La notte dei precari… davanti al Provveditorato!

Il resoconto, dalla penna di Marcella Raiola, della giornata di lotta che ha visto l’occupazione del Provveditorato e la costituzione del presidio permanente a Via Ponti della Maddalena, a Napoli…
FRONTE DEL PORTO (02/09/2010)
Nota pubblicata da Marcella Raiola
“Genna’… M’è venuto in mente un bel titolo per il resoconto di questa giornata di lotta: Fronte del porto! Dici la verità: non è geniale?” Gennaro sbadiglia e lentamente, giusto per compiacermi, risponde: “Ah… una citazione cinematografica”… Gennaro è un precario. Stanco morto. E’ mezzanotte, e Via Ponte della Maddalena, che è in culo al mondo e che dà la faccia solo al mare, ai gabbiani e ai celeberrimi conteiners zeppi di cineserie che Saviano menziona all’inizio di Gomorra, è diventata umida, silenziosa e, a tratti, arancione, per il riflesso dei lampioni, che attirano zanzare di dimensioni e aggressività mostruose, forse mandate dalla Gelmini.
Lottare facendo chiasso, urlando, scandendo slogans, a Gennaro non piace, come non piace alla maggior parte di noi. Siamo docenti, siamo schivi, abituati all’autocontrollo, all’urbanità. Ora, invece, ci tocca gridare. E ci tocca anche passare la notte per strada, con le ronde che vengono a controllare se e fino a quando resisteremo, se facciamo o meno sul serio.
La giornata ci aveva forzato la mano. Eravamo andati al provveditorato per far fare a Napoli la sua parte e la sua figura nella lotta che a livello nazionale si sta combattendo per la scuola.

L’assemblea propedeutica all’azione di forza era stata insolitamente affollata, a causa dell’affluenza di personale tecnico e di collaboratori scolastici (i bidelli, cioè, come preferiscono essere chiamati loro, che rimandano al mittente le denominazioni e designazioni “soft” ed eufemizzanti, perché si sentono orgogliosi di essere BIDELLI e vogliono che la gente capisca in modo immediato chi sono e che ruolo cruciale svolgano nella scuola). Avremmo voluto solo perlustrare la zona, farci vedere, cominciare a fare pressione, ma avevamo finito col bloccare le attività e il “servizio al pubblico”.
Gli impiegati, a sorpresa, erano scesi ad attestarci la loro solidarietà. Addirittura con un comunicato… Poi la situazione s’era fatta delicata. Gli sbirri si erano presentati e s’erano messi in posa, a braccia conserte e occhiali scuri, quelli che impediscono di guardare negli occhi l’altro, e che io detesto cordialmente, perché spesso diventano la maschera dei vili o degli snob. Il commissario aveva recitato la sua parte, odiosamente e con cattiveria, come gli hanno insegnato: le minacce di identificazione e denuncia, la schedatura, la fedina penale macchiata (noi precari siamo criminali, noi, cosa credete? Abbiamo interrotto il “pubblico servizio”! Le cricche e le cosche, invece, che lo inquinano, violentano, negano tutti i giorni col ricatto, le mazzette, le assunzioni clientelari, l’abuso edilizio, le minacce, le intimidazioni mafiose, quelle, invece, sono fatte da rispettabili galantuomini, cui gli stessi sbirri fanno da deferente scorta!).
Mi ricordava qualcuno, il commissario, ma non riuscivo a mettere a fuoco… Ecco, sì: il monaco calvo del film: “Il nome della rosa“, quello più brutto, una faccia di burro viscida e inquietante… Alla sua “minaccia” di chiamare il superiore, il padrone da cui lui, cane mastino, prendeva gli ordini, Mariella aveva risposto alla grande, coprendosi la faccia con le mani, simulando terrore, e gridando, con voce artatamente alterata: “UUUHHH… Che paura!!!!”.
Abbiamo fatto presente che gli impiegati ci avevano attestato la solidarietà (e abbiamo anche pensato, a quel punto, che la cosa fosse stata fatta per rabbonirici e cacciarci, perché il cane mastino ha detto che se era lì, era lì perché qualcuno lo aveva chiamato!); abbiamo chiesto tempo. Parlare col provveditore; chiedergli almeno il salone al piano terra (con il bagno, peraltro)… La delegazione era andata su. Ma il provveditore si era nascosto. Mi vedevo trascinata fuori per i capelli dall’arroganza di quei bestioni senza occhi, tutti uguali, tutti ugualmente asserviti a un potere forte coi deboli e zerbino coi potenti. Mi ero chiesta, ripetutamente, se lo avrei sopportato, se sarei riuscita a smaltire l’umiliazione, se sarei finita in galera per oltraggio a pubblico ufficiale, perché di certo le mani addosso non me le sarei fatte mettere senza assestare un calcio dove dico io a qualcuno di loro, con la mia fantastica zeppa di 7 cm… Questo avevo pensato, nonostante la giustezza della causa mi corroborasse e la compagnia degli amici mi confortasse.
Tutti in strada, sotto il sole, per ore. Seduti sulle scale, coi poliziotti che calpestavano le borse per farci spostare. Nel tardo pomeriggio, s’era capito che il provveditore era lì, lì dentro. Ma per entrare, il cane mastino, il commissario, aveva avanzato una richiesta vessatoria: i documenti dei quattro delegati. Valentina, docente di francese, s’era ribellata: il documento va presentato, semmai, all’impiegato, non al militare-mediatore che ti identifica e ti sheda per suo capriccio! Era un chiaro ricatto, un tentativo di intimidazione, l’ennesimo, o una vendetta contro di noi, contro gente pericolosa, che non si può manganellare a piacimento perché ha la laurea ma che non avrebbe dovuto “provocare” le “forze dell’ordine”: se vuoi parlare col capoccia, devi farti identificare dal poliziotto!
Un atto chiaramente illegale, un ABUSO. Avevo pronunciato questa parola più volte, forse troppo sottovoce, ma già urlavano gli amici, più avvezzi di me a trattare coi cani mastini…
C’era di che sentirsi traditi: poliziotti che abusano di gente che sta manifestando… Avevo capito, in una giornata, prima che scendesse la notte, come fosse possibile arrivare a farsi giustizia da sé. I delegati erano entrati, poi, cedendo al ricatto.
Fuori, però, era cominciato un confronto drammatico tra chi gridava all’abuso e chi riteneva che quell’abuso fosse “prassi”. Era entrato in scena il vice-commissario, un tipo in maglia verde, in borghese, con gli occhiali scuri anche lui, animato da un profondo disprezzo verso i “professori”, i “nullafacenti” che si credono superiori perché hanno studiato, quelli che non si sono “sporcati le mani” colla fatica “vera”. Mi aveva fatto più schifo del commissario stesso.
Questo buzzurro, e lo scrivo perché lo si sappia, ha osato dire una cosa atroce e odiosa, in termini squadristi e fascisti, e, cioè, che SE A UN POLIZIOTTO GLI GIRANO E SE TROVA SOSPETTA UNA FACCIA, A SUO ARBITRIO HA IL DIRITTO DI PRETENDERE CHE GLI SI ESIBISCANO I DOCUMENTI! Proprio così: SE GLI GIRANO, SE UNA FACCIA GLI PARE SOSPETTA…
Sono affermazioni di una gravità inusitata! Ero a poca distanza da questo energumeno inqualificabile. Una massa di sentimenti contrastanti mi agitava il petto e mi rendeva tachicardica e folle. Ho detto ad alta voce: “Ora ho capito come è morto Federico Aldrovandi!”.
La mia voce è caduta nel vuoto, anche perché quell’animale di certo non ricordava quanto fosse giovane e pulita quella faccia che i suoi colleghi squadristi hanno deturpato e spaccato a botte, fino a spegnerne per sempre la luce… Erano arrivati anche i rappresentanti sindacali. A loro i manganellatori non hanno chiesto il documento: SIAMO INSORTI E LO ABBIAMO FATTO PRESENTE: PERCHE’ LORO ENTRANO SENZA IDENTIFICAZIONE?? Il nostro grido è valso quanto uno sputo.
Li abbiamo messi di fronte alla loro VIOLENZA GRATUITA E ALLA LORO RESPONSABILITA’ DI VIOLENTI REPRESSORI DELLA GIUSTIZIA E DELLA EQUITA’. Ho provato profonda rabbia e profonda vergogna per quella gente in divisa. Ho ancora detto qualcosa: “La divisa non si indossa per abusare della gente onesta, ma per proteggerla!”. Ancora parole nel vuoto.
La Parola tace quando parla la violenza. Ma a ma bastava l’orgoglio di aver dato voce alla protesta. I cartelli innalzati davanti alle telecamere, gli slogan scanditi, erano miei… Non ci pensavo e non ci penso per alimentare una vanità sciocca, ma per compensare la delusione che mi hanno dato i cani mastini e i loro servi, per aggrapparmi alla speranza che la Parola, la mia, possa essere utile a neutralizzare il oro abbaiare analfabeta e arrogante.
Ore e ore sotto il sole. Senza sedie; senz’acqua. Sole che scontornava gli oggetti, che accresceva la stanchezza. Un sms di un collega umbro: Caterina Altamore, in sciopero della fame a Montecitorio, in ospedale, per un collasso… La notizia era girata. Apprensione e dolore sulle nostre facce… Poi, l’esito del colloquio con il provveditore: aria fritta, documenti siglati da sindacati sempre più deboli e tentennanti, per qualche posticino in più, per qualche tesserato in più… Disgusto e offesa.
E siamo qui, dopo aver mangiato una pizza in piedi, in fila, sul muretto di fronte al Provveditorato, come carcerati in libera uscita, divertiti come adolescenti alla prima nottata fuori casa. Abbiamo alzato un gazebo e c’è una tenda, più in là, con un sacco a pelo. Ci viene a trovare Stella, di Repubblica, dall’infausto nome (Gelmini!: ci scherziamo su e lei, ridendo, si “scusa”) e dalla materna posa matronale. Ascolta le nostre storie, che pubblicherà di lì a poco; capisce qualcosa del nostro complesso mondo, se ne va arricchita e perplessa. Mi guardo attorno: sono proprio io, proprio io, mai uscita la sera di casa, mai in nessun “gruppo”, mai “integrata”, a sedere a cerchio in mezzo ad amici straordinari e fidati, a guardare la via deserta come un nastro di seta prezioso che mi veste come per un ballo di debutto, di iniziazione a una vita nuova, partecipata, piena, meno ingessata, dove la parola non si nasconde, dove la parola danza per la strada come una gitana seducente e rabbiosa.
La mia “diversità” di problematica scribacchina che interpone l’interfaccia della carta tra l’esistenza e l’essere, percepita dagli amici pazienti, che cantano, ridono a crepapelle, inventano gags a ripetizione, grandiose, piene di una inventiva che mi stupisce e mi fa sentire povera, poco creativa e conformista, viene sollecitata dalla indiscussa “capa” della banda: “Marce’… ora ci conosci meglio… ora sei qui. Dicci che pensi di noi”. Avrei preferito fare dieci esami d’università. Non rispondo. Non riesco rispondere, come non si riesce a respirare quando un’onda malandrina ti sorprende, più alta, e ti sommerge per un momento…
Capisco che devo attingere al serbatoio delle parole migliori, ma io ho bisogno di tempo per tornire le parole; la disabitudine alla vita “vissuta” mi rende poco reattiva, lenta… Poi, sono anche stanchissima. Dovrei dire qualcosa di ciascuno, su ciascuno; dovrei dire che ho imparato che il carisma è una dote che consiste nell’aggregare gente di diversa estrazione e cultura trovando la comune spiaggia emotiva d’approdo; dovrei dire che ho scoperto di avere limiti più feroci di quanto credessi, a vari livelli, grazie a loro, e che la scoperta mi aiuterà a vincerli; dovrei dire che la lotta è stato un corso di aggiornamento su “ideologia e pragmatica della lotta sociale e civile”; dovrei dire che, malgrado la scuola per me sia un nobilissimo “ripiego”, non sento di aver sprecato tempo; dovrei dire che la città di Napoli, che adoro perché mi ha dato dignità e aria, mi è entrata ancor più nelle vene ora che l’ho vista in camicia da notte, per nulla minacciosa, dolce e accogliente; dovrei, soprattutto, dire, a ciascuno di loro, che dopo tutto questo, dopo questa notte, se entrerò di nuovo in un’aula, vi entrerò con una sicurezza mai provata, perché ho compreso davvero, avendo rischiato di perderlo, il senso e il valore del nostro bistrattato mestiere; sentirò di avere DIRITTO ad entrare in aula; potrò sentirmi, nel parlare, legittimamente orgogliosa, avendo difeso qui fuori, con i piedi gonfi e la coperta addosso, il diritto degli alunni ad essere istruiti ed educati; potrò ribattere alle loro ingenue accuse da “nuovi nati”; potrò dimostrare di aver inteso e di intendere la mia professione come il piedistallo dell’umano sviluppo e progresso…
Taccio, invece, e mi schermisco, trincerandomi dietro la stanchezza. Le zanzare ci massacrano le caviglie. Ci sono due custodi, poco distante da noi, sotto il casotto dello stazionamento dei pullman. Gli abbiamo chiesto di usare il loro bagno e ce lo hanno concesso. Fanno di più: portano tre di noi a prendere del caffé scorrazzandoli in giro per Napoli con un autobus di linea! Miracoli ed emozioni della solidarietà napoletana tra lavoratori… Del resto, della vita, almeno,… siamo tutti precari!!
Crolliamo, verso le cinque del mattino: ci accoccoliamo sulle sedie come i gatti, coi piedi gelati, o “ci appoggiamo” alle poche macchine, a turno, reclinando i sediolini. Qualcuno, combattente di lunga data e militanza, resta a chattare al pc piccino, che minaccia di scaricarsi da un momento all’altro; io cerco di leggere qualche pagina del capolavoro dell’ultimo premio Nobel, Herta Muller, ancora non finito, nonostante l’abbia iniziato da un mese, ma il clima non è adatto, l’atmosfera non è adeguata, né lo è la luce dei lampioni. I bidelli pianificano l’assorbimento dei precari ad alta voce, come se fossero in parlamento o in commissione cultura (magari ci fossero loro! Le loro idee non sono niente male!).
Ci trasciniamo fino alla mattina, che arriva grigia, fredda e nuvolosa. Il gazebo va smontato, perché potrebbero contestarci l’occupazione indebita del suolo e l’interdizione dell’accesso ad un ufficio pubblico. Lo spostiamo sull’altro lato della strada. Ci buttiamo in faccia dell’acqua; io sento le mie lentine come corpi estranei fastidiosi e graffianti negli occhi stanchi. Ma sono contenta che i miei occhi si posino sui conteiners di questo porto, questa mattina, e sui gabbiani predaci, che ci guardano curiosi, e sull’immondizia che il vento fa mulinare per la strada squallida, deserta, mentre le camionette dei carabinieri arrivano e si posteggiano, prima delle sette del mattino, davanti all’ingresso del Provveditorato… Penso alla tempestività del loro intervento: penso alla mia telefonata di un mese fa, quando, in una discarica sotto casa mia, a mezzanotte circa, avevo sentito provenire da un’auto le urla di un ragazzo, e avevo chiamato il 112… Erano arrivati solo dopo tre quarti d’ora, quando la macchina era già andata via sgommando!!
Mi sento tutt’a un tratto rinvigorita e forte; mi sento “matura”, intensa, densa… forse è solo la marmellata che abbondantemente fuoriesce dal cornetto che ci ha portato il marito della collega, gentilissimo e simpaticissimo, che mi ristora e ripaga, con la sua fragranza stupenda…
Se arrivasse, ora, qualcuno, alunno, giornalista, uomo della strada, genitore o dirigente scolastico e mi chiedesse di sintetizzare in una battuta questa esperienza, sento che direi questo: LOTTARE E’ PRENDERSI IL BUONO CHE STA NASCOSTO IN OGNI MOMENTO BUIO.

Marcella Raiola

Un pensiero su “La notte dei precari… davanti al Provveditorato!

  1. Daniele Ventre

    Questi poliziotti fanno pena.

    Si sentono forti per una divisa che consente loro di alzare la voce per donne ed uomini indifesi. D’altro canto sono schiavi e zerbini dei mandanti dei mafiosi che, al momento opportuno, li macellano senza problemi. Chi è complice dei propri carnefici e avversa quelli che lottano per i propri diritti e in prospettiva per i diritti di tutti, non meritano pietà, né umana considerazione, né perdono, ma solo profondo disprezzo. Ignorateli. Ignorate il commissariuccio dalla faccia porcina, viscido e incapace. Ignorate il vicecommissario orgoglioso della sua nullità umana. Sgherri sono nell’animo e sgherri sono nati e nient’altro che sgherri potranno essere. Arriverà anche per loro il tempo di essere annientati e la loro pistoluccia fallica inutile varrà ben poco a salvarli, quando i politicucci cominceranno davvero, come avevano minacciato, a prosciugare anche le loro tasche di sbirraglia inutile.

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