questo stesso direttore recitava, fino a qualche anno fa, la parte del pater della familia scolastica allargata, devoluto allo scopo di salvaguardare “valori” che dovevano essere dalla scuola rilanciati in famiglia e in società per “correggere” le deviate impostazioni di entrambe…
Ci interroghiamo tutt’e due sulle cause della vergognosa inversione etica: soldi e potere hanno avuto il potere di modificare così tanto la facies dei dirigenti? Si sono “venduti” perché erano in attesa di un compratore generoso e lo hanno trovato? Si sono riconvertiti perché hanno provato l’ebbrezza dell’esercizio del potere arbitrario, la stolta fierezza di potersi anch’essi definire “manager”, o perché prefigurano la più goduriosa ebbrezza del licenziare a piacimento? Oppure si deve pensare che siano arrivati ai posti di comando solo i mediocri, quelli che hanno “brigato” per uscirsene dalle classi, nelle quali non amavano stare perché i ragazzi fanno troppe domande, per liberarsi del fastidio di dover studiare e analizzarsi per dare risposte ineludibili?
Non riusciamo a rispondere, così come la vicina non riesce a raccapezzarsi del mutamento così profondo di un sistema di cui credeva potessero mutare solo norme estrinseche di logistica e organizzazione, ma non mai finalità etiche, pedagogiche, non mai la “sostanza”, il cuore…
Ripensiamo a quel che ci ha detto la vicina, confidenzialmente, andando via: “Io ho pochi anni ancora davanti, ma mi dispiace pe’ chesti ‘ppovere guagliuncelle che tràseno mo’ “… Anche questo è segno, terribile cicatrice, anzi, dei nostri bui tempi: pensionandi non intristiti dalla loro imminente defunzionalizzazione, che non provano invidia per i giovani che subentrano, ma che li compiangono. Vae victis !

Marcella Raiola

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