Archivio mensile:marzo 2009

Disegno di legge Aprea sulla scuola

Brucia tutte le tappe l’onorevole Valentina Aprea, presidente della Commissione Cultura della Camera, con la presentazione di una proposta di legge dal titolo “Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti”.

L’analisi della situazione attuale, nella relazione di presentazione della relatrice, individua nel formalismo burocratico, nell’ossessione procedurale e nella iper regolazione dello Stato che soffoca autonomia e responsabilità dei docenti, le cause dei mali della nostra scuola.

Per ridare slancio, efficacia e autorevolezza alla scuola italiana propone dunque una ricetta che prevede l’apporto di soggetti esterni e privati alla gestione della scuola, un finanziamento regionale alquanto indeterminato in quanto legato ad un concetto aleatorio di costo medio per alunno, una riscrittura di tutte le norme che presiedono al reclutamento e alla carriera dei docenti per legge, un forte ridimensionamento degli spazi di contrattazione sindacale e l’abolizione delle RSU di scuola.

Le norme di contesto di questa proposta di legge sono: l’art. 117 e 118 della Costituzione (la proposta rientra nelle norme generali sull’istruzione di competenza esclusiva statale), la legge 53/03 e i suoi decreti attuativi, il DPR 275 /99 sull’autonomia scolastica, la legge 62/00 di parità scolastica, il decreto legislativo 165/01, la legge 131/03 che contiene disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale n. 3/2000. Dunque gran parte dell’attuazione di questa proposta di legge è fortemente intrecciato con l’attuazione del regionalismo previsto dalla legge costituzionale n. 3/2000.

Vengono completamente cancellate e riscritte le norme sugli organi collegiali di scuola e nazionali, fortemente ridimensionata la contrattazione nazionale, cancellata la rappresentanza sindacale di scuola, istituita una rappresentanza sindacale unitaria regionale per i docente e l’area contrattuale della docenza da cui restano esclusi gli ATA.

La rappresentanza di tipo professionale viene scorporata da quella sindacale e ad essa vengono affidate funzioni oggi comprese nella rappresentanza sindacale.

Fondazioni, Consigli di amministrazioni ed esperti esterni sono le nuove leve su cui si dovrebbe incardinare il rinnovamento della scuola, promotori di miglioramento delle performances degli alunni e della qualità complessiva dell’istituzione scolastica.

Una carriera per i docenti su cinque livelli, che vanno dal contratto di inserimento formativo al lavoro per i neo assunti, al ruolo di vicedirigenza a cui si accede tramite concorso per titoli ed esami, passando per i livelli di docente iniziale, docente ordinario e docente esperto; un nuovo percorso di formazione iniziale e di reclutamento, che di nuovo non ha nulla visto che riprende integralmente il decreto attuativo dell’art. 5 della legge 53/03 abrogato dall’ultima finanziaria; la costituzione di una docenza che si rappresenta con i caratteri della libera professione, albo professionale, organismi tecnici rappresentativi nazionali e regionali che redigono il codice deontologico e istituiscono commissioni disciplinari, la conseguente riduzione degli spazi di contrattazione, costituiscono il nuovo stato giuridico dei docenti. Con ciò superando le norme sul personale contenute nel T.U. del 1994 e quelle relative alla contrattazione sui luoghi di lavoro del D.lgs 165/01.

La proposta di legge dunque interviene sugli assetti del sistema scolastico, prevedendo cambiamenti ad ampio raggio, sulla base di un assunto reale che vede emergenza formativa e non attuazione del processo di autonomia dovuto a inerzie burocratiche, le cause dei mali della scuola su cui intervenire.

Purtroppo i ministri della pubblica istruzione che si sono avvicendati in questi anni non hanno fatto altro che rispondere ad una spinta autoconservativa della centralità ministeriale e delle sue burocrazie. La scuola non ha avuto gli strumenti adeguati ad interpretare una vera autonomia e i contratti hanno dovuto misurarsi con la scarsità delle risorse finanziarie.

In queste condizioni la scuola reale ha continuato ad assolvere la sua funzione costituzionale, sulla base di una consolidata cultura che vede la scuola pubblica nel ruolo strategico di garante del diritto universale all’istruzione, con mezzi e risorse sempre più inadeguati, districandosi dentro le pastoie burocratiche e le offensive politiche spesso con impegno meritorio, ma con esiti complessivi non all’altezza dei problemi.

La scuola avrebbe bisogno di rivedere profondamente gli assi culturali su cui poggia la relazione didattica, molto se ne è detto, ben poco è stato fatto, avrebbe bisogno di attivare concretamente e rapidamente gli strumenti valutativi che le permettano una vera responsabilizzazione e autonomia professionale, avrebbe bisogno di far crescere una vera cultura dell’autonomia a dispetto delle intrusioni burocratiche, avrebbe bisogno di un investimento vero in risorse umane ed economiche.

Regionalismo, privati, mercato, libera professione per i docenti, riduzione della rappresentanza sindacale, possono rappresentare una risposta adeguata ai problemi della scuola?

Non c’è un nesso diretto fra malattia e cura proposta, se non la cieca fiducia nei meccanismi che governano l’organizzazione aziendale. Resta poi da dimostrare quanto le scuole trasformate in fondazioni (tutte? o non soltanto quelle appetibili) possano veramente attrarre finanziamenti privati e quanto un consiglio di amministrazione di cui fanno parte rappresentanti degli enti locali (ciascuno dei quali si deve suddividere su qualche centinaio di scuole) e ipotetici esperti esterni, possa innescare virtuosi meccanismi di miglioramento assumendo spazi di decisione anche di tipo didattico.

In quanto alla rappresentanza sindacale, a cui la Aprea addossa tutta la responsabilità della deriva “impiegatizia” dei docenti e dunque della loro frustrazione professionale e del discredito sociale di cui soffrono, avendo la contrattazione “forzato” i confini legislativi del rapporto di lavoro con sconfinamenti nel campo riservato alla legge e ai principi generali della professione, essa comunque garantisce una rappresentanza politica e un dialogo democratico e agisce su delega sulla base di un mandato a trattare che i lavoratori le affidano.

Gli organismi tecnici rappresentativi non garantiscono altrettanta trasparenza e dialettica democratica, sapendo che essi devono essere costituiti su una base elettiva generica e su una quota di designazioni delle associazioni professionali.

La cancellazione poi di un livello di rappresentanza, quello di scuola, e la cancellazione della rappresentanza del personale ATA, impoveriscono la democrazia e inducono a spinte corporative.

Infine, la carriera costruita su 5 livelli per legge richiede un investimento finanziario adeguato se non si vuole spalmare in verticale e in orizzontale le scarse risorse messe a disposizione in questi anni per la contrattazione, con il rischio di far pagare ai livelli bassi e alle necessità di organico i costi che servono per pagare le carriere di pochi.


Scuola: sciopero in tutta Italia!

I lavoratori dei comparti pubblici e privati della scuola, dell’università e delle accademie scioperano oggi per protestare contro i tagli del governo al mondo dell’istruzione in una manifestazione organizzata dalla Cgil, con momenti di tensione all’università di Roma “La Sapienza” dove si sono verificati scontri tra studenti e polizia.

“Le forze dell’ordine hanno impedito agli studenti universitari di raggiungere il presidio organizzato dalla Flc-Cgil a piazza Santi Apostoli questa mattina, caricando i manifestanti che ora sono chiusi all’interno dell’edificio senza possibilità di uscire”, si legge in una nota di Rete degli studenti medi che definisce “inaccattabile la violenza delle forze dell’ordine”.

 Stamani a Palermo, diverse centinaia di persone si sono radunate al teatro Politeama in centro città, dove il segretario generale del sindacato, Guglielmo Epifani, sta prendendo parte a un convegno sul futuro dei giovani al Sud.

 “Troppe le cose che non vanno nella scuola: dalla riduzione degli spazi formativi, quindi meno tempo per stare in aula, alla riduzione delle risorse, al problema dei precari. Il problema della scuola è molto importante e con la crisi andrebbe affrontato diversamente”, ha detto Epifani a margine del convegno.

 Lo scorso autunno studenti, insegnanti e genitori sono scesi in piazza diverse volte contro i tagli del governo a scuola, università e ricerca e contro la contestata riforma del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, sulla riorganizzazione di scuola e università.

 

CORTEI IN TUTTA ITALIA

 Alle manifestazioni e ai cortei di oggi — organizzati a Torino, Milano, Padova, Roma, Firenze, Modena, Bolzano ma anche nel resto d’Italia — hanno aderito anche partiti politici, movimenti studenteschi e nomi illustri della scienza.

 “Chiediamo più diritto allo studio, più investimenti e provvedimenti seri per dare alla scuola e a tutti i settori della conoscenza un ruolo fondamentale per uscire dalla crisi. Chiediamo il coinvolgimento pieno e reale di chi nella scuola vive e lavora”, si legge in una nota diffusa da Rete degli studenti medi.

 Le manifestazioni di oggi sono state indette per “riavere le risorse tagliate dalla legge 133 dello scorso anno, (per riavere) dei contratti che non siano solo a perdere e soprattutto il ripristino del contratto nazionale a garanzia del lavoro, il ritiro del disegno di legge (del ministro del Welfare Maurizio) Sacconi che cancella il diritto di sciopero”, si legge sul sito di Flc-Cgil.

 Secondo Cgil serve “riaffermare l’urgenza di un vero progetto riformatore in tutti i settori della conoscenza, (…) un progetto ambizioso per elevare i livelli di cultura e formazione dei cittadini a partire dalla scuola dell’infanzia per tutto l’arco della vita, passando per l’università, la formazione e l’aggiornamento professionale. (…) Un progetto che rilanci la ricerca di base, negli enti e nelle università, che permetta alle intelligenze italiane di produrre qui e non altrove”.

 I lavoratori dei comparti pubblici e privati della scuola, dell’università e dell’alta formazione artistica e musicale sciopereranno per l’intera giornata o turno di lavoro. Mentre negli enti di ricerca, pubblici e privati, e nella formazione professionale l’astensione dal lavoro sarà di quattro ore.

 Allo sciopero hanno aderito, tra gli altri, Comunisti italiani, Rifondazione comunista, Movimento cooperazione educativa, Unione degli studenti universitari e la scienziata Margherita Hack.


Dove vanno i conservatori italiani?

Uno dei problemi di fondo della cultura musicale italiana, rispetto a ciò che avviene in Europa centrale e orientale e negli Stati Uniti, è il livello relativamente basso dell’istruzione musicale, praticamente sparita dalle scuole generaliste di ogni ordine e grado. Questa situazione ha prodotto una serie di conseguenze a cascata: pullulano le iniziative da parte di associazioni locali sul territorio (“amici della musica” o simili), spesso di scarsa qualità e con pochi ascoltatori; molti teatri d’opera ostentano, quasi tutte le sere in cui si fa spettacolo, file vuote in platea e nei palchi; i giovani scarseggiano alle esecuzioni di musica “colta”, tranne in occasione di programmi dove viene praticata una politica di bassi prezzi di biglietti; il comparto, in generale, attira molti meno finanziamenti privati di quanto non avvenga in paesi come la Francia e la Gran Bretagna (per non parlare degli Usa), anche a ragione di una normativa che pare assumere elargizioni tributarie da parte di individui e imprese con un’imposta marginale sul reddito del 19 per cento, quindi nei gradini più bassi della scala dei redditi e dei consumi.


Riescono i numerosi conservatori di musica sparsi per la Penisola, cresciuti rapidamente negli ultimi anni sino a raggiungere la settantina, a sopperire in parte al problema? L’estate scorsa il ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini era intervenuta sulla esigenza di ridurne il numero e migliorarne la qualità, anche perché tramite una leggina sono stati elevati a istituzioni universitarie o parauniversitarie, ma molti dei loro docenti, abilissimi nei singoli strumenti, non hanno alcun titolo di studio universitario. C’è stata all’epoca una vivace polemica e, a che se ne sa, l’idea è stata messa in un cassetto a stagionare. Su molti conservatori, nell’ambiente musicale, si raccontano storie tra il lepido e l’amaro. In un capoluogo di regione, su 120 docenti del locale conservatorio solo due hanno un diploma di laurea; in un conservatorio di provincia ci sono ben due “cattedre” di arpa. E poi la paura di bocciare, poiché se vengono a mancare gli studenti si riducono i numeri dei docenti (molti dei quali avrebbero in ogni caso un secondo o anche una terzo lavoro all’insegna di San Precario – lezioni, formazioni orchestrali temporanee e simili). Nel Sud si arriva al conservatorio – spesso dopo essere stati bocciati prima al Liceo classico, poi a quello scientifico e infine agli istituti tecnici – solo perché si sa strimpellare una chitarra o fare le scale sul pianoforte della nonna.


In questo quadro, il musicologo Alessandro Zignani ha pubblicato un libro al tempo stesso divertente e rigoroso: “A.s.s.u.r.d.o. Ricognizione paradossale nella didattica musicale di ogni conservatorio” (Editore Zecchini). Il testo è strutturato come un romanzo: un ispettore generale del Ministero dell’Alta Presunzione di una ipotetica Repubblichetta va a valutare alcuni conservatori e ne trova di cotte e di crude. Non è solamente un satira esilarante e spietata, ma anche uno strumento che può tornare utile ai ministeri interessati a questo argomento: il volume contiene infatti una serie di test (a risposta multipla e con soluzione in appendice) su quelli che dovrebbero essere i “saperi” minimi per poter avere accesso ai conservatori.


“La scelta delle famiglie sconfessa la Gelmini” – La Toscana aveva visto giusto, ora il governo riveda le sue scelte. L’assessore Simoncini interviene sulle iscrizioni scolastiche

«Le famiglie hanno scelto in maniera netta e inequivocabile e questa scelta equivale a una sconfessione dell’operato e dei provvedimenti del ministro Gelmini». Così l’assessore all’istruzione, formazione e lavoro Gianfranco Simoncini commenta, intervenendo in occasione delll’incontro organizzato oggi a Sarteano sul tema “Bambini e bambine al centro”, i primi dati sulle iscrizioni al primo anno delle scuole elementari, che hanno visto prevalere nettamente la scelta di un orario scolastico lungo, di 30 e 40 ore, mentre solo una esigua minoranza si è orientata sul tempo corto (di 24 ore). «Questa situazione – prosegue l’assessore – rafforza quanto sia la Regione che i sindacati vanno dicendo da mesi sull’opportunità di non ridurre quantità e qualità della scuola in nome di un ritorno, che abbiamo giudicato fin dall’inizio negativo, al maestro unico. Una scelta che, secondo noi, è giustificata esclusivamente da una logica di risparmio che impoverisce la scuola e acuisce disparità e disagio».
Il messaggio che arriva dalle iscrizioni in prima elementare è molto chiaro. «La manifesta volontà delle famiglie – afferma l’assessore – sgombra ora il campo da ogni equivoco. L’attacco del governo alla compresenza degli insegnanti, l’unica che può garantire la realizzazione del tempo pieno e del tempo lungo, non trova il sostegno delle famiglie. Chiediamo quindi al governo di rivedere la sua impostazione e di cambiare i provvedimenti per venire incontro alla volontà espressa così chiaramente dalla maggioranza dei genitori».


Legalità a scuola, via al bando per i progetti 2009 – Prosegue l’esperienza toscana, coinvolti gli istituti di ogni ordine e grado

È dedicato alle regole dell’economia e all’uso consapevole del denaro il bando 2009 che consentirà di finanziare i progetti di cultura della legalità nella scuola toscana, proseguendo così l’esperienza che in questi anni ha coinvolto decine e decine di istituti scolastici e migliaia di studenti.
Questo quanto ha reso noto l vicepresidente della Regione Toscana Federico Gelli, in occasione della riunione del tavolo regionale sulla legalità che si è riunito questa mattina a Palazzo Strozzi Sacrati. «Anno dopo anno abbiamo allargato gli interventi nell’ambito della legalità portando nelle scuole progetti che affrontano complessivamente la cultura delle regole – ha spiegato Gelli – In un anno come questo, necessariamente segnato dalla crisi economica, ci è sembrato importante stimolare un lavoro sulle regole dell’economia, che sono comunque un aspetto della crisi, ma anche sulle illusioni e le scorciatoie che in un periodo di crisi possono emergere con maggiore forza, da pericolose forme di indebitamento alle tentazioni del gioco d’azzardo». Il tema su cui dovranno essere elaborati i progetti per il 2009 è infatti “Crisi economica e facili illusioni”. Il bando – elaborato in attuazione della legge regionale 11/1999 sulla promozione della cultura della legalità – si rivolge alle scuole toscane sia statali che paritarie di ogni ordine e grado, organizzate in gruppi di almeno cinque istituti. Sono previste due linee di finanziamento, la prima per scuole che in questi anni hanno già partecipato a progetti di educazione alla legalità, in modo da proseguire e consolidare la loro esperienza, la seconda per scuole che intendono cominciare questo percorso.
I progetti – che dovranno essere presentati entro il prossimo 20 aprile, tramite invio telematico – saranno cofinanziati nella misura massima del 50 per cento del loro costo totale e comunque per un importo non superiore ai 15 mila euro.


Marcia indietro della Gelmini sulla riforma della scuola

Lo spiraglio sarebbe contenuto nelle circolari attuattive, riguardanti il ciclo della scuola primaria, approvate venerdì dal consiglio dei ministri e alla firma questa settimana del presidente della Repubblica.

Indiscrezioni provenienti dal ministero assicurano che in queste circolari è contenuta una «marcia indietro» compiuta dal ministro per quanto riguarda l’eliminazione delle compresenze dei maestri, in particolare per quanto riguarda il tempo mensa e i tempi lunghi. Questa «marcia indietro» si sarebbe resa necessaria a fronte dei dati delle preiscrizioni che, secondo una rilevazione compiuta dalla rivista Tuttoscuola compiuta su un campione di 900 classi elementari, documenterebbe che il 56 per cento delle famiglie ha richiesto le 30 ore settimanali e il 34 per cento le 40 ore e solo il 10 per cento le 24 e le 27 ore [tempo solo mattutino]: numeri che, se confermati, manderebbero definitivamente in tilt una scuola elementare falcidiata dai tagli. Tagli che verrebbero in parte «sanati» viste le proteste che salgono dai territori e le riserve espresse dal consiglio di Stato nel suo parere ufficiale sulla legge Gelmini.

Questo nuovo provvedimento del ministro lascerebbe aperta la possibilità di organizzare il tempo scolastico prevedendo la compresenza di maestri per permettere lo svolgersi del «tempo lungo» [40 ore settimanali] e il «tempo mensa». Una conferma di questa indiscrezione si avuta ieri ad Abano terme durante un convegno sulla scuola, al quale il ministro Gelmini ha dato forfait all’ultimo momento, inviando però un comunicato che conferma le voci di «spiragli» dichiarando fra l’altro: «La questione sarà esaminata con attenzione al fine di garantire una dotazione di organico in grado di corrispondere alle attese delle famiglie».

La questione dei tagli alla scuola elementare è particolarmente sentita in Veneto dove è stata in questi anni condotta una sperimentazione – che verrebbe tagliata dall’attuale organizzazione prevista dalla legge Gelmini – che coinvolge 25mila famiglie e prevede il «tempo lungo» con presenza a scuola fino al primo pomeriggio attraverso una diversa organizzazione delle compresenze. Contro questo taglio si è assitito, in queste settimane ad una mobilitazioni di sindaci del centrodestra, in particolare di An, terrorizzati dalle conseguenze elettorali dello tsunami sociale provocato dai tagli alla scuola.

«Se confermato si tratterebbe di un buon risultato che da ragione delle nostre mobilitazioni. Comunque sia non ci fermiamo qui e apriamo la ‘fase due’ della mobilitazione – racconta Salmaso -, con la richiesta della salvaguardia in toto dell’attuale qualità formativa con il mantenimento dei laboratori, del supporto agli studenti stranieri, del sostegno ai disabili. Insomma non vogliamo che venga tolta qualità ad una scuola che, faticosamente e garzie alla dedizione di chi la vive, tenta di rispondere ai bisogni educativi dei bambini e delle famiglie».

Per l’apertura di questa «fase due» delle mobilitazioni, i comitati veneti hanno costituito, ieri sera, una rete regionale e promosso una manifestazione per il 21 marzo a Venezia. La manifestazione, indetta dai comitati e aperta alla partecipazione di chiunque avrà il carattere di una «festa di protesta» con la partecipaizone dei bambini. In quell’occasione verranno portate all’ufficio scolastico regionale le firme raccolte in queste settimane per il mantenimento dell’attuale offerta formativa: parliamo di circa 15 mila firme raccolte».