Archivio mensile:dicembre 2010

Un corto sulla dislessia per la scuola

CATANIA – Dopo la presentazione ufficiale – avvenuta il 22 dicembre nella sala convegni del Palazzo della Cultura – il cortometraggio “In un mare di parole”, prodotto dall’Asp Catania – Unità operativa di Neuropsichiatria infantile – ideato da un testo di Marinella Laudani, coordinatrice del Gruppo DSA (Disturbi specifici di apprendimento), a gennaio inizierà il suo tour nelle scuole e nelle strutture sanitarie che ne faranno richiesta.

«Il corto – spiega il direttore dell’Azienda sanitaria provinciale Giuseppe Calaciura – ha come finalità quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla dislessia, fornendo spunti di riflessione e informazioni chiare su una problematica di cui oggi si parla tanto. La finalità dell’autrice del corto è quella di raccontare in immagini il disagio della famiglia, dei soggetti dislessici e della scuola che deve segnalare e individuare precocemente il disturbo e frequentemente non è nelle condizioni di poterlo fare. La recente normativa (legge 170 ottobre 2010) che regolamenta i diritti dei dislessici rende necessaria la formazione in particolare degli operatori scolastici i quali, anche se sensibili al problema, spesso non hanno gli strumenti per affrontarlo. Pertanto dopo una corretta diagnosi da parte dei servizi sanitari accreditati occorre costruire in sinergia con la scuola e le famiglie un percorso educativo didattico che consenta al dislessico una crescita equilibrata evitando di perdersi “in un mare di parole”».

Le scuole che vogliono aderire al progetto possono fare riferimento al Coordinamento del Gruppo Dislessia dell’Asp (referente Marinella Laudani) 0952545233.

14 – 22 Dicembre: dal dissenso al nonsenso – di Marcella Raiola

Il Dicembre di lotta e di frustrate speranze del Coordinamento Precari Scuola di Napoli, tra sgomento e rinnovata solidarietà.
di Marcella Raiola

“Questa è la più bella che abbiamo fatto”… Non ha avuto tentennamenti, la portavoce del Coordinamento dei precari della scuola di Napoli, da noi gratificata dell’appellativo di “capa” con scherzosa reverenza e stima autentica, nel giudicare in questo modo l’ultima manifestazione che abbiamo fatto, il 22 dicembre scorso, mentre al Senato burattini e burattinai, mercanti e mercantesse, vajasse e prostitute, squilibrate leghiste e squadristi in saldo, con la connivenza dei miglioristi qualunquisti e la benedizione di Santa Lobby Ecclesia davano il colpo di grazia alle istanze e alle garanzie egualitaristiche del mondo della formazione e della cultura. Accanto a lei, con un chiastico cartellone in mano, su cui scritto: “Nella conoscenza, la nostra riscossa; la vostra decadenza nella “zona rossa”, dopo aver distribuito girasoli e gerbere da contrapporre ed esibire polemicamente alle dispiegate forze di polizia, non ho parlato, non ho risposto, non ho chiosato, non ho smentito.
Ho gettato, invece, uno sguardo attorno; ho capito che la “capa” si riferiva al numero alto dei partecipanti, alla coesione che finalmente regnava tra diverse categorie, sia pure ancora sottorappresentate, alla determinazione dei piedi sicuri, delle gambe veloci, degli occhi intenti e fissi, accesi dalla memoria di recenti e vili repressioni.
A me non è parsa la più bella. Mi è parsa la più intensa, ma nella direzione di una ultimativa disperazione. Eravamo in tantissimi, è vero. Le camionette della polizia ci hanno sbarrato il passo verso la Piazza del Plebiscito e abbiamo ripiegato sul Beverello morbido e rosato, accogliente e vasto. Nessuno ci ha fermato. La tensione era altissima. Scoppiavano ogni tanto delle “bombe”, botti forti di fine anno, che ci risuonavano nello sterno, ci scuotevano ossa e tendini, mentre il loro fumo piacevolmente acre e incongruamente festoso veniva a solleticare le narici, a evocare una celebrazione. Ma era alla scuola che stavano facendo la festa, alle pari opportunità, all’Università pubblica.
No… non è stata la più bella tra le manifestazioni, perché il senso, il concetto del Bello include necessariamente il respiro della speranza, perché il Bello è legato a doppio filo al creativo, al dinamico, al prospettico, al propositivo. La manifestazione del 22 è stata concentratissima, tesa come una lama, più “cerebrale” delle altre, senz’altro, ma intrisa di terrore, spasmodica, priva di luce, priva di orizzonte. Abbiamo avuto di fronte il mare, a un certo punto, e gli abbiamo dato le spalle come a una pozza sporca. All’apparenza, non ci ha saputo né potuto distrarre dalla nostra nera previsione.
Ventimila studenti, precari, prof. di ruolo, operai, disoccupati, a un certo punto non hanno avuto la forza di scandire più un solo slogan. E non per impreparazione o mancata improvvisazione, ma per allucinazione, per contrazione muscolare, per stordimento, per eccesso di adrenalina o per quell’afasia che prende quando l’enormità del delitto uccide la parola.
Le “trovate” non mancavano. Non era un corteo sciatto, questo no. I liceali esponevano nuovi striscioni con celeberrime frasi tratte da un profetico discorso di Calamandrei, oppure cartelloni molto ben realizzati, recanti gli articoli della Costituzione più calzanti, più violati, più irrinunciabili, fotocopie ingrandite di frasi e parole scritte in corsivo, come a mano, con penna e calamaio, in uno stile “classico”, da studio con scrivania in ebano intagliato, a richiamare la pazienza dell’apprendimento graduale, l’antichità di una tradizione, di una “consegna” dei saperi da non dissipare, da ereditare in modo consapevole, da riconquistare e perpetuare con fierezza e cura amorevole.
Eravamo compresi nel nostro ruolo di “resistenti a tutti i costi” e ad oltranza, ma non c’era nulla di laico nel nostro raduno, nulla di deliberatamente o energicamente perseguito. Straniti, quasi evanidi come i dipinti pompeiani della casa di Loreio Tiburtino, sacerdote di Iside, trepidanti e trepidi, eravamo tutti lì in punta di piedi per un miracolo (nessuno aveva il coraggio di confessarlo al proprio vicino), per l’epifania di una guarigione prodigiosa e meritata dalla dolorosa infezione, dal mutilante cancro che nessuna medicina ci è bastata ad estirpare, ma che s’allarga, anzi, alle parti credute sane o immuni, inducendo noi malati alla follia, al suicidio, all’uso della violenza autolesionistica.
Eravamo lì come il pastore scende in un burrone nero e scosceso a riprendersi la pecora che intimamente sa sfracellata, perché dopo il 14 la piazza è diventata un buco nero che risucchia ogni forza, ogni verità, ogni richiesta, ogni materia; eravamo lì per un collettivo esorcismo, per una carestia di diritti, popolo che fa la danza della pioggia, che compie un rito di massa; eravamo lì, senza più nulla da dare né da perdere, per un atto di fede e non per un’ennesima, razionale, programmata, in-audita, disarmata protesta.
Il nostro esserci DOVEVA bastare, si doveva caricare di un sovrasenso, come quando si saluta qualcuno con lo stesso gesto di sempre, sapendo che però parte per una missione rischiosa o per un lungo viaggio, come quando si fa la solita carezza a un viso noto e caro, ma il viso è cereo e sta per essere calato sotto la terra; il nostro stare lì era ipersemantizzato, come lo è il semplice esserci della folla raccolta, il 19 settembre, nel Duomo, quando l’esser lì insieme deve bastare a squagliare il sangue di S. Gennaro perché chi lo vuole sta lì, in attesa, perché ha bisogno di crederci; eravamo lì come i chierichietti, come i bimbi alla prima comunione, innocenti, confidenti nel Bene, nell’automatica corrispondenza tra buone intenzioni e compenso celeste; il blocco delle auto, quasi tutte silenti e concordi, attonite anch’esse e stanche, l’alzata dei cartelli, lo strascino degli striscioni, bucati ad arte perché il vento non li sollevasse sui volti: tutto quel che di solito viene concepito come “contrassegno simbolico” di una protesta, come prodromo di dialogo o come invito a una revisione, a un recesso, a un pudìco e responsabile passo indietro, il 22 voleva tradurlo in atto, in legge, in realtà, in lieto fine, quel lieto fine che non era arrivato il 14 e a cui tutti pensavamo di avere diritto, dopo una così lunga tristezza.
In fondo, come nel pomeriggio dello stesso giorno 14 mi disse il genitore di un alunno venuto a colloquio, nulla sarebbe cambiato e nulla sarebbe stato sanato, ma sarebbe stato l’ingresso della squadra di pulizia nella stanza dell’orgia, l’inizio della resipiscenza, il cenno della ripresa dal coma collettivo, la forse finta ma utile presa d’atto del grado di ottusità e ignominia raggiunto, il primo passo, il primo sacchetto dell’argine all’esondato fiume di liquami…
Sentivamo d’essere stati scippati di un risultato costruito a fatica, con strenua fatica, e che davamo quasi per scontato, dato il logorio del sordido potere del lenone che appesta le istituzioni, dato il crollo di Pompei, dato lo scherno interessato ma benvenuto e il disgusto tardivo ma benedetto di tanta parte dei loro, finalmente… Sentivamo d’essere stati derubati di un finale atteso, tanto atteso e propiziato che i ragazzi equivocarono i termini e l’annuncio, quando, nella gelidissima piazza del Plebiscito spazzata da un vento che tagliava la faccia, era risuonata la voce pastosa e fasulla di Fini che dalla radio dichiarava “respinta” la mozione (di sfiducia). Fu un momento tragico. Il prof. di greco che debba spiegare cosa sia l’ironia tragica, in classe, potrà citare quel momento, se era lì, al posto della celebre battuta di Edipo, quando si proclama l’uomo più fortunato e benedetto dell’universo, prima della catastrofe prodotta dal disvelarsi della sua orrenda verità.
I ragazzi, infatti, attorno al furgone dotato di stereo e microfono, avendo compreso che era stato respinto lui, il lenone, il trafficante dei diritti, il barattiere, il consigliere fraudolento, il corrotto e corruttore, lo stupratore della Costituzione, mandarono a tutto volume “Ma il cielo è sempre più blu ” e iniziarono a saltare, impazziti di gioia, scoprendo le pance e le schiene, senza avvertire il gelo, mentre noi del Coordinamento, la “capa” con un doloroso e deluso rammarico sul volto, io in lacrime, altri imprecanti e altri ancora per nulla sorpresi, essendo più scaltriti sul piano della strategia politica, facevamo cenno di spegnere con titubante fiacchezza, come se volessimo tradurre in verità l’errore giovanile, perpetuare quella gioia, lasciarcene invadere, illudere ancora un secondo, mentre gridavamo tuttavia: “No, ragazzi… no! “, facendo segno con le mani aggranchite che s’erano sbagliati, che tre Gani, tre Giuda ci avevano tradito, per poco più di trenta denari, che ad essere “respinta” era stata la nostra ultima speranza…
Le femministe dell’Udi, che avevano predisposto l’urna contenente le schede in cui le donne avevano motivato la loro richiesta di dimissioni di Berlusconi, pronte a consegnarle in Prefettura con una pubblica cerimonia annunciata, mi si erano avvicinate. Una non si capacitava di come tra i “traditori” potessero esservi state delle donne, e smaniava; l’altra mi disse, con discrezione e pudore, confortandomi, di “aver creduto” che stessi piangendo. Le risposi che stavo effettivamente piangendo: che vergogna avrei dovuto averne? Avevo poi toccato la scatola con le schede, assicurando che c’erano anche la mia e quella di altre compagne. Non l’avrebbero più consegnata, però. Non ce n’erano più le condizioni. Si allontanarono nel freddo. Non credo di essermi mai sentita tanto sconfitta, persa e scorata come quando le ho viste andar via l’una sotto il braccio dell’altra, barcollando sulle pietre sferzate della piazza, con in mano quell’urna di democrazia trasformatasi in urna funebre, contenente le ceneri del nostro inutile sdegno…
Da questo trauma venivamo, il 22, dal gelo di quella piazza che il 22 ci è stata negata, facendoci dirigere verso il mare dimenticato, pure lui mercificato, ridotto a canale di passaggio, a banale via di contatto, di trasporto di membra e cose. Passandogli accanto in massa, in silenzio, lo abbiamo distrattamente re-idealizzato, rimitizzato, nuovamente liricizzato. E lui, scientemente, ci ha ringraziato ridandoci serenità, calore, dolcezza, certezza dell’eternità dell’ideale e della contingenza della sua negazione violenta. Non lo abbiamo percepito subito. Lo abbiamo sentito quando ci siamo allontanati dall’azzurro e l’abbiamo sentito frusciare dentro le nostre arterie, spumoso e ninnante.
Poi, poco prima di lasciare il corteo, ne abbiamo sentito anche la voce viva, per bocca di una ragazza minuta, vestita di nero e viola, con le scarpe basse (“da cenerentola”) e un cappellino di lana, ornato da due rose nere, fatte all’uncinetto, la quale, scuotendosi come da un sonno ipnotico, regalandosi e regalandoci la scordata e agognata normalità, ha detto, semplicemente e, come a me è parso, divinamente: “Uhé… io devo andare a fare i regalini di Natale “.

Studenti: Bloccheremo riforma negli atenei

“Resisteremo un minuto di più”

L’approvazione del ddl Gelmini da parte del Senato non è stata un fulmine a ciel sereno, per gli studenti in mobilitazione.”Sapevamo che ormai dentro il parlamento non c’erano più margini – commentano le studentesse e gli studenti di LINK-Coordinamento Universitario – Ma la battaglia non è finita. I tanti cortei di ieri l’hanno dimostrato: questo movimento riesce a mobilitare centinaia di migliaia di studenti fino a 3 giorni prima di Natale, ben al di là delle canoniche manifestazioni autunnali. In questi mesi è successo un fatto storico: un’intera generazione di studenti e lavoratori ha deciso di prendere in mano il proprio destino, è intervenuta con una forza e una determinazione senza precedenti sullo scenario politico, è riuscita a bloccare l’Italia per porre i temi dell’università pubblica, della precarietà del lavoro, del futuro rubato al centro del dibattito pubblico. E non ci fermeremo”.
Il piano della mobilitazione, ora, si sposta dal parlamento verso il governo, con l’attesa dei decreti attuativi, e verso gli atenei, con l’adeguamento degli statuti universitari alla nuova legge: “Chiediamo fin da subito a tutti i rettori di disobbedire, e su questo daremo battaglia – annunciano gli studenti e le studentesse di LINK – Daremo battaglia in tutti gli organi collegiali e in tutte le piazze, perché la privatizzazione dell’università, lo smantellamento del diritto allo studio e la precarizzazione della ricerca non passino nei nostri atenei. La comunità universitaria ha il diritto e il dovere di ribellarsi.”
Gli studenti non escludono nessuna delle vie possibili per bloccare la legge, dalla Corte Costituzionale al referendum: “Valuteremo come movimento che strada prendere. Quello che è certo è che non ci fermeremo qui, dopo che siamo riusciti a raccogliere il consenso di tutto il paese intorno alla nostra battaglia.”
Continua anche il percorso della costruzione dell’alternativa: “La carovana dell’AltraRiforma, la proposta dal basso per cambiare l’università, citata anche dal presidente Napolitano durante l’incontro con gli studenti di ieri, non si ferma: continueremo a raccogliere idee e proposte e a sperimentarle tutti i giorni nei nostri atenei: vogliamo il diritto al referendum sulle materie che ci riguardano, vogliamo un nuovo welfare che ci permetta l’autonomia dalla famiglia, vogliamo una ricerca aperta ai giovani e non bloccata dalle baronie”.

LINK-Coordinamento Universitario
www.coordinamentouniversitario.it

La paghetta meritocratica a scuola: qual’è la vera posta in gioco?

Ad oggi 91 Scuole di Torino hanno detto no alla sperimentazione, il progetto della Gelmini è fallito!!!

Un Governo impresentabile, attraverso un Ministro inqualificabile, ha avuto la “pensata” di comprare con un piatto di “fave” la categoria dei lavoratori intellettuali. Gli scatti stipendiali sono svaniti (come in Grecia), IL CONTRATTO è stato “scippato” dai malviventi.

La crisi della Grande Finanza Speculativa (i Banditi armati di mouse) viene scaricata sui dipendenti pubblici, sui lavoratori, sui giovani. A fronte di un colossale furto di denaro dalle NOSTRE TASCHE si è pensato di dare una briciola avvelenata al “merito”: una quattordicesima mensilità-insulto-alla-categoria

Ma cosa c’è veramente in gioco?

L’elemosina in tempi grami può essere fonte di corruzione della mente. Può capitare che qualche ingenuo caschi nella trappola, perciò è indispensabile vederci chiaro.
La paghetta del presunto “merito”(sigh!) è solo il primo passo per dividere e imperare.

Il secondo passo sarà quello di poter derogare dal Contratto Nazionale per istituire un contratto privato di lavoro ad personam in base al quale chiunque sarà in balia del datore di lavoro.

In realtà, come insegna il disegno di legge Aprea, si vuole dare ai Presidi e ai Dirigenti REGIONALI il potere di premiare, assumere, licenziare a proprio piacimento senza alcuna regola, senza alcun contrappeso democratico.

Immaginiamo cosa potrebbe accadere nel prossimo futuro:
già oggi, i Dirigenti Regionali sono nominati con lo spoil system, quindi con nomina politica, infatti si tratta di persone politicamente “allineate”, (qui il merito c’entra?), figuriamoci!

ALCUNE CONSIDERAZIONI INATTUALI

Se passasse la logica dello spoil system esteso anche ai Presidi e agli insegnanti cosa accadrebbe?
E’ facile supporre che in una scuola dove il Preside può decidere della sorte lavorativa (assumere e licenziare a piacere, secondo gradimento e allineamento ai propri desiderata), le persone sarebbero totalmente ricattabili.
Quale bravura? quale merito?
In un Paese ultra clientelare, ultra nepotista, ultra corrotto, come l’Italia, chi garantirebbe che le assunzioni sarebbero ispirate a principi democratici? Chi garantirebbe che le scuole non diventerebbero una parentopoli e un ufficio di caporalato e collocamento a discrezione del preside di turno?
E se un insegnante “bravo” non fosse allineato, sarebbe ugualmente “premiato”???
Conoscendo come molti presidi, purtroppo, hanno frainteso i “poteri” derivanti dall’avvento dell’autonomia, spesso interpretando le norme in modo alquanto opinabile, è lecito supporre che molti diventerebbero ancora più deliranti se fossero privi di controllo democratico.

Ultima considerazione

Con la lotta contro il Concorsaccio, primo tentativo del Ministro Berlinguer di dividere la categoria, miseramente fallito, siamo riusciti a mandarlo a casa!
La Moratti ci ha riprovato con alcuni altri provvedimenti, ma ha fallito anche Lei.
E’ possibile che gli Insegnanti Italiani abbiano perso la memoria e non siano in grado di mandare a casa la “laureata” Ministra Gelmini, vuota spoglia di ministri di ben altro calibro???

GLI INSEGNANTI E LE SCUOLE SI ATTREZZINO PER RESPINGERE CON FORZA LA SPERIMENTAZIONE-TRUFFA SUL MERITO COME STANNO FACENDO LE SCUOLE DI TORINO!

Elenco delle scuole di Torino e provincia, aggiornato al 22/12/2010, che hanno votato contro la sperimentazione

Convitto Nazionale “Umberto I”
D.D. “Agazzi”
D.D. “Anna Frank”
D.D. “Baricco”
D.D. “Casalegno”
D.D. “Collodi”
D.D. “Costa”
D.D. “Duca D’Aosta”
D.D. “Gabelli”
D.D. “Gambaro”
D.D. “Gobetti”
D.D. “Ilaria Alpi”
D.D. “Manzoni”
D.D. “Mazzarello”
D.D. “Novaro”
D.D. “Pacchiotti”
D.D. “Parini”
D.D. “Parri”
D.D. “Re Umberto”
D.D. “Santorre di Santarosa”
D.D. “Toscanini”
IA “Passoni”
IC “Gozzi Olivetti”
IC “Cairoli”
IC “Cena”
IC “Da Vinci”
IC “King”
IC “Marconi-Antonelli”
IC “Marconi”
IC “Padre Gemelli”
IC “Regio Parco”
IC “Saba”
IC “Salvemini”
IC “Tommaseo”
IC “Turoldo”
IC “Umberto Saba”
IC “Vivaldi-Murialdo”
IC Mirafiori
IC Via Asigliano Vercellese
IC Via Sidoli
IIS “Beccari”
IIS “Bodoni – Paravia”
IIS “Einstein”
IIS “Giolitti”
IIS “Majorana”
IIS “Primo Levi”
IM “Berti”
IM “Regina Margherita”
IPA “Colombatto”
IPC “Boselli”
IPC “Bosso – Monti”
IPC “Lagrange”
IPS “Giulio”
IPS “Zerboni”
IPS Steiner
IPSIA “Birago”
IPSIA “Galilei”
IPSIA “Plana”
ITAS “Santorre di Santarosa”
ITC “Arduino”
ITC “Luxemburg”
ITC “Russell – Moro”
ITC “Sommeiller”
ITCG “Guarini”
ITIS “Avogadro”
ITIS “Ferrari”
ITIS “Grassi”
ITIS “Peano”
L.S. “Copernico”
LA “Cottini”
LA Primo
LC “Gioberti”
LC “Alfieri”
LC “Cavour”
LC “D’Azeglio”
LS “Gobetti”
LS “Cattaneo”
LS “Galileo Ferraris”
LS “Giordano Bruno”
S.M.S. “Alvaro – Modigliani”
S.M.S. “Antonelli”
S.M.S. “Bobbio”
S.M.S. “Dante Alighieri”
S.M.S. “Frassati”
S.M.S. “Meucci”
S.M.S. “Nievo Matteotti”
S.M.S. “Nigra”
S.M.S. “Peyron – Fermi”
S.M.S. “Vian”
S.M.S. “Viotti”
Scuola Internazionale Europea “Altiero Spinelli”

Provincia
D.D. 1 Circolo Ciriè (To)
D.D. 2 Circolo Orbassano (To)
D.D. Carignano (To)
DD 2 Circolo Pinerolo (To)
IC Caselle-Mappano (To)
IC Santena (To)
IIS “D’Oria” Ciriè (To)
IIS “Erasmo da Rotterdam” Nichelino (To)
IIS “Galileo Ferraris” Settimo Torinese (To)
IIS “Martinetti” Caluso (To)
IIS “Prever” Pinerolo (To)
IIS “XXV Aprile” Courgè (To)
L.C. “Porporato” Pinerolo (To)

Pino Iaria

 

Cobas Scuola Piemonte
via San Bernardino 4 – 10141 Torino
tel/fax 0113345345 cell. 3477150917
sito web: www.cobascuolatorino.it  mail: cobas.torino@yahoo.it

Dislessia: un modo diverso per raccontarla

Un modo diverso per raccontare la dislessia, attraverso il linguaggio universale delle immagini in celluloide: l’Asp Catania, grazie al lavoro dell’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile (Npi) Ct 2 – Gruppo provinciale Dsa (Disturbi specifici di apprendimento) – ha organizzato oggi pomeriggio, mercoledì 22 dicembre, a partire dalle 16.30, nella sala convegni del Palazzo della Cultura (via Museo Biscari 5), un incontro in cui è stato proiettato il cortometraggio “In un mare di parole” (regia Salvo Campisano).

Dopo i saluti del direttore generale Asp Catania Giuseppe Calaciura, del direttore sanitario Domenico Barbagallo e del direttore amministrativo Giovanni Puglisi, l’introduzione è stata affidata al direttore Uoc (Unità operativa complessa) Attività territoriale Npi Rosanna Correnti e alla responsabile Uonpi Ct 2 Anna Fazio. «La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento che riguarda almeno il 5% della popolazione scolastica etnea – ha detto Calaciura – eppure se ne parla ancora troppo poco e, soprattutto, poco si fa per individuare e aiutare gli alunni con tali disturbi. Dobbiamo fare passare un messaggio chiare e forte: la dislessia non è un handicap, la dislessia – quel disturbo che si manifesta con un’evidente difficoltà nel leggere e nello scrivere, provocata dall’incapacità di riconoscere le parole – si cura facilmente e non lascia segni; anzi, spesso chi è stato dislessico da bambino ed è stato curato, risulta avere una intelligenza più acuta del normale».

Il progetto “Come in un film..un modo diverso per raccontare la dislessia” è stato presentato dalla coordinatrice Gruppo provinciale Dsa dell’Asp Catania Marinella Laudani: all’incontro ha partecipato anche l’attrice siciliana Mariella Lo Giudice che per l’occasione ha letto alcuni brani sul tema.

La seconda parte del pomeriggio, a partire dalle 18.00, comincerà con la relazione del responsabile Centro per la Dislessia Asl Roma Roberto Iozzino su “La Dislessia oggi”, seguiranno gli interventi programmati.

L’iniziativa è stata patrocinata anche dal Comune di Catania, da Aid (Associazione italiana dislessia) e da Lions Club Bronte Biancavilla e Catania Stesicoro Centrum.

Napolitano incontra gli studenti

Il corteo studentesco che si è svolto oggi a Roma ha dato una grande dimostrazione della maturità del movimento studentesco, che di sicuro è più maturo di chi rappresenta oggi il paese in parlamento. Le tante piazze piene di studenti oggi sono il segnale di una generazione che non si arrende e che è decisa a riprendersi il futuro. Il movimento studentesco di questi mesi è riuscito a porre con forza al centro dell’attenzione i problemi della scuola, dell’università, della ricerca e della cultura pur essendo consapevole che tali temi rappresentano solo una parte, seppur significativa, dei problemi e dei disagi stridenti del nostro paese. Siamo sicuri di avere al nostro fianco in queste battaglie la grandissima parte della società. Siamo fiduciosi che il Presidente Napolitano accolga la richiesta di incontro avanzata dagli studenti. Il Presidente rappresenta per noi oggi l’unico interlocutore istituzionale credibile, in grado di comprendere il disagio che viviamo nelle scuole e nelle università e di sollecitare la politica a dare risposte efficaci e concrete alle questioni che da mesi poniamo.