Quando gli adolescenti educano gli adulti

Nel 2005 quando ero Assessore ai Beni Culturali e alla
Pubblica Istruzione della Regione Siciliana, organizzai
un convegno nazionale sull’incapacità dei genitori
italiani a sapere educare i propri figli.
Nella fase dei saluti il Provveditore agli Studi di
Caltanissetta (oggi si chiama Direttore dell’Ufficio
Scolastico Regionale) narrò di una ragazzina di 3’
media che arrivava a scuola in maniera un po’ troppo
avvenente e con vestiti, diciamo, un po’ troppo sexy.
Dopo un rapido consulto in considerazione degli
imbarazzi che l’avvenente fanciulla provocava, il
consiglio dei docenti, sia pure con un certo imbarazzo
decise informalmente di convocare la madre per
consigliarle di indirizzare la figlia verso un look un po’
meno audace.
L’imbarazzo divenne però esponenziale quando i PROF
si videro arrivare una madre (avvenente anch’essa,
narrano le cronache), con un abbigliamento e con una
disinvoltura, che nulla aveva da invidiare alla figlia
quattordicenne.
Insomma, era il caso di dire che la figlia aveva fatto
scuola! Ai poveri docenti non rimase che inventare una
scusa su due piedi e lasciare andare madre e figlia verso
i loro destini.
Orbene, quello che sembrava un aneddoto o poco più
mi è rimbalzato nella mente in questi giorni leggendo di
un’inchiesta apparsa sull’autorevole giornale parigino
Le Monde e di uno studio statistico dell’ISTAT a
proposito di “famiglia e soggetti sociali in Italia”
dell’anno 2009. Entrambi i dati studiavano il fenomeno
del ruolo materno e della sua evoluzione (o se vogliamo
della sua involuzione).
Le ricerche condotte dal quotidiano francese hanno
rivelato che la complicità tra madre e figlia è molto
cresciuta rispetto al passato, al punto che le due figure
quasi si confondono.
Le madri somigliano sempre di più alle figlie anche sul
piano fisico: nel vestirsi usano capi a volte fin troppo
“giovanili”, per il trucco chiedono consiglio alle figlie e
le imitano anche nello stile di vita. Dai dati è emerso
persino che le madri non considerano più le amichette
delle figlie come appartenenti a un altro universo,
degno del massimo rispetto, ma comunque separato dal
proprio, ma vogliono entrare a far parte della loro sfera
sociale come se di mezzo non ci fossero età, esperienze
e soprattutto “ruolo”.
In soldoni, le parti si stanno ribaltando e oggi non è
infrequente che siano le figlie a sentirsi responsabili
delle madri, evidentemente talvolta troppo prese a
combattere contro le rughe e lo scorrere del tempo per
ricordarsi della loro responsabilità educativa.
Lo psicanalista Luigi Zoia su Repubblica del 4 maggio
2010, su questo tema, dichiara: “La maggior
condivisione tra madri e figlie può avere dei vantaggi
nel breve periodo. Ma nel lungo periodo rischia di far
perdere l’autorità alla madre. Viene a mancare la figura
archetipo del genitore […]. Forse è importante essere
anche amici con i propri figli, ma soprattutto bisogna
ricordarsi che le amicizie possono finire, mentre il
rapporto di genitorialità non muta con il tempo”.
Adottando uno stile di vita infatti tipicamente giovanile,
queste madri danno prova di non vivere bene la loro
esistenza, ma soprattutto l’inversione delle posizioni madrefiglia
fa sì che la cultura giovanile diventi quella trainante.
Ciò preoccupa perché i giovani sono tali perché la loro
mentalità, il loro stile, il loro comportamento non sono
ancora formati, ma in divenire.
Essi, inoltre, per definizione sono portati verso la
trasgressione. Solo con il tempo e la maturità questi
eccessi rientrano nella normalità.
Bisogna sempre ricordarsi che ogni essere umano è
come un contenitore che nel tempo va riempiendosi
degli stimoli che famiglia e società gli trasmettono. A
maggior ragione, oggi in una società frantumata come
la nostra la famiglia e soprattutto la figura materna, che
della famiglia è indiscutibilmente il pilastro, non può
delegare o rinunciare a trasmettere l’educazione ai figli.
Sin dalla notte dei tempi, i processi formativi seguono
sempre lo stesso preciso percorso che è logico e
incontrovertibile: dall’esperienza nasce la conoscenza, e
dalla conoscenza si passa alla capacità di distinguere ciò
che è bene, da ciò che non lo è. Per questa ragione
logica gli adulti, hanno sempre qualcosa da travasare in
quei contenitori semivuoti che sono i giovani.
Il percorso opposto è generalmente innaturale. Quando ciò
avviene, ossia quando sono i grandi che attingono dalla
mentalità di chi è in divenire, prima o dopo si va a sbattere.
A Parigi come a Caltanissetta.

On. Alessandro Pagano

Via: www.asas.sicilia.it

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